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L’eredità del principe de Curtis

50 anni fa moriva per l’anagrafe, a soli 69 anni, Antonio Griffo Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis Bisanzio o più semplicemente Antodio de Curtis, detto Totò il principe della risata.

Poliedrico istrione dell’avanspettacolo del secondo dopoguerra, autore di poesie e canzoni, comico, attore di teatro e di cinema, Totò rappresentò, più da morto che da vivo, il simbolo di quel mondo che cambiava disegnando una realtà surrealistica in proiezione pirandelliana fatta di maschere e personaggi, dipingendo scene surreali e paradossali.
Totò meglio di tutti ha saputo, senza proclami, condanne o vittimismi di sorta, con educata ironia e pacata moderazione, descrivere il popolo napoletano cogliendone gli aspetti più primordiali, esaltandone i pregi e sottolineandone i difetti.
Tra i suoi 97 film “Totò e la Banda degli onesti” rappresenta forse più di altri, la radiografia del napoletano. L’opera  è l’allegoria dell’uomo povero ma onesto. Tre uomini, un portiere prossimo alla disoccupazione sposato in seconde nozze con una donna tedesca (Totò) un tipografo vedovo (Peppino de Filippo) e un pittore disoccupato convivente con la madre nonostante l’età (Giacomo Furia), mettono in piedi una banda di falsari, in quanto sono entrati in possesso di un clichè originale rilasciato dalla Banca D’Italia nonché della carta filigranata per stampare banconote. Gli improvvisati falsari tra varie peripezie e comiche gang riusciranno  a produrre numerose banconote dal valore di 10mila lire.
I tre non hanno però il coraggio di spendere quei soldi, ma nemmeno il coraggio di dichiararsi onesti agli altri membri della banda e pertanto acquisteranno oggetti di valore con i propri risparmi. Incomprensioni e imprevisti li porteranno a distruggere quelle banconote. Il film si chiude con Totò che distrattamente distrugge nel falò anche il suo ultimo stipendio.
Il film tra i più divertenti in assoluto nasconde una retorica intrinseca di significati: il dualismo tra volontà e coscienza, tra la voglia di arricchirsi e la paura di diventare disonesti, nonché il dilemma interiore di mostrarsi per come si è, scevri dalle maschere imposte dalla società, nel caso specifico mostrarsi troppo onesti agli occhi degli altri. La divertente scena finale è da monito per tutti: intraprendere scorciatoie porterà ad un “danno” e ad una “beffa” certa.
Il principe della risata disegna, in questo film la figura del napoletano proiettato verso una rivincita sociale, ma ancorato a sovrastrutture che prediligono le illecite scorciatoie alla tortuosa e contorta via della legalità.
I sussurrati insegnamenti di Totò sono l’eredità lasciata ad una città destinata a rinascere, ma ancora inquinata da mali interiori. Solo la consapevolezza dei propri limiti e la condanna di questi riuscirà a segnare l’inizio di una nuova era, con la speranza che le idee vengano rispettate più dell’eredità materiale lasciata dall’artista napoletano ovvero la sua casa, nel rione sanità, abbandonata e in pericolo di crollo, dimenticate dalle stesse istituzioni che avrebbero il compito e il dovere di guidare la rinascita tanto invocata dal principe consacrato re di Napoli.

Eugenio Coletti

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