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L’addio alla Ginsburg e l’eredità che lascia

“Una giusta causa” è un film biografico della regista americana Mimi Leder. Un’intensa e somigliante Felicity Jones interpreta i panni di Ruth Ginsburg, la giudice che ha cambiato la storia dei processi sui diritti umani negli Stati Uniti. E ora alla sua morte, avvenuta a 87 anni, il film sulla sua vita suona come un testamento.
Perché il giudice Ginsburg di giuste cause ne ha condotte tante e contro ogni forma di discriminazione basata sul genere, l’appartenenza sociale, l’orientamento sessuale, la razza, la religione, l’età, le convinzioni personali, le disabilità. Quei diritti inalienabili dell’uomo sanciti dalle costituzioni nazionali e tutelate in ambito internazionale ma il cui rispetto è ancora oggetto di faticose conquiste. Una progressista con una visione votata all’uguaglianza e alla parità tra uomo e donna.
Il suo era il pensiero di una visionaria se contestualizzato nell’America conservatrice e bigotta degli Anni 50, quando la Ginsburg assieme ad appena 9 colleghe su 500 uomini, fu ammessa alla Harvard Law School per studiare legge. E poi la laurea nel 1959 conseguita invece alla Columbia University, e la brillante carriera da avvocato intrapresa tra preconcetti e resistenze dovute al suo essere una donna troppo emancipata.
I primi grandi traguardi giungeranno negli Anni 70 accanto al marito avvocato che le chiede di afffiancarlo in quella che diventerà una causa storica di evoluzione della legislazione statunitense. Un’icona femminista e seconda donna a diventare giudice della Corte Suprema nel 1993, nominata dal presidente Bill Clinton con ratifica di 96 voti favorevoli su 100, un primato assoluto. Ruth Ginsburg era una star in America che vantava anche una linea di magliette e borse raffiguranti il suo volto, lei che dei colletti ricamati sulla toga nera aveva fatto un tratto distinguibile.
La morte per un cancro al pancreas ha unito nel cordoglio destra e sinistra, repubblicani e democratici, ex presidenti, personaggi famosi e giuristi. Bandiere a mezz’asta alla Casa Bianca e messaggi di apprezzamento unanime via social per questa donna minuta dalla personalità di un gigante che si era spesa per i matrimoni gay, l’aborto, l’assistenza sanitaria per tutti e ogni difesa dei diritti civili e delle libertà costituzionali.
“Non chiedo favori per il mio sesso, chiedo solo che smettano di calpestarci”, era la sua frase più celebre, su cui aveva costruito il lavoro di una vita, che era stato raccontato anche in un documentario ccndidato agli Oscar dal titolo: “ Notorious RBG”, come era soprannominata. In punto di morte avrebbe espresso la volontà di essere sostituita alla Corte Suprema solo dopo le imminenti elezioni del nuovo presidente, cosciente del pericolo di una componente repubblicana troppo accentuata.
È proprio sul tavolo della nomina del suo successore in seno alla Corte che si giocherà a breve una partita decisiva. Ora che 5 giudici su 9 sono di corrente repubblicana, la questione passerà nelle mani del presidente Trump che ha diritto di nomina e che proverà a far pendere l’ago della bilancia verso destra. 
 
Marita Langella

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