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17 febbraio 1600: “Meglio una morte animosa che una vita imbelle”

Quattrocentoventi anni fa, il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno fu arso vivo in piazza Campo de’ Fiori e le sue ceneri disperse nel Tevere. L’artista napoletano Ciro Cerullo, meglio noto come Jorit, gli ha recentemente dedicato un dipinto, raffigurandolo con il volto di Gian Maria Volonté, che impersonò il filosofo nel famoso film diretto da Giuliano Montaldo, nel 1973.  “Meglio una morte animosa che una vita imbelle” è la frase scelta come didascalia, tratta dall’opera “De monade, numero et figura”, nella quale Bruno si richiama alle tradizioni pitagoriche, attaccando la teoria aristotelica del motore immobile, principio di ogni movimento.

La “Nuova Accademia Olimpia”, che opera a Caserta dal 1993, lo scorso 15 febbraio ha organizzato una conferenza dal titolo: “Giordano Bruno, precursore di una scienza nuova”. Relatore il fisico Franco Ventriglia, che ha concluso il suo intervento citando proprio la famosa frase e preannunciando che il “Maggio dei monumenti”, rassegna culturale che si svolge nel centro storico di Napoli, sarà dedicato a Giordano Bruno.

Franco Ventriglia, docente di Elettrodinamica Classica e storia della fisica presso l’università Federico II di Napoli, ha tratteggiato la figura di Giordano Bruno soprattutto in funzione del suo rapporto con la scienza, senza disdegnare le implicazioni filosofiche e teologiche.  In particolare ha tenuto a porre in evidenza il ruolo di “ambasciatore del pensiero di Copernico” e il mancato tributo da parte di Galileo al suo pensiero, contestato anche da Giovanni Keplero e Tommaso Campanella, che chiesero più volte a Galileo come mai Giordano Bruno non fosse mai citato nelle sue opere.

Molto interessanti anche “gli echi bruniani”, soprattutto quelli reperiti nell’opera di Shakespeare, del quale cita alcuni versi tratti da “Amleto” e “Antonio e Cleopatra”. Più caratterizzanti quelli dell’Amleto: “Dubita tu che le stelle siano fuoco; dubita che il sole si muova; dubita che la verità sia una bugiarda, ma non dubitare mai che io amo”. Il cielo stellato, visto come fuoco, è la concezione degli antichi, da Bruno contestata; è Bruno che parla anche rispetto al movimento solare; la verità bugiarda è la Bibbia, che trova ampio spazio nell’opera “La cena de le ceneri”, dedicata a Michel de Castelnau, ambasciatore francese a Londra nel 1584, presso il quale il filosofo era ospite dopo aver lasciato la Francia l’anno precedente. Bruno asserisce che la Bibbia non può essere presa in considerazione per quanto concerne la natura delle cose e il campo scientifico: “E non è cosa alla quale naturalmente convegna esser eterna, eccetto che alla sustanza, che è la materia, a cui non meno conviene essere in continua mutazione”. (1)

Relativamente al mondo contemporaneo, Ventriglia cita Donna Haraway, “filosofa” statunitense, capo-scuola della teoria cyborg, branca del pensiero femminista che studia il rapporto tra scienza e identità di genere, autrice del saggio “Chthulucene – sopravvivere su un pianeta infetto”, nel quale suggerisce di coltivare le relazioni tra esseri umani e tutte le specie che vivono sulla terra per contrastare i pericoli che affliggono l’umanità. “Generate parentele, non bambini” è l’invito stridente e abbastanza controverso della Haraway, per la quale, evidentemente, le azioni degli ambientalisti e degli scienziati per scuotere le coscienze sono inefficaci (2).

Ultimata la relazione, il professore Renato Fedele, organizzatore della conferenza, ha invitato i presenti a porre delle domande, ma ve ne sono state solo due: la mia e quella di un altro signore, che ha chiesto lumi sui principi fondamentali del pensiero di Giordano Bruno.

A Ventriglia ho chiesto ciò che, sin dai tempi “scolastici”, ha costituito un quesito irrisolto, anche quando posto ad autorevoli accademici, tra i quali mi piace ricordare Riccardo Campa, a suo tempo docente di Storia delle dottrine politiche presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università Federico II: “Premesso che è la prima volta che sento un fisico parlare di Giordano Bruno, vorrei chiedere a lei ciò che costituisce un antico dubbio, mai chiarito anche da suoi autorevoli colleghi del campo umanistico. Ho sempre sospettato che Giordano Bruno avesse sfruttato il monachesimo solo per essere facilitato negli studi e che, in cuor suo, se non proprio dei principi di ateismo albergasse quanto meno un forte agnosticismo. Che cosa ne pensa al riguardo?”.

Ecco la sua risposta.

“Beh, che vi sia stato un interesse non prevalentemente teologico bensì intellettuale nella scelta di Bruno di aderire all’ordine dei domenicani questo è indubbio. D’altro lato è altrettanto indubbio che nella scelta di Erasmo, come suo maestro ideale, ci sia una tensione morale e religiosa che è innegabile. E che questa tensione sia all’opera anche nei suoi dialoghi questo è altrettanto innegabile. Vi sono recenti studi che attribuiscono a Bruno, attraverso la lettura del Ficino, il ritorno alle origini vere del cristianesimo. Questa è una lettura problematica, a mio avviso. Sta di fatto che Giordano Bruno si pone come l’anticristiano per eccellenza, nel senso che è contro la figura di Cristo, questo “centauro” – dice – che è un’unione impossibile di “infinito” e “finito”. Da questo, poi, a non vedere l’esistenza di un divino, ma un divino all’opera in tutto l’universo, questo è altrettanto innegabile, altrimenti la sua cosmologia non sarebbe nulla. Il suo infinito non è solamente un infinito materiale, non è un apeiron senza confini, è un infinito reale perché reale è il dio che sta producendo e che ha prodotto quell’infinito e che oggi noi osserviamo come natura”.

La conferenza è disponibile su “Youtube” con il seguente titolo: “Giordano Bruno – meglio una morte animosa che una vita imbelle”.

NOTE

L’opera, scritta in italiano (molto diffuso in Inghilterra negli ambienti colti, in quel periodo), risulta di fondamentale importanza perché Bruno in essa elogia Copernico che, con il “De revolitionibus”, poneva il sole e non la Terra al centro delle orbite planetarie, in netto contrasto con il sistema tolemaico. L’opera è divisa in cinque dialoghi ed è nel quarto che Bruno parla della Bibbia, nella quale si sostiene che la Terra sia immobile, al centro dell’universo, cosa che induce molti filosofi ad assecondare questo assunto solo per non entrare in conflitto con la Chiesa. Bruno asserisce che la Bibbia non si occupa di argomenti scientifici e quindi, almeno in questo campo, non va presa in considerazione: essa è stata scritta per “il volgo e la sciocca moltitudine” e l’errore più grossolano è proprio quello commesso dai filosofi che non hanno compreso tale fondamentale aspetto.

L’attualità del pensiero di Giordano Bruno, alla base di una modernità ancora tutta da (ri)scoprire – l’infinità dell’Universo, le molteplici galassie e le molteplici intelligenze, il rapporto mente-corpo oggi dimostrate anche dalle neuroscienze – è fuori discussione e conclamata dai saggi di autorevoli studiosi afferenti sia al campo filosofico sia scientifico. La Haraway, la cui caratterizzazione come “filosofa” ho virgolettato perché a mio avviso impropria ed eccessivamente gratificante, ritenendola più assimilabile a quelle predicatrici post new-age, molto popolari negli USA, dove le sette di qualsivoglia natura hanno largo seguito, proprio non può essere inclusa nel composito e qualificato gruppo di studiosi, che a pieno titolo abbiano affrontato le distonie del mondo contemporaneo, anche in relazione con il pensiero degli antichi filosofi. La sua citazione “pubblicitaria” (il saggio è di recentissima pubblicazione), pertanto, è una palese forzatura che il pur bravo fisico ha effettuato in ossequio a una “visione politica” dell’argomento, sicuramente ancorata ai suoi trascorsi sinistrorsi, tra l’altro da egli stesso enunciati a conclusione dell’intervento.

 Lino Lavorgna

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