Su Tv luna arriva “SuperGoal”
16 Ottobre 2020
Continuano gli arresti in Bielorussia
19 Ottobre 2020
Mostra tutto

Non lasciamo soli gli armeni

Premessa

Questo articolo non si propone di spiegare le cause del conflitto tra Armenia e Azerbaigian ma solo di stimolare un impegno civile, solidaristico, nei confronti del popolo armeno, che soffre più per l’ignominiosa indifferenza delle potenze occidentali che non per i feroci attacchi dei nemici. Gli scarni riferimenti ai fatti contingenti, pertanto, sono espressi a titolo di esempio e vanno considerati come stimolo al necessario approfondimento. È impossibile, in un articolo, fornire una chiara rappresentazione di eventi che possono essere ben compresi solo a fronte di una piena conoscenza dei fatti pregressi.

Nell’articolo è utilizzata la parola “Artsakh” per indicare il territorio impropriamente definito dai media di tutto il mondo  “Nagorno-Karabakh”.  “Nagorno” è una parola russa che significa “montagna”;  “Karabakh” è una parola di origine turca e persiana che significa “giardino nero”. Russia, Turchia e Iran sono soggetti fortemente coinvolti nella vicenda e, proprio per sancire in modo ancora più pregnante il diritto di un popolo di essere lasciato in pace, il territorio conteso sarà definito con il suo vero nome: Artsakh, che rimanda ad Artaxias I, re dell’Armenia dal 190 al 160 a.C. e fondatore della dinastia degli Artassidi, subentrata  agli Orontidi,  presenti in Armenia sin dal VI secolo a.C. Anche la questione terminologica comprova la confusione che aleggia intorno alle vicende di quell’area geografica.

L’intricata matassa

Come anticipato in premessa, occorrerebbe scrivere almeno un saggio per fornire un quadro informativo esaustivo su un contesto geo-politico che vede contrapporsi troppi attori. L’alleanza militare con la Turchia, che foraggia gli azeri nella rivendicazione dell’Artsakh, rende impossibile ogni concreto aiuto a livello istituzionale, al di là dei formali richiami alla pace e degli stucchevoli e inutili bla bla bla diplomatici, che non cambiano la sostanza delle cose. Gli azeri, di fatto, violano sistematicamente la tregua sottoscritta grazie alla mediazione della Russia e la comunità internazionale fa finta di non vedere.

Una compiuta trattazione della vicenda bellica, inoltre, non potrebbe prescindere dai sentimenti di imbarazzo che pervadono gli analisti in virtù delle tante contraddizioni da gestire. Alcuni esempi possono far percepire le difficoltà che si riscontrano quando ci si muova in quel ginepraio. È normale che gli armeni provino sentimenti ostili nei confronti dei dirimpettai, non scevri da quello più terribile, ossia l’odio; è altresì normale che siano ricambiati con la stessa moneta, essendo il popolo azero convinto,  per induzione e non certo per convinta deduzione scaturita da severi studi, che il territorio conteso sia realmente di loro pertinenza. Illuminante, a tal proposito, quanto asserito dallo scrittore polacco Ryszard Kapuściński: “In realtà nessuno sa veramente spiegare perché armeni e azeri si odino tanto. Si odiano e basta! Lo sanno tutti, lo hanno succhiato col latte materno”. (“Imperium”, Universale Economica Feltrinelli, 2013.  L’autore scrive ben 320 pagine per percorrere un “viaggio” approfondito, dal 1939 al 1992, in quei territori dissoltisi in mille rivoli e staterelli dopo il crollo dell’URSS, ben spiegando le oscure, complesse e violente realtà, spesso condizionate dall’ignoranza e dalle altrui manipolazioni, rese ancora più inesplicabili da una confusione di lingue e culture che rimandano al mondo dopo il crollo della Torre di Babele).

Il legittimo afflato di simpatia, tributato agli armeni dagli osservatori occidentali di un certo peso, esclude i sentimenti di odio nei confronti degli azeri, tanto per il normale rifiuto di un sentimento così estremo quanto per la consapevolezza che anche gli azeri sono vittime di giochi più grandi di loro, fomentati da  soggetti esterni fortemente interessati a scompaginare quell’area geografica, per ragioni molto meno nobili di quelle paventate dagli eserciti in lotta. Manifestare apertamente questa distinzione, però, non è facile, soprattutto nelle relazioni con gli amici armeni. Altra complessa gatta da pelare riguarda la Russia, che ha una base militare in Armenia e di fatto funge da garante per la sua integrità territoriale. Occorrerebbero, tuttavia, ben più di 320 pagine per far comprendere il vero ruolo della Russia, senza far nascere equivoci quando, a denti stretti e con palpabile imbarazzo noi occidentali dobbiamo sostenere: “Meno male che Putin c’è”.  Equivoci facilitati anche dalla preponderanza di una narrazione storiografica fortemente partigiana e quindi lontana mille miglia dalla realtà. Si dovrebbe smontare pezzo per pezzo, per esempio, il tentativo di legittimare il diritto degli azeri a governare l’Artsakh con riferimenti che risalgono addirittura a quattrocentomila anni fa. (Non è un errore di battitura: ho scritto proprio quattrocentomila). 

Dopo aver esaustivamente definito cosa sia realmente accaduto dai tempi della dominazione romana fino al crollo dell’URSS, soffermandosi adeguatamente sui fatti del 1915, bisognerebbe attaccare con decisione quello che si può definire il “dolce inganno”, con riferimento alle tante trappole che l’uomo ha saputo creare, nel corso della sua esistenza, per trasmettere il male facendolo passare per bene. All’insegna di accattivanti espressioni concilianti, tipo  “vogliamoci bene” e “basta con la guerra”, autentici campioni della comunicazione fanno passare l’idea, apparentemente bellissima, che l’unica via per la definitiva risoluzione del problema sia una abbraccio fraterno tra armeni e azeri, suggellato dal ritorno a casa, ossia nella Grande Madre Russia. Nel  2014, Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan hanno dato vita all’Unione economica eurasiatica e non è un mistero per nessuno che Putin voglia realizzare nell’area ciò che non siamo capaci di fare in Europa: una vera integrazione politica degli stati confinanti. Al momento l’Azerbaigian si è tenuta fuori perché proprio non ne vuole sapere di questo progetto, avendo assaporato il gusto dell’indipendenza e sentendosi ben protetta da Sua Maestà Erdogan, che ispira più fiducia di Putin.

De gustibus non disputandum est  verrebbe da chiosare. Putin, però, è fiducioso e da bravo giocatore di scacchi muove le sue pedine con raffinata strategia, contando anche sui tanti milioni di azeri e armeni che vivono in Russia, con doppio passaporto, utilizzati come le sirene di omerica memoria. “Venite, fratelli armeni; venite, fratelli azeri;  non potete continuare ad ammazzarvi in eterno! Che vita è questa? Vi è un luogo stupendo, su questo pianeta, dove possiamo vivere insieme, in gioiosa armonia e in pace! Questo luogo si chiama Russia! Noi stiamo già qui. E ci stiamo benissimo! Venite anche voi. Vi aspettiamo a braccia aperte”. Il canto delle sirene, per ora, non funziona né per gli armeni, che hanno le idee chiare su come si debbano estrinsecare i rapporti con la Russia, né per gli azeri, che della Russia non ne vogliono proprio sapere.

Con il cuore a Yerevan

Gli armeni sono abituati a essere “dimenticati” e non ci fanno più caso, oramai. Questo dato, però, non impedisce loro di apprezzare la solidarietà, foss’anche quella espressa con un semplice sorriso. Non lasciamolo solo, questo meraviglioso popolo, che da secoli patisce quella triste condizione esistenziale generata dalla consapevolezza di non essere capito dai più, di essere tollerato con fastidio da chi capisce, di essere osteggiato senza ragione (o per subdoli interessi) e di essere sostanzialmente amato senza riserve solo da chi, purtroppo, può fare poco per cambiare le cose. Sono trascorsi oltre cento anni dal genocidio, che ancora non viene riconosciuto come tale da tanti stati. Questa è una delle tante cose che fa male; fa molto male.

Si approfondisca la storia dell’Armenia, in modo da penetrare in un universo conoscitivo che porterà tanta ricchezza culturale. La storia non è maestra di vita, contrariamente a quanto da tanti ingenuamente sostenuto, ma conoscerla è importante, non fosse altro per capire a chi tendere una mano e offrire un fiore. Dopo aver assimilato almeno gli aspetti essenziali di un popolo così travagliato, ciascuno potrà muoversi in piena autonomia, stabilendo contatti con i tanti armeni che vivono in Italia, per esempio, o con i nostri connazionali residenti in Armenia, che in questi giorni di tensione sopperiscono egregiamente alle lacune informative e alle distorsioni mediatiche, inviando “inconfutabili” reportage, essendo le parole scritte sempre corroborate da drammatiche immagini.

Al di là dei tanti saggi facilmente reperibili in qualsiasi web store, in rete non è difficile trovare una ricca messe di documenti per un approccio sufficiente a chiarirsi le idee. Non manca la disinformazione, ovviamente, ma per fortuna essa riguarda precipuamente i siti in lingua straniera. In YouTube abbondano documenti visivi molto validi. Basta digitare “Armenia” e  “Genocidio armeno” per visionare molti documentari. Altro strumento valido è il cinema, con film che meritano senz’altro di essere visti: “La masseria delle allodole”; “Ararart”; “Mayrig”; “Quella strada chiamata paradiso (588, Rue Paradis)”; “Il ribelle dell’Anatolia”; “The cut-il padre”; “The promise”. I siti “certificati”, a prova di mistificazione, sono i seguenti:  www.comunitaarmena.it; www.unionearmeni.it.  Per esprimere solidarietà al popolo armeno si può scrivere all’ambasciatore, al seguente indirizzo: info@ambasciataarmena.it. Il sito web dell’ambasciata: www.ambasciataarmena.it).

Gli armeni amano molto l’Italia e il nostro affetto nei loro confronti è pura medicina per lo spirito.

Lino Lavorgna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *