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Il bullismo e le sue radici

Scuola, lavoro, ambienti ludici, non c’è luogo riservato ai più giovani dove il fenomeno non si manifesti

I primi studi sul bullismo partono dai paesi scandinavi negli anni ’70 del XX secolo, ma anche altri Paesi come la Gran Bretagna e l’Australia, chiesero ai propri esperti di scienze sociali, psicologia giuridica, clinica e dell’età evolutiva, di studiare un fenomeno in espansione. Il primo studioso ad occuparsene fu Dan Olweus (norvegese), dopo il suicidio di due studenti ripetutamente vessati da alcuni compagni, ed ormai non più in grado di sopportare le continue offese; e proprio Olweus può essere considerato il padre di questa branca di ricerca che si è poi evoluta fino ai nostri giorni e che si occupa anche del cyberbullismo. Per Olweus, perché si possa parlare di bullismo è necessario che ci sia:                                 

differenza di forza o potere tra bullo e vittima;                                                                                         

volontarietà da parte del bullo di nuocere alla vittima;                                                                         

che l’atto vessatorio sia ripetuto nel tempo.                                                                               

In merito al primo aspetto se vediamo due ragazzi più o meno della stessa stazza fare a botte, pensiamo ad una rissa tra giovani, mentre il secondo riguarda la volontarietà di arrecare un danno e quindi alla non estemporaneità dell’atto, ma ad un desiderio di fare del male all’altro, mentre il terzo riguarda una condotta bullistica reiterata, in quanto un comportamento di prepotenza protratto nel tempo è una delle sue maggiori connotazioni.                                                                                                                                         

Il bullismo deve intendersi come un fenomeno multidimensionale, dove ad esempio al perseguitato si fa “terra bruciata intorno”, così da isolarlo da compagni ed amici; ma a tali metodi per così dire positivi, spesso se ne affiancano altri di tipo negativo, come la falsa promessa di entrare in un gruppo, con il solo scopo (in realtà) di arrecare danno al “designato”, ad esempio sottoponendolo a rituali o ad attività pericolose. Alzare la posta in gioco e rendere la vittima consenziente al fine di colpirla nel momento di maggiore debolezza, questo è l’obiettivo. E di debolezza parliamo anche oggi, perché si verifica a Bergamo l’ennesimo caso di bullismo nei confronti di minorenni e stavolta anche di un diversamente abile. I carabinieri hanno denunciato un 17enne che frequenta un istituto scolastico superiore della bassa valle Camonica. Il ragazzo pare abbia compiuto svariati atti persecutori nei confronti di 7 studenti minorenni dello stesso istituto, tra i quali uno disabile. Le vittime non volevano più andare a scuola, così che gli atti di bullismo finissero.

Il bullismo, e dunque lo stesso comportamento, in base al contesto ha nomi diversi, ed è mobbing in ambito lavorativo o nonnismo in quello delle forze armate, ma due sono gli elementi costanti: un carnefice ed una vittima.

Assunta Mango

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