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Anna Frank nasceva 90 anni fa: per non dimenticare

Se è vero che la memoria è la cifra identificativa dei popoli, gli anniversari scandiscono la vita di una nazione o di interi continenti. Il 2019 celebra eventi che a distanza di un secolo hanno segnato l’ingresso nell’età moderna.

Il Novecento secondo Giovanni Arrighi inizia con la prima globalizzazione mondiale, ed è ricordato come il tempo di Hiroshima, della conquiste nello spazio, del progresso tecnico-scientifico, della violenza e dei nazionalismi. Una miccia nel cuore dell’Europa che innescò la grande guerra, madre incinta dei totalitarismi e di quello che ricordiamo con il nome di antisemitismo.

La spina dorsale del regime nazista che ha individuato nella persecuzione degli ebrei, l’attuazione di un piano criminale. E che lo si voglia chiamare genocidio, olocausto oppure Auschwitz (dal luogo delle deportazioni), la tragedia di un intero popolo è diventata il tratto distintivo del più radicale degli stermini.

Le immagini degli orrori ancora trasmesse, le testimonianze, le lacrime dei sopravvissuti, il pellegrinaggio nei luoghi simbolo dei massacri, sono una letteratura conosciuta in tutto il mondo. Quest’anno ricorre l’anniversario della nascita di uno dei simboli più riconoscibili dell’olocausto, una giovane donna che ha consegnato ai posteri il racconto della verità.

Anna Frank avrebbe compiuto 90 anni, era nata il 12 giugno del 1929 a Francoforte da una famiglia ebraica rifugiatasi ad Amsterdam dopo l’ascesa dei nazisti al potere. Il suo diario tradotto in oltre 60 lingue, ha venduto 30 milioni di copie ed è stato inserito nel 2009 dall’Unesco nell’elenco delle Memorie del mondo. I due anni di clandestinità condotti in un edificio sede della ditta alimentare Gies&Co., sono stati per la quindicenne teatro di speranze riposte, timori e sogni ancora da realizzare. Un’eredità conservata in un quaderno rosso e alcuni taccuini scritti a mano, un lascito che il regime non è riuscito a distruggere.

Anna Frank è morta di tifo nel febbraio 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen in bassa Sassonia. Alcuni amici di famiglia che li avevano aiutati a nascondersi nel covo riuscirono a salvare e consegnare il diario di Anna al padre Otto, unico sopravvissuto, che ne curò poi la pubblicazione nel 1947. Sono passati più di 70 anni dall’olocausto, e la storia sembra  averci guidato verso nuove conquiste e traguardi.

Eppure in quella che oggi il sociologo  Zygmunt Bauman definisce la “modernità liquida”, altre minacce si annidano nelle società aperte del nostro tempo. Incerti, fragili e incapaci di ricongiungerci a un potere percepito come minaccia, non riusciamo a riconquistare il controllo sulle forze che determinano la nostra condizione comune. Il demone della paura continua sotto altre forme a guidare i nostri timori ciclici, individuali, collettivi e quotidiani. 

Marita Langella

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