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Ucraina nella Ue e combattenti di Azovstal: basta con i tentennamenti

DUDA E ZELENSKY

Vi è una differenza sostanziale tra un uomo completamente libero e un altro che, invece, debba dare conto di ciò che pensa a un potentato qualsiasi: partito, governo, gruppo economico, linea editoriale, etc.

Dando per scontato che entrambi abbiano livello culturale, titoli e risorse intellettive in grado di analizzare le complesse fenomenologie sociali senza quelle distonie che possano portare fuori strada, su ogni fatto giungeranno alla stessa conclusione. Il primo, però, la esporrà esattamente come l’abbia concepita; il secondo l’adatterà alle esigenze del gruppo di cui fa parte. Laddove si dovesse registrare qualche eccezione, nel campo dei secondi, il prezzo da pagare sarebbe altissimo: perdita del potere conquistato nei Paesi dove viga un minimo di libertà; prigione o morte nei sistemi dittatoriali.

Queste differenze valgono sempre e si esasperano molto durante le guerre. Per rendere l’idea si possono immaginare gli uomini liberi all’interno di un sommergibile circondato da sommozzatori muniti di potenti fucili laser, con i quali sparino a turno, provocando dei fori dai quali entri acqua.

L’uomo libero, all’interno, non fa in tempo a tappare un foro che subito ne spunta un secondo da un’altra parte. Quando il gioco si fa più duro, i sommozzatori, che nella narrazione immaginifica impersonano gli schiavi al servizio dei potenti, iniziano a sparare tutti insieme e per l’uomo libero non vi è più nulla da fare. Non riuscirà a tappare i buchi e in poco tempo vedrà il sommergibile pieno di acqua e dovrà abbandonarlo, sempre che vi riesca.

Non siamo ancora a questo punto per quanto concerne la terribile guerra che si sta combattendo in Ucraina, ma ci stiamo avvicinando fortemente a un punto di non ritorno. Mentre sembra che l’Occidente abbia chiaro il presupposto che la Russia debba essere sconfitta militarmente e che bisogna accelerare il procedimento di adesione all’Unione Europea, come per esempio asserito dal presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen,  dal nostro presidente del Consiglio Draghi, dal presidente polacco Duda, da molti altri autorevoli politici e soprattutto da molti analisti, intellettuali, accademici e giuristi, all’improvviso arriva qualcuno che tira la classica pugnalata alla schiena per fini reconditi circoscritti al proprio orticello.

Nel giro di tre giorni il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il neo ministro francese per gli Affari europei (dicastero che sarebbe più coerentemente definire “Affari francesi nella Ue”) Clément Beaune, hanno tirato due fendenti da KO che spezzano il fiato: per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, secondo loro, occorrono almeno quindici – venti anni, ossia un tempo più che sufficiente affinché gli ucraini facciano la fine dei polacchi a Katyn, con prospettive, però, così esasperate da cancellare per sempre il Paese dalle mappe geografiche, relegandolo esclusivamente nelle pagine buie della Storia.

I “putiniani de noantri”, che in Italia sono come i cinghiali delle campagne romane, indistruttibili e prolifici, ne hanno subito approfittato per mettere un carico da dieci alle dichiarazioni (molto interessate per fatti interni) franco-tedesche, unendosi al coro con le loro litanie, un po’ stonate e tanto fastidiose.

Incuranti della nave in avaria e prossima a colare a picco, infatti, si affannano a spiegare, con la saccenteria tipica di chi si autoproclami “maestro”,  anche a chi, rispetto a loro, “maestro” lo sia davvero, come costruire una nave inaffondabile. Nella fattispecie, le procedure per l’adesione all’UE.

Evitiamo di sprecare tempo e veniamo al dunque, per evitare il disorientamento dei cittadini che, in virtù di ciò che leggono e sentono, si fanno delle opinioni dalle quali poi scaturiscono le scelte politiche.

A loro esclusivo beneficio, pertanto, diciamo subito, a scanso di equivoci, che i tempi richiesti per consentire a uno Stato di entrare nella Ue sono davvero lunghi, dovendo valutare una serie infinita di elementi che ne stabiliscano la “condivisione dei valori comuni”. Non a caso vi sono Paesi che aspettano da anni, nonostante gli sforzi per adeguarsi a quei valori, e Paesi che non entreranno mai, come la Turchia, perché di quei valori sono la negazione assoluta.

Per quanto concerne l’Ucraina, gli oppositori al suo ingresso nella Ue mettono in evidenza artatamente “gli attuali” confini geografici, ovviamente non chiari e ben definiti proprio in virtù dell’aggressione russa, e il mancato soddisfacimento di molti presupposti previsti da quei trentacinque capitoli divisi in sei gruppi tematici, qui omessi per amor di sintesi, che ciascuno può visionare autonomamente visitando il sito dell’Unione Europea.

La von der Leyen, invece, insieme con tutti coloro che sostengono la richiesta di adesione, spiega con chiarezza che è fuori discussione la condivisone dei valori, dimostrata già da molto tempo, con le più volte citate manifestazioni “Euromaidan”:   milioni di ucraini scesero in piazza per urlare con forza il desiderio di diventare “pienamente” cittadini europei e indussero alla fuga Viktor Janukovyč, presidente “fantoccio” al servizio di Mosca.

Con l’elezione di Petro Oleksijovyč Porošenko prima e soprattutto con quella di Volodymyr Zelens’kyj nel 2019, la spinta europeista si è sviluppata nel Paese in modo ancora più consistente, diventando l’esigenza primaria della maggioranza dei cittadini. È evidente che le condizioni “economiche” attuali e altri presupposti primari nel campo dei “servizi sociali” non soddisfino i parametri richiesti dai rigidi protocolli stabiliti dai Trattati.

E ci mancherebbe altro, con tutto quello che sta succedendo! È altrettanto evidente, però, che la “ricostruzione” del Paese in macerie non può riguardare la sola Ucraina e che il mondo “occidentale”, faro di civiltà e di solidarietà, come ama definirsi, deve creare i presupposti per un valido e rapido sostegno, agendo sia con proprie risorse sia richiedendo il giusto tributo ai vili aggressori, magari utilizzando anche le loro  riserve valutarie congelate dopo l’attacco, come suggerito dal capo della diplomazia europea, Josep Borrell. Velocizzare l’ingresso dell’Ucraina nella Ue significa  “velocizzare” i tempi della sua ricostruzione, inducendo anche  la Russia a “miti consigli” e a farle abbassare la cresta.

Più di ogni altra cosa, però, significherebbe accelerare anche quel processo di integrazione europea che deve sfociare nella vera unione politica, ossia verso quegli Stati Uniti d’Europa che, con un governo federale e un unico esercito, la cresta la farebbero abbassare al mondo intero.

Tutto ciò premesso, vi è un secondo aspetto che l’Europa, questa Europa, deve affrontare con urgenza e determinazione, senza tentennamenti, per far comprendere ai russi (e anche agli occidentali con la testa dura) che il diritto internazionale, da loro già abbondantemente violato invadendo uno Stato libero, non è un “optional” che si può eludere a piacimento.

Come noto, nelle loro mani sono caduti i combattenti del battaglione Azov, dopo l’eroica resistenza nelle acciaierie Azovstal. (Mi permetto di segnalare il link alle  foto pubblicate nel mio blog, che come sempre sono più eloquenti delle parole: “Dmytro Kozatsky – Combattente ucraino”)

Questi valorosi soldati rischiano di essere processati “come terroristi” perché accusati di avere simpatie naziste, il che implicherebbe la loro immediata condanna a morte.

Spieghiamo con chiarezza i fatti in quanto la materia è delicata e non si deve prestare a equivoci interpretativi.

Nel battaglione Azov vi sono senz’altro dei combattenti che, per limiti culturali e una distorta visione del mondo, possono essere imputabili di simpatie “eticamente inaccettabili”. Alcuni, ma non tutti.  Chiarito questo, tuttavia, va spiegato bene che sono “cittadini ucraini” e devono rispondere delle loro azioni “esclusivamente” al popolo ucraino e agli organi di Giustizia che lo rappresentano.

Non è compito dei russi giudicarli per le azioni commesse nella loro patria perché, se lasciassimo passare questo pazzesco presupposto, dovremmo “invadere” tutti gli Stati che nel proprio territorio abbiano dei criminali (a cominciare dalla Russia), terroristi e forze di vario genere che sostengono i misfatti dei loro governanti. (Ogni riferimento a Egitto, Turchia, Siria, Azerbaigian e a tanti altri Stati non citati, “non” è casuale).

I combattenti di Azovstal, pertanto, sono prigionieri di guerra e vanno trattati secondo i principi della Convenzione di Ginevra. Quando la guerra sarà finita e torneranno a casa, saranno gli ucraini che decideranno se processarli o conferire loro la medaglia d’oro per aver impedito l’avanzata russa nel cuore della Patria.

                                                                                     Lino Lavorgna

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