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Fatti non foste a viver come bruti

Settecento anni fa passava a miglior vita il padre della lingua italiana. Era settembre ed è facile presagire che nel corso dell’anno si moltiplicheranno convegni e pubblicazioni per celebrare degnamente colui che tanto lustro ha dato al Paese con le sue opere. A Caiazzo, in provincia di Caserta, hanno bruciato le tappe e già nei primi giorni di gennaio è stato stampato un opuscolo a cura del Centro di promozione culturale “F. de Simone”, scritto a tre mani dai valenti e titolati studiosi Renata Montanari, Aldo Cervo e Augusto Russo: “La sofferta coscienza morale e politica di Dante nel contesto della cultura medievale”.

Chi dovesse ritenere che su Dante non vi sia più nulla da dire farebbe bene a richiedere il volumetto, pregno di interessanti spunti analitici, tra l’altro redatti con uno stile ancorato a una purezza espressiva d’altri tempi, purtroppo oggigiorno costretta a cedere crescente spazio a forme ballerine di grammatica, sintassi e ortografia, che inquinano la lingua più di quanto non facciano con l’ambiente le cattive abitudini degli esseri umani.

La Montanari sceglie Ulisse, Manfredi e Cacciaguida per realizzare un interessante parallelismo tra i personaggi e la personalità del Poeta, partendo dalle sostanziali differenze tra la cultura greca e quella cristiana.

Ulisse è senz’altro un eroe per i greci, dal momento che il proprio talento è messo al servizio della collettività. Per la cultura cristiana, però, ogni azione è intrisa di spregevole arroganza e addirittura di sfida a Dio:  si spinge oltre le colonne d’Ercole, ossia dove finiva il mondo e iniziava il Purgatorio, luogo in cui non poteva accedere in quanto pagano; usa l’inganno per entrare a Troia, invece di combattere lealmente.  Più che meritata, quindi, la condanna all’inferno.

Di particolare interesse è il capitolo dedicato a Manfredi, nel quale, concessa una pennellata rapida all’ingerenza della Chiesa nel potere temporale e al perché Foscolo definì Dante “ghibellin fuggiasco”, l’autrice si sofferma sul grande rispetto  di cui beneficia il biondo, gentile e bel nipote di Costanza d’Altavilla, con molteplici e ben definiti riferimenti agli eventi storici.  Manfredi, come noto, era inviso alla Chiesa, che gli preferiva gli Angioini, corruttibili e fedeli. (Le persone servizievoli sono sempre gradite dai potenti, indipendentemente dalla loro natura e dai comportamenti). Nonostante i molteplici tentativi di trovare accordi con il papato, sfruttando anche le notevoli doti di raffinato diplomatico, sicuro retaggio paterno, fu scomunicato per ben tre volte.

A sette mesi dalla morte le spoglie furono disseppellite e disperse nei pressi del fiume Garigliano, in segno di profondo disprezzo per la sua persona. Anche se molti storici si affannano da sempre a dimostrare che il misfatto fosse imputabile all’iniziativa personale del vescovo di Cosenza, quelli meno abbagliati dalle logiche di asservimento sono concordi nel ritenere che l’ordine fosse stato impartito proprio da papa Clemente IV.  

Dante si sente molto simile a Manfredi e gli dedica parole toccanti. (È appena il caso di ricordare la grande considerazione tributata da Dante a tutta la Casa Sveva, cui dedica un bel pistolotto nel De vulgari eloquentia: “In verità gli eroi davvero insigni, Federico imperatore e il nobile suo figlio Manfredi, spandendo intorno la nobiltà e la rettitudine del loro animo, finché la fortuna lo concesse, seguirono virtù umane, sdegnando le bassezze dei bruti, perciò chi aveva nobile cuore ed era stato dotato delle grazie e virtù divine cercò di accostarsi alla maestà di siffatti principi”).

Il format della pubblicazione, concepito precipuamente per un pubblico di iniziati e quindi volutamente sintetico nelle parti la cui conoscenza si dia per scontata,  lascia solo trasparire un importante spunto riflessivo sulla comparazione delle varie dominazioni straniere, che distingua, per azioni e lascito genetico,  quelle positive (Normanni; Svevi; Longobardi), da quelle negative (Bizantini; Angioini; Aragonesi, sia pure con qualche eccezione; Spagnoli, sorvolando su Francesi e Arabi, la cui influenza presenta aspetti più complessi, non scindibili in modo netto).

Relativamente al Cacciaguida è arcinoto il cedimento sentimentale di Dante, che gli conferisce immeritata fama in virtù del legame familiare; nondimeno la Montanari offre gradevoli e interessanti spunti analitici, che testimoniano la profonda conoscenza dell’opera dantesca e dei più reconditi meandri concettuali che ne muovono le fila.

Con il coraggio di chi non teme i confronti, Augusto Russo sviluppa la tematica dell’esemplarità in Dante, che trova ampia e qualificata trattazione nelle opere di una tra le più nobili figure del panorama culturale italiano, Salvatore Battaglia, a pieno titolo citato nella bibliografia, insieme con l’altro mostro sacro di cui essere fieri e orgogliosi, Francesco De Sanctis.

Argomento quanto mai delicato e complesso, che l’autore affronta alternando le competenze storiche a quelle letterarie, lasciando trasparire una visione per certi versi anti-crociana, del resto ben evidente anche nell’opera del Battaglia.

La spiritualità dell’individuo descritta da Dante viene assimilata a quella concepita da Agostino come unico elemento di comunanza tra i due geni, sostanzialmente diversi per altri aspetti fondamentali dell’essere. La figura di Dante, protagonista e testimone di un viaggio che scandaglia l’essere umano nelle sue multiformi relazioni con il bene e il male, viene rappresentata con raffinata ed esemplare maestria, senza cedere troppo all’esplicazione semplicistica perché l’autore si toglie lo sfizio di  scrivere da “erudito per eruditi”, in modo da assidersi, legittimamente e con pari dignità, al fianco dei grandi letterati.

Davvero superba la trattazione del confronto tra l’Ulisse omerico e l’Enea virgiliano, che avrebbe meritato qualche pagina in più, magari per sciogliere almeno alcuni degli irrisolti nodi sullo sradicamento dell’eroe omerico dalle connotazioni originali, cosa che invece non avviene per Enea, il cui destino “nasce dalla distruzione, dalla fuga e dall’esilio definitivo”, come scrive sinteticamente Russo, volutamente sorvolando sull’elemento più caratterizzante della sua salvezza: il provvidenziale intervento di Poseidone,  amante della madre Afrodite, che lo salvò da sicura morte nello scontro contro l’imbattibile Achille, avvolgendolo in una spessa nebbia e ponendolo alle spalle dei soldati più esposti, ben consapevole che egli doveva vivere per perpetuare la propria stirpe, destinata a pesantemente incidere sulla storia dell’uomo grazie alla fondazione di Roma.

Se con Montanari e Russo possiamo  allargare gli orizzonti speculativi sulla materia dantesca, restando comunque nell’alveo di analisi che riflettono un consolidato filone, Aldo Cervo ci fa traballare, e non poco, con una dissacrante analisi che farà storcere la bocca a molti autorevoli dantisti.

Non sono certo mancati i critici autorevoli capaci di fare le pulci al Poeta, a cominciare da Croce, per esempio, che proprio non sopportava i dantolatri e voleva “togliere Dante dalle mani dei dantisti, cioè liberarlo dalla guardia che gelosamente gli facevano coloro che si fregiavano di questo nome e coltivavano un genere di ricerche e dispute chiamate per antonomasia questioni dantesche”, come scrisse nel 1948, nel numero 10 dei “Quaderni della Critica”, con riferimento al testo sulla poesia di Dante, pubblicato ventotto anni prima.

La pur severa analisi crociana, tuttavia, si trasforma in carezze rispetto all’impeto con il quale il coriaceo studioso caiatino tira fendenti degni di un cavaliere di Camelot, tra l’altro difficilmente confutabili, almeno da chi non possa vantare analoga o superiore frequentazione dei fascinosi e non certo facili sentieri culturali quotidianamente percorsi da oltre sessanta anni.

Che “c’azzecca” Virgilio come simbolo della ragione? Cervo apre subito le ostilità e non le manda a dire: “Virgilio non è un filosofo. È un poeta. E la poesia non è, tra i generei letterari, il più idoneo a batter i sentieri del razionalismo, nemmeno quando veicola chiavi di lettura della vita”.

Siamo solo all’aperitivo e il pranzo si presenta davvero succulento. Si parla di Paolo e Francesca. Per amor di sintesi sorvoliamo sulla storia, ben nota, e soffermiamoci sulle dolorose bacchettate inferte dall’insigne studioso per l’eccesso di benevolenza riservato ai due amanti, colpevoli di una condotta ritenuta immorale e ingiustificabile. Va detto, per meglio inquadrare il personaggio, che il professore Cervo è noto senz’altro per i grandi meriti culturali, che lo hanno visto, tra l’altro, fondatore di un premio letterario e presidente dell’Associazione storica del caiatino, ma più ancora per un rigore esistenziale senza eguali, ancorato ai più nobili presupposti dei precetti cristiani, coltivati nei fatti e non a chiacchiere.

Uomo di grande pregio, quindi, e rare virtù, che non fa sconti alle pur legittime considerazioni di chi si approcci ai fatti della vita con uno spirito più comprensivo e magari più realistico. È ben chiaro, infatti, che la retorica della fedeltà assoluta, almeno in amore, afferisca esclusivamente al campo religioso e che nessuna donna, foss’anche moglie di un re, può resistere al fascino di un cavaliere, qui inteso in senso metaforico, per specificare che esiste un limite oltre il quale anche la più virtuosa delle donne non può andare.

Questi presupposti, tuttavia, per lo studioso caiatino rappresentano merce avariata, da disperdere nelle fogne. Da qui la vicinanza a Gianciotto, il brutto marito cornificato da Francesca, perché, nonostante si fosse fatto giustizia da solo ammazzando fratello e consorte,  “non è accettabile che, mortificato da madre natura, dovesse poi esserlo anche da un’infedele compagna e, ancor peggio, da un fratello fregnone”. Si noti bene quell’ancor peggio che la dice lunga su come Cervo percepisca i legami del sangue rispetto a quelli sentimentali, universalmente riconosciuti più pregnanti: “Amor che move il sole e l’altre stelle”; “Omnia vincit amor”,  e così via.

In quanto a Ugolino – continua Cervo – era ben giustificato il risentimento nei confronti dei pisani, visto che lo avevano lasciato morire di fame insieme con figli e nipoti, ma non fino al punto da desiderare di vederli tutti annegati nell’Arno, bambini compresi. (Inferno, canto XXXIII, 78-81). Qui è il concetto di perdono che si fa strada.

L’elemento più intrigante dello scritto di Cervo, tuttavia, particolarmente attratto dalle storie di “corna” (presunte o reali), lo si trova nella citazione del I Canto del Purgatorio, relativamente alla vicenda che vide protagonisti Catone Uticense, probo e saggio, ma non propriamente un tipo alla Brad Pitt, e la moglie Marzia. Per il severissimo studioso non vi sono dubbi: Marzia si era “invaghita” del celebre penalista Ortensio Ortalo e, lasciato il marito, gli si concesse. Morto Ortalo, Marzia chiese al marito di riprendersela in casa, ottenendo un deciso rifiuto.

Dante mette in bocca a Virgilio le parole che dovrebbero indurre Catone a riprendersi la moglie, definita “casta”, cosa che fa infuriare Cervo, che parla senza mezzi termini di “mezzuccio da lavandaia, escogitato in precedenza, e lasciato formular da Virgilio, a piegare un proprio desiderio la volontà altrui. Una captatio benevolentiae meschina, da mestieranti delle mistificazioni”.

Che botta! Dante, quindi, riteneva legittimo e opportuno il ritorno a casa della “casta” Marzia e proietta il suo pensiero nelle parole di Virgilio. Per Cervo, quindi, è doppiamente colpevole: per l’inopportuna difesa di Marzia, ritenuta una zoccola, e per il mezzuccio da lavandaia utilizzato, mettendo in bocca a Virgilio i versi “in vista ancor ti priega che per tua la theni”, che in realtà riflettono solo il suo desiderio. Con un fendente degno di quello inferto da Alessandro sul famoso nodo di Gordio, pertanto, chiude una vicenda che, in realtà, è molto complessa.

Non vi fu alcun tradimento, infatti, e Marzia (non a caso definita “casta”)  fu offerta da Catone al fraterno amico Ortensio Ortalo, affinché gli desse un figlio, essendo egli sposato con una donna sterile. La pratica, che oggi suscita sgomento, era pienamente legittima all’epoca e regolata dalla Conventio in manum, ossia il passaggio della moglie nella potestà maritale.

A questo punto la faccenda s’ingarbuglia perché è certo che Marzia, dopo la morte di Ortalo, ritornò dal marito (tra l’altro con una ingente eredità),  che la riprese senza problemi, essendo stato l’artefice del suo momentaneo allontanamento. Marzia è definita da tutti gli storici una donna decorosa,  rispettabile e leale. Del resto Dante la colloca nel limbo degli spiriti magni e nel Convivio le dedica un ampio e toccante brano, interpretando il suo rientro nel focolare domestico come il ritorno dell’anima a Dio, dopo la morte.

Il volumetto sarà ufficialmente presentato in un convegno che avrà luogo non appena le condizioni generali, condizionate dalla pandemia, lo renderanno possibile.

Sarà anche un’occasione per sbrogliare la matassa Marzia-Catone e approfondire le “ulteriori” ragioni di quel marcato risentimento nei confronti di Dante, che traspare sin dai primi righi del contributo, nei quali, con ben percepibile compiacimento, è trascritto il famoso sonetto di Cecco Angiolieri che lo definisce attaccabrighe, approfittatore, criticone, accusandolo anche di turpiloquio e di presunzione, seguito dalla  citazione di Petrarca, che manifestò disprezzo per l’uso del volgare in luogo del latino. Chi di spada ferisce di spada perisce, vien da concludere, dal momento che Cervo, alla pari di ciò che fa Dante con Virgilio, utilizza i due illustri personaggi per trasmettere forti concetti prettamente personali.

Lino Lavorgna

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