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Mamma, li turchi!

GLI ANTEFATTI

Nel marzo 2011 inizia la guerra civile in Siria, dopo l’arresto dei ragazzi che avevano invocato la caduta del regime con scritte sui muri. La guerra diventa ben presto uno scontro tra potenze, in un intreccio di non facile decantazione. Iran, Russia, Iraq, Cina sono i principali alleati di Bashar al-Assad, meglio noto come “il macellaio di Damasco”, di religione alawita, una branca dello sciismo che, pur essendo un ramo minoritario dell’Islam (anche in Siria, in massima parte sunnita), rappresenta la maggioranza della popolazione in Iran e Iraq. Le forze ribelli dell’Esercito siriano libero possono contare sul sostegno di Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Stati Uniti, Israele, Francia, Giordania, formazioni Jihadiste sunnite, Governo regionale del Kurdistan iracheno, formazioni del popolo curdo (Partito democratico curdo, Unione patriottica del Kurdistan e Partito dei lavoratori del Kurdistan). La faccenda si complica con l’entrata in gioco dell’ISIS, nemico tanto dei ribelli siriani e rispettivi alleati quanto di Bashar al-Assad, ritenuto un ostacolo alla realizzazione del Califfato Islamico. All’interno del conflitto, pertanto, si apre un secondo fronte contro l’ISIS, in Siria e in Iraq, guidato principalmente da USA, Francia e Regno Unito. Altri stati europei, tra cui l’Italia, partecipano con forze inviate come “supporto”. Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein, Qatar e Turchia intervengono solo nel territorio siriano.

I terroristi di Al Qaida, dal loro canto, generando non poco imbarazzo, si uniscono al fronte anti Bashar. Ufficialmente, ma senza che nessuno vi presti credito, viene negato l’aiuto dell’Arabia Saudita e degli altri paesi sunniti all’organizzazione terroristica, che implica l’indiretto aiuto anche degli Stati Uniti, nonostante l’attentato alle torri gemelle del 2001, al quale vanno aggiunti quelli del 1993, sempre al World Trade Center, che causò sei morti e un migliaio di feriti; 1996: base di Khobar in Arabia Saudita, 19 morti e 386 feriti; 1998: Nairobi (Kenia) e dar es Salam (Tanzania), 224 morti, tra i quali 12 statunitensi e migliaia di feriti; 2000: Yemen, diciassette marines trucidati; 2003: Arabia Saudita, 35 morti, tra cui 9 statunitensi, in un triplo attentato contro un residence a Riad; 2008: Yemen, autobomba contro l’ambasciata USA che provocò sedici vittime, compresi i sei kamikaze.  (La lista è ancora più lunga, dal 2004, se si sommano gli attentati che non hanno avuto vittime statunitensi).

Dopo nove anni la Siria è un campo di macerie. La guerra è costata (e sta costando, perché non è ancora finita) centinaia di migliaia di morti e una diaspora di oltre quattro milioni di persone. Bashar al-Assad, dopo aver rischiato molto nel 2013 e nel 2015, è ancora saldamente alla guida del paese e continua a combattere le ultime roccaforti dei ribelli utilizzando anche armi chimiche. Putin gli ha dato una grossa mano, conquistando una posizione centrale e dominante nello scacchiere mediorientale, alla pari dell’Iran, che spera di gestire il business della ricostruzione.

Con la sconfitta dell’ISIS, gli USA ritengono non più indispensabile l’alleanza con le forze curde che, seppure determinanti nella lotta ai fondamentalisti islamici, sono in guerra con la Turchia, alleato degli USA e terzo esercito più importante della NATO. I curdi controllano il Nord-est della Siria, dove sognano di realizzare uno stato autonomo, sul modello del Kurdistan iracheno. Erdogan, però, non ha mai cessato di aspirare al progetto della “grande Turchia”, che si estende su Siria e Iraq, proprio nella zona oggi occupata dai curdi, dove vuole trasferire buona parte dei circa quattro milioni di profughi siriani che ospita nei propri campi, grazie ai sei miliardi di euro ricevuti dall’Unione Europea. L’occupazione del “Rojava” (Kurdistan siriano), però, prevede la cacciata dei curdi o, per meglio dire, il loro sterminio. Il 9 ottobre, secondo consolidate modalità che conferiscono ad azioni criminali presupposti umanitari, la Turchia dà inizio all’operazione “Primavera di Pace”, favorita dal disimpegno USA, che nei giorni precedenti aveva ritirato le proprie truppe proprio per lasciare spazio all’intervento militare di Ankara.

I FATTI

Su Trump è inutile sprecare tempo e spazio. Di lui abbiamo parlato diffusamente in questo magazine e non vi è alcun bisogno di ribadire quanto la sua permanenza alla Casa Bianca possa essere nefasta per il mondo intero. Caso mai, solo come nota di colore, sia pure in un contesto così tragico, va citata la baggianata dei curdi assenti durante lo sbarco in Normandia, da lui profferita per giustificare, in qualche modo, il loro abbandono tra le fauci del novello sultano. Graffiante e sarcastico lo schiaffone tiratogli da Massimo Gramellini, sul “Corriere della Sera”, lo scorso 11 ottobre (1).

Ciò che invece deve farci riflettere e preoccupare è l’appartenenza della Turchia alla NATO e il suo desiderio di entrare nell’Unione Europea (2). Non è più possibile nascondere la testa nella sabbia e giocare partite sporche, che sempre presuppongono il sacrificio di troppe vittime. Sperare che la Turchia possa liberarsi di Erdogan e raggiungere presupposti di civiltà accettabili dai popoli europei è una pia illusione. Morto un Erdogan ne verrà un altro: il tessuto sociale del paese è tale che non potrebbe mai mutare radicalmente, almeno in tempi brevi o medio-lunghi, come ben evidenziato nel luglio del 2016, quando in tanti ci addormentammo, nel cuore della notte, mentre in TV sentivamo frasi inneggianti alla sicura riuscita del colpo di stato, per poi svegliarci al mattino, increduli, magari ritenendo di aver sognato. E prima o poi dovremo fare i conti anche con l’appartenenza alla NATO, che dovrebbe già scuotere le coscienze. L’azione criminale in atto contro i curdi, per ora contrastata solo a chiacchiere sia dall’Europa sia da un balbettante Trump, che finge di essersi pentito, sta facendo rialzare la testa all’ISIS. Dai campi di prigionia controllati dai curdi, che ora hanno altro cui pensare, fuggono in massa ed è lecito prevedere che presto potranno riprendere gli attentati in Europa. Qualora, poi, Erdogan dovesse realmente scaricarci addosso milioni di profughi siriani, come ha recentemente minacciato in caso d’interferenza “effettiva” sul genocidio in atto, per l’Europa (disunita) si aprirebbe un nuovo e devastante periodo buio. L’incapacità di agire in modo adeguato è un problema più serio di quello rappresentato da Erdogan e dall’ISIS messi insieme. Non siamo nemmeno capaci di bloccare la vendita delle armi alla Turchia e risultano ridicole e patetiche le dichiarazioni connesse al blocco di quelle future. È “ora” che occorre agire! Per difendere noi stessi, certo, ma anche perché i presupposti di “civiltà” impongono che non si ripeta con i curdi ciò che è già capitato un secolo fa con gli armeni!  E con questo popolo, al di là della coltellata testé inferta da Trump, siamo già in debito da tempo e non di poco. I curdi ambiscono da sempre a vivere serenamente in un loro stato, nei territori divisi tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. (Le comunità presenti in Armenia e Azerbaigian sono perfettamente integrate e solo un esiguo numero, composto principalmente da adulti e anziani, avverte il desiderio di uno stato autonomo, ma non con l’intensità dei compatrioti ramenghi negli altri paesi). Dopo il crollo dell’Impero Ottomano, con il trattato di Sevres, furono gettate le basi per determinare i confini del futuro stato curdo. Il sogno, però, s’infranse nel 1923, con il trattato di Losanna, che sancì la nascita della Repubblica di Turchia e cancellò le aspirazioni di un popolo desideroso di occupare una superficie di circa 450mila chilometri quadrati, cui dare il nome di “Kurdistan”.

È passato quasi un secolo e quel popolo sopravvive a se stesso, generazione dopo generazione, combattendo un’infinita guerra, tra continue vessazioni, soprattutto in Turchia, dove, è bene ricordarlo, i curdi sono circa venti milioni! Solo a titolo di cronaca e per evitare facili contestazioni dai mestatori in perenne ricerca del “pelo nell’uovo” per giustificare l’ingiustificabile, va detto anche, en passant, che anche tra i curdi esistono contrasti e divisioni, più o meno come accade in qualsiasi altro paese tra soggetti di opposte fazioni politiche. Questo normale e diffuso aspetto sociale, tuttavia, nella fattispecie viene subdolamente sfruttato da coloro che non hanno alcuna voglia di favorire l’integrazione territoriale, a cominciare dai paesi che fette di territorio dovrebbero cedere.

Intanto in Siria il massacro continua (scrivo questo articolo il 15 ottobre e non è possibile prevedere, pertanto, gli sviluppi che matureranno fino alla data di pubblicazione) ed Erdogan può già cantare vittoria, non fosse altro per essere in grado di tenere sotto scacco il mondo intero. Bashar al-Assad, come spesso gli accade, sorride sotto i baffi e si frega le mani, visto che ancora una volta sono altri che gli tolgono dal fuoco pericolose castagne: i curdi, disperati, devono rivolgersi a lui e ciò gli consente di trattare da una posizione di forza. Ciò vale anche per Putin, destinatario di analogo appello, che può sfruttare per cementare il ruolo nell’area e ricattare il popolo sofferente imponendo un “riavvicinamento alla Siria”: dolce espressione che all’atto pratico vuol dire solo “subalternità”. L’Europa, oggi come ieri recita a soggetto in questo sciagurato scenario, incapace di sviluppare una politica estera comune. In Siria i civili continuino pure a morire in pace. Anzi, no: in guerra. In una sporca guerra.

DEDICA

Questo articolo è dedicato alle vittime innocenti della ferocia turca. In particolare è dedicato a Hevrin Khalaf, (nella foto) trentacinquenne segretaria generale del “Partito del futuro siriano”, trucidata dai miliziani siriani filo turchi il 12 ottobre scorso. Ha girovagato indomita, per anni, nelle capitali di tutta Europa per perorare la causa del popolo curdo. L’hanno presa mentre cercava di recarsi a Qamishli, circa 300 km a est di Kobane. La cattura è stata filmata e nelle immagini si vedono le gesta di giubilo dei protagonisti dell’imboscata dopo aver crivellato di colpi il fuoristrada sul quale viaggiava e ucciso i suoi accompagnatori. Fonti curde attestano che sarebbe stata prima violentata e poi mitragliata a sangue freddo. In un secondo video si vede un miliziano che calpesta il corpo privo di vita per poi esclamare: “Questo è il cadavere dei maiali”. Del partito che dirigeva, insieme con un uomo, secondo la tradizione curda (al vertice di qualsivoglia struttura la responsabilità si condivide sempre tra un uomo e una donna), era stata la co-fondatrice, il 27 marzo 2018. Predicava la laicità dello stato, l’uguaglianza tra uomini e donne, il rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite, la rinuncia alla violenza e il ricorso al dialogo costruttivo per risolvere qualsivoglia controversia. Era una donna libera e coraggiosa che sapeva guardare lontano e sognava di vedere vivere armonicamente curdi, turchi, siriani, arabi. Era un bravo ingegnere. Era una donna del futuro che viveva in un presente non alla sua altezza e ha pagato con la vita questo gap.

NOTE

  • “Ora, che un uomo abituato a cambiare opinione nel volgere di un tweet conservi la memoria implacabile di un avvenimento accaduto settantacinque anni prima, spalanca scenari inediti. Se Erdogan invadesse la Germania, Trump avrebbe buon gioco a lasciarglielo fare, dal momento che i tedeschi durante lo sbarco in Normandia si comportarono molto peggio dei curdi, non limitandosi a non aiutare gli americani, ma sparando loro addirittura addosso. Anche se Erdogan attaccasse Londra, Trump non avrebbe nulla da eccepire, considerata l’opposizione degli inglesi alle truppe di George Washington nella guerra di indipendenza. Il bombardamento turco di Parigi lo lascerebbe indifferente, a meno che i francesi non restituissero con gli interessi i soldi incassati da Napoleone per la cessione della Louisiana. Bisogna capirlo, il Donald. Avrebbe voluto scrivere che i curdi intorbidano l’acqua da bere, ma la favola del lupo e dell’agnello non gli stava in un tweet. L’unica aggressione di Erdogan che lo metterebbe in seria difficoltà è quella all’Italia: avendo noi cambiato alleanze di continuo, spesso anche all’interno di una stessa guerra, Trump finirebbe per aiutarci, pur di non farsi venire il mal di testa”.
  • Argomento trattato in CONFINI nr. 40, gennaio 2016 – “Turchia ed Europa: l’eterno nodo di Gordio”, pagina 31.

Lino Lavorgna

 

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