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Ucraina: riflessioni su timore, speranza, invidia e odio

Guerra in Ucraina

Le persone con sano equilibrio, buon livello culturale e adeguata preparazione per valutare le problematiche sociali con l’occhio distaccato di chi non sia prigioniero dei pregiudizi ideologici o degli interessi di parte, con l’invasione dell’Ucraina hanno sviluppato una dicotomia di sentimenti equamente divisi tra timori e speranze.

È perfettamente normale restare intimoriti dalle velleità espansive di una potenza nucleare che attacca un Paese libero e dalle continue esternazioni di chi la governa, i cui toni ci precipitano negli anni grigi della guerra fredda, ma con maggiori apprensioni.

Parimenti, però, il buon senso porta a ritenere che l’Occidente, pur con tutti i suoi limiti, le divisioni interne, le mille contraddizioni, non può permettersi di lasciare campo libero al tiranno di Mosca e in qualche modo riuscirà a creare i presupposti per fargli abbassare la cresta.

Timore e speranza ci accompagnano quotidianamente in questi mesi di guerra, con leggere oscillazioni a vantaggio dei primi, che però non hanno mai annichilito la seconda. Grazie soprattutto al forte aiuto offerto da USA e Gran Bretagna per quanto concerne gli armamenti e a quello della UE precipuamente sotto il profilo umanitario, l’Ucraina, che Putin pensava di conquistare in tre giorni, sta ancora resistendo.

Zelensky si è dimostrato sin dal primo momento un uomo fuori del comune, come nessuno avrebbe mai potuto immaginare nei normali tempi di “pace”.

La straordinaria capacità di guidare il Paese in uno dei momenti più difficili di una storia comunque già di per sé abbastanza tormentata, ha lasciato stupefatto il mondo intero e, detrattori interessati a parte, gli analisti di geopolitica, i giornalisti che da tutto il mondo si sono recati in Ucraina per farci vedere la “guerra in diretta”, i politici, i burocrati di Bruxelles e le alte sfere della Nato, non hanno avuto alcuna difficoltà nell’esaltarne pubblicamente il coraggio, la determinazione, la capacità di trasmettere fiducia e “speranza” nonché quella forza interiore che gli consente di non cedere mai a quello stress psico-fisico che non avrebbe sorpreso nessuno, considerata la sproporzione delle forze in campo. 

La sorpresa, invece, è stata l’esatto contrario. E giorno dopo giorno Zelensky sta conquistando, sempre più prepotentemente, quell’importante ruolo nelle pagine belle dei libri di storia solitamente riservate agli Eroi.

Nei giorni scorsi, senza tentennamenti, ha rimosso da importanti ruoli molti funzionari, tra i quali il capo dei servizi segreti, la procuratrice generale che indaga sui crimini di guerra russi (ossia il magistrato più importante del Paese) e il responsabile dei servizi segreti per la Crimea, da cui sono partiti i carri armati russi che hanno conquistato Kherson in poche ore, senza sparare un solo colpo. In pratica, molti alti dirigenti degli apparati statali, si sono trasformati nella classica “quinta colonna” al servizio del nemico.

La “quinta colonna”,  se come espressione concettuale risale ad epoca recente (il generale Emilio Mola, durante la guerra civile spagnola, rispondendo alle domande dei cronisti, spiegò che, ai fini della vittoria, oltre alle “quattro colonne” della sua armata, contava sulla “quinta colonna” costituita dai gruppi filomonarchici e franchisti che agivano clandestinamente a Madrid), nella realtà dei fatti trova riscontri storici sin dai tempi antichi.

Non stupisce, quindi, quanto verificatosi in Ucraina, essendo ancora in servizio nei gangli vitali del Paese soggetti assunti quando al potere vi era un governo filo-russo. Nessuno in Europa, del resto, pensava che Putin si sarebbe spinto a tanto, ritenendolo addirittura un partner così affidabile da mettersi nelle sue mani per gli approvvigionamenti vitali. I pochi capaci di interpretare gli scricchiolii della storia, per i quali erano ben chiari i suoi propositi e la vera natura, eloquentemente affiorati e riaffermati nell’ultimo ventennio con le invasioni della Cecenia, della Georgia, della Crimea e la massiccia repressione interna degli oppositori, sono stati trattati alla stregua di Cassandra, quando non peggio. Peccato che Cassandra avesse ragione.

Ora, però, Zelensky corre un rischio che non va sottaciuto, proprio perché prevenire è meglio che curare. 

La sua figura “gigantesca” obbliga tutti noi a confrontarci con la paura e la capacità di fronteggiare gli eventi più drammatici e terribili. Per quanto la mente di ciascuno sia “attrezzata” a giustificare sempre le proprie azioni, anche quelle più bieche, non riesce a obnubilarle se non in casi molto particolari.

Nella fattispecie è chiaro a tutti che le sue peculiarità sono merce rara nella stragrande maggioranza degli individui. Per dinamiche che afferiscono alla natura umana, sulle quali oramai non vi è più nulla da scoprire,  quanto più alto è il potere esercitato tanto più forte è il sentimento di invidia nei confronti di coloro che palesano una evidente “superiorità”.

L’invidia è il primo stadio dell’odio, quel nefasto sentimento che strugge l’anima quando le capacità e le eccellenze altrui, fungendo da parametro comparativo, vengono percepite come una minaccia alla propria autostima e alla considerazione altrui.

Per meglio comprendere le dinamiche di questo “pericoloso” processo mentale è opportuno leggere il bellissimo romanzo di Yukio Mishima Il padiglione d’oro, ispirato a una storia vera:  un monaco storpio, afflitto per la bellezza di una pagoda, la distrusse dandole fuoco. Il romanzo cesella in modo impeccabile il rapporto tra invidia (il desiderio di infierire nei confronti di qualcuno che ci fa sentire inferiori o inadeguati, come nel caso del mobbing, per esempio) e l’odio (che tende alla distruzione totale di chi faccia troppa ombra).

All’inizio del conflitto Zelensky e il suo popolo sono stati considerati “bisognosi di aiuto” con uno spirito di umana solidarietà che nobilita senz’altro i soccorritori. Il pensiero che accompagnava  le nobili azioni, tuttavia, era ancorato al pregiudizio di “intrinseca debolezza” che si è sgretolato nel giro di poche settimane, a mano a mano che affiorava la straordinaria capacità di resistenza, il coraggio dei soldati pronti a sacrificarsi per difendere la propria patria, la forza d’animo di donne capaci di imbracciare il fucile con impressionante determinazione e di alzare il dito mignolo al cospetto di nemici pronti a far fuoco da una potente corazzata, mandandoli a quel paese. Sarebbe potuto facilmente scappare, Zelensky, ma non lo ha fatto.

Sarebbero potuti facilmente scappare civili e soldati, ma non lo hanno fatto! Combattono! E con quale determinazione! Diciamocelo senza tanti giri di parole: se l’Italia dovesse subire una invasione analoga, i nostri giovani che vediamo quotidianamente smarrirsi inseguendo i falsi miti della più becera perversione, saprebbero opporsi allo stesso modo? Non serve rispondere.

Il rischio grande che corre Zelensky, quindi, è che si registri quell’effetto distorsivo che,  per fortuna, non tocca ancora le stanze del potere e abbonda solo negli strati bassi e incolti della popolazione: “Ma che vuole ΄sto  Zelensky – si legge nei social – ci sta rovinando la vita. Si arrendesse e la facesse finita. Ci voleva pure l’Ucraina a romperci le palle, adesso”.

Bisogna fare di tutto affinché nei confronti del popolo ucraino si preservino, senza tentennamenti, spirito solidaristico, simpatia e rispetto, parlando di loro ogni giorno, riportando i terribili colpi inferti dalla ferocia russa, smontando le menzogne assurde e trattando con sarcasmo quelle ridicole, una delle quali appena resa nota, che imputa i mancati successi dell’invasione alla presenza di “soldati mutanti” rinforzati dagli USA, ossia quegli imbattibili super eroi che popolano i film basati sui fumetti, capaci di attraversare le mura e colossali incendi senza patire alcun danno, nonché di respingere i colpi di cannone col palmo della mano e abbattere gli aerei con dardi infuocati o addirittura volando sopra di loro, come Superman.

Se si dovesse allentare la tensione emotiva; se si dovesse permettere che la scoperta della forza interiore di un intero popolo generi invidia non solo tra le persone di basso profilo, per l’Ucraina sarebbe la fine. E con la sua fine inizierebbero guai seri per tutto il Continente.
Non stanchiamoci mai di parlare di loro, quindi, assicurando il massimo sostegno nei limiti delle possibilità di ciascuno. Oggi in Italia si discutono le sorti del Governo ed è giusto che i media dedichino la massima attenzione alla crisi politica. Io preferisco parlare di Ucraina e del suo fantastico leader, per non far scendere troppo il livello di attenzione su di loro.

                                                                                       Lino Lavorgna

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