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Quando “big” non vuol dire “grande”

Tal Amedeo Umberto Rita Sebastiani, meglio noto come Amadeus, in un programma televisivo ha rivelato i nomi dei ventisei cantanti che parteciperanno al prossimo Festival della canzone italiana.

Vediamo i loro nomi e le canzoni che proporranno in gara.

Francesco Renga (Quando trovo te); Coma_Cose (Fiamme negli occhi); Gaia (Cuore amaro), Irama (La genesi del tuo colore); Fulminacci (Santa Marinella), Madame (Voce); Willie Peyote (Mai dire mai-La locura); Orietta Berti (Quando ti sei innamorato); Ermal Meta (Un milione di cose da dirti); Fasma (Parlami); Arisa (Potevi fare di più); Gio Evan (Arnica); Maneskin (Zitti e buoni); Malika Ayane (Ti piaci così); Aiello (Ora); Max Gazzè (Il farmacista); Ghemon (Momento perfetto); La Rappresentante di Lista (Amare); Noemi (Glicine); Random (Torno a te); Colapesce e Di Martino (Musica leggerissima); Annalisa (Dieci): Bugo (E invece sì); Lo Stato Sociale (Combat Pop);  Extraliscio-Davide Toffolo (Bianca luce nera); Francesca Michielin e Fedez (Chiamami per nome).

Sono definiti “Big” e quindi destinati a entrare nelle enciclopedie e nei testi di storia della musica, affiancando artisti che si chiamano, per esempio, Claudio Modugno, Lucio Battisti, Franco Battiato, Claudio Baglioni, Fabrizio de André, Adriano Celentano, Mina, Pooh, Paolo Conte, tanto per citarne solo alcuni di una lunga lista.

Questo magazine è letto da molti giovani che, sicuramente, hanno alcuni dei loro cantanti preferiti in gara. Ogni epoca ha la sua musica e le comparazioni generazionali, a livello mediatico, sono sempre da evitare perché stucchevoli e inutili.

L’unica cosa assennata, quindi, è rivolgersi alle istituzioni e a quegli adulti che operino seriamente nel sociale, per indurli a studiare con maggiore attenzione le fenomenologie legate al mondo della musica, al fine di individuare dei correttivi che possano tutelare i giovanissimi dai pericolosi veleni concettuali prodotti con ritmi industriali. Non bisogna girarci intorno con deleteria “diplomazia”: nel succitato elenco non manca qualche nome decente, la cui proposta musicale, se non proprio eccelsa, si può definire accettabile, ma è ben evidente che il “rumore” associato al nulla regna sovrano e bisogna anche aggiungere che ve ne sono tanti altri, ben peggiori, idolatrati dai ragazzini. Non è un fatto di gusto, ma di serena analisi dei testi e dei ritmi.

Se è lecito sostenere che la responsabilità delle scelte è sempre personale è anche giusto considerare, però, che una persona intenta a consumare un pasto, dovendo scegliere solo tra cinque pietanze, realizzate con prodotti scadenti e cucinate male sceglierà quella “più appetibile”,  nella fattispecie la meno schifosa. La percezione di “un insieme”, in funzione della capacità e possibilità di osservazione, è storia vecchia e, come i più dotti avranno già intuito, rimanda al celebre mito della caverna, magistralmente descritto da Platone.

Che cosa fare, quindi? Acquisire consapevolezza che la musica è un elemento importantissimo per la formazione di un essere umano e pertanto va inserita in modo più incisivo nei processi scolastici.

Se sin dalla più tenera età si incomincerà ad ascoltare musica classica, per esempio, la mente subirà sollecitazioni che saranno meglio sfruttate nel prosieguo degli anni. Arriverà poi il momento di privilegiare qualcuno nell’ascolto, rispetto ad altri, a seconda di ciò che viene suggerito da un insieme di fattori, tra i quali spiccano retaggio ancestrale, livello culturale e condizionamento ambientale, senza che ciò costituisca alcun problema: amare un po’ di più Wagner rispetto a Verdi o viceversa non cambia la sostanza delle cose, ossia di trovarsi comunque al cospetto di persone raffinate.

Con un sano e proficuo insegnamento della storia della musica, che faccia ben recepire i vari generi, si avrà una conoscenza tale che consentirà di allargare, e non di poco, i ristretti confini nei quali ci si muove oggi, sempre più somiglianti alla già citata caverna di Platone.

Diciamolo a chiare lettere, se dei ragazzini di scuola media, che abbiano già recepito un minimo di “formazione musicale” durante le scuole elementari, fossero indotti ad imparare a memoria, per esempio, testi di canzoni come “Ne me quitte pas”, quante probabilità avrebbero gli scalcinati e osceni esponenti del mondo “trap” e anche “pseudo-rap” di sedurre con le loro orribili canzoni milioni di ragazzini? Soprattutto: con un processo formativo come quello descritto, nascerebbero mai soggetti simili?  Gli esseri umani negativi sono come i virus: si sconfiggono con adeguati antidoti, il principale dei quali si chiama “cultura”, che genera “consapevolezza” e capacità di discernere il grano dal loglio.

Prima si comincia a formare in modo adeguato bimbi e ragazzi è meglio è, perché i guasti prodotti dall’attuale offerta musicale sono immani e fanno perdere ogni reale approccio con il bello, il valido, l’eccelso. Basti pensare, per esempio, che quel mediocre conduttore nominato direttore artistico del Festival di San Remo, ha ritenuto che le persone della mia generazione possano essere degnamente rappresentate da una simpatica strimpellatrice che, da mezzo secolo, canticchia un giorno sì e l’altro pure: “Fin che la barca va, tu lasciala andare”.

                                                                 Lino Lavorgna

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