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Se proprio dovete storpiare i sostantivi, storpiateli bene!

Incipit
Rassegna stampa televisiva mattutina, prima del primo caffè, in tre emittenti diverse: per tre volte è stato asserito “ministra Lamorgese”. Non se ne può più.

Facciamo chiarezza

Nessun giudice, purtroppo, può imporre di non storpiare la lingua italiana e pertanto c’è chi ha campo libero nelle fantasiose elucubrazioni. Buon pro vi faccia e soprattutto buon divertimento: non è da tutti avere la possibilità di intervenire, non importa se negativamente, nel cambiamento del linguaggio.
Se proprio dovete storpiare i sostantivi, però, almeno storpiateli con senso logico! Altrimenti è davvero troppo. Volgere al femminile “ministro”, cosa che già di per sé  non sta né in cielo né in terra, utilizzando il suffisso “a” (ministra), allarga i confini dell’impossibile ben oltre quelli terrestri e del cielo! Non vi sembra di esagerare con le cose impossibili?

Il femminile di un sostantivo si forma partendo dalla forma più antica alla quale sia possibile risalire nello studio della sua storia (etimologia). Per l’italiano, questo dovreste saperlo anche voi, il riferimento più antico, in massima parte, è il latino; poi vi è il greco; non mancano influssi celtici e sono altresì presenti molti altri termini  mutuati dalle lingue dei tanti popoli che si sono divertiti a praticare il bunga bunga nel nostro paese, nel corso dei secoli.

Il dizionario Treccani, che – perdonatemi – è redatto da persone con un pizzico di autorevolezza superiore alla vostra, ci ricorda che il suffisso nominale adoperato per formare il femminile dei nomi di professione, mestiere, occupazione, dignità nobiliari è “-essa”:  contessa, duchessa, principessa, dottoressa, ostessa, poetessa, professoressa, studentessa. Talvolta il suffisso esprime una connotazione ironica o spregiativa: giudicessa, medichessa. Riferito a cose, invece, può assumere un valore accrescitivo o dispregiativo rispetto alla base nominale: ancoressa, articolessa, pennellessa, sonettessa. Corretto il femminile di alcuni nomi di animali (elefantessa, leonessa); in disuso l’abitudine di utilizzarlo per indicare le mogli di chi ricopre una determinata carica (generalessa, prefettessa), mentre persiste l’utilizzo con valore ironico o spregiativo (vigilessa, medichessa).

Basta sfogliare un semplice dizionario latino-italiano, del resto, per scoprire l’arcano.

Conte: comes-comitis; femminile: comitisa-comitisae e quindi “contessa”.

Principe
: princeps-ipis; femminile: princips uxor-uxoris (moglie del principe, che evidenzia la forte caratterizzazione del sostantivo maschile, reiterata anche nei sinonimi “regia virgo”  – fanciulla del re, fanciulla reale – e “princeps femina-ae”) e quindi “principessa”;

Duca: dux ducis; femminile: dicissa-ducissae e quindi “duchessa”;

Professore: professor-oris; femminile: mulier professor-professoris e quindi “professoressa” (anche qui mulier evidenzia la forte caratura maschile, che trova il giusto equilibrio nel sinonimo “docendi magistra-magistrae, da cui “maestra”);

Dottore: doctor-oris; femminile mulier doctor-doctoris e quindi “dottoressa”;

Avvocato: advocatus-i, termine che non contempla il femminile e quindi resta invariato. È improprio, pertanto, dire “avvocatessa” e ancor più “avvocata”, che fa scadere il termine nella ridicolaggine, da momento che il sostantivo è stato coniato precipuamente per indicare la figura religiosa più importante del firmamento cristiano:  “Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi”.

Arriviamo a ministro, per non farla troppo lunga. “Rei pubblicae administrator- oris”; oppure “gubernator-oris”, procurator-oris e , in ultimo, minister-tri.

Di femminile non se ne parla proprio e già questo basta a rendere il termine invariabile. Sulla scorta di quanto sopra esposto, e sorvolando sul “quarto” termine con il quale è possibile declinarlo in latino, se proprio volete divertirvi inventando un femminile, pertanto, il termine corretto è “ministressa” e non ministra.

Dulcis in fundo, tanto per affondare un po’ il coltello nella piaga, qualora dovesse venirvi voglia di sfogliare un testo di grammatica per studiare il femminile dei nomi, perdetelo un quarto d’ora  in più anche sul capitolo dei verbi servili: quel “sarebbe dovuto essere” pronunciato con metodica e diffusa frequenza fa davvero venire i crampi allo stomaco. Va da sé che invitarvi a ripassare anche i congiuntivi non è proprio il caso perché è sempre buona norma non combattere battaglie perse in partenza.

                                                                                     Lino Lavorgna

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