ROMA – Proseguono anche nella giornata di oggi le discussioni tra i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia con esponenti del Movimento palestinese Hamas sulla seconda fase del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.Al tavolo, al Cairo, presenti anche esponenti di diversi altri gruppi palestinesi: il nodo resta il disarmo dei gruppi di resistenza, a partire da Hamas, responsabile dell’aggressione del 7 ottobre 2023 a cui Israele ha risposto radendo al suolo la Striscia. Il governo di Tel Aviv esige che il gruppo rinunci a tutte le armi. Hamas si dice pronto a farlo a patto che l’esercito israeliano – che occupa quasi il 70% di Gaza – si ritiri completamente.
Stando a fonti interne palestinesi, il nodo è proprio questo, intanto è stata avanzata una proposta di compromesso: i vari movimenti militarizzati sarebbero disponibili a cedere parte dei loro armamenti a una rappresentanza palestinese ad hoc – ancora da istituire – tra cui, oltre ad Hamas, figurano la Jihad islamica e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Assente Fatah, il partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas. Le fonti palestinesi hanno chiarito che sarà comunque molto difficile convincere Israele e quindi ora “Egitto e i mediatori sono al lavoro per elaborare una formula più accettabile, che tenga conto del consenso raggiunto”.
Oltre a questo scoglio, grandi assenti dal processo di pace sono tutti gli altri temi che hanno a che fare con la ricostruzione di Gaza e il rispetto del diritto umanitario.”Un rapporto delle Nazioni Unite di questi giorni riferisce che, a causa della guerra, lo sviluppo umano a Gaza è regredito di 77 anni, tornando ai livelli del 1949″ dichiara all’agenzia Dire Paolo Pezzati, portavoce di Oxfam Italia. Pezzati denuncia che, dopo l’approvazione da parte dell’Onu del piano di pace promosso dall’amministrazione Trump più di sei mesi fa, “gli impegni umanitari non sono stati ancora assolutamente rispettati cosi come gli obiettivi fissati dal piano stesso”.Pezzati tiene a evidenziare che “gli aiuti alla ricostruzione vengono subordinati agli interessi politici e militari, violando il diritto internazionale che li vuole incondizionati” e poi avverte: “C’è ancora il blocco sull’ingresso degli aiuti. Israele, con la scusa del ‘doppio uso’ militare e civile dei beni, vieta tutta una serie di cose essenziali come generatori di corrente, pezzi di ricambio per ambulanze o ecografi. Così, il collasso sanitario e delle infrastrutture prosegue e tra le 6 e 10 persone muoiono ogni giorno a causa del blocco o del limitato uso delle evacuazioni mediche. Inoltre, il 90% delle infrastrutture idriche sono distrutte e ciò provoca epidemie e infestazioni soprattutto tra gli sfollati, che sono quasi l’intera popolazione di Gaza: circa 2 milioni di persone”.Infine, quanto al cessate il fuoco, “abbiamo visto un’espansione del controllo militare di Israele sulla Striscia pari al 64% e secondo le notizie, Israele intende espanderlo ancora”. Per questo, conclude Pezzati, “gli Stati membri dell’Onu dovrebbero agire per ottenere un reale cessate fuoco, l’apertura stabile di tutti i valichi di frontiera e lo sblocco dei corridoi per le evacuazioni mediche. Inoltre devono trovare un accordo per finanziare la ricostruzione senza permettere che gli aiuti siano usati come arma di ricatto politico e, soprattutto, è necessario che la ricostruzione sia realmente in mano ai palestinesi”.
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