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La crisi kazaka, un quadro complesso sullo sfondo dei rapporti tra Russia e Usa

Un Paese di cui conosciamo poco, lontano per cultura, tradizioni e valori, eppure il Kazakistan è al centro di interessi strategici e geopolitici che si spingono ben oltre il continente asiatico. Alleato russo, da sempre impegnato in relazioni multi vettoriali con la Cina, la Turchia, ma anche con l’Occidente, il Kazakistan fa parte dell’Unione economica eurasiatica dal 2014 insieme alle ex Repubbliche sovietiche e conta al proprio interno un 20% della popolazione di etnia russa. Questi elementi sono fondamentali per capire come forze divergenti tra di loro si concentrino in quadranti geografici chiavi come quello del Kazakistan, esportatore e produttore di risorse energetiche, al centro di interessi cinesi per le forniture di gas e per il nuovo progetto della Belt and Road (la nuova Via della Seta cinese), ma soprattutto una nazione su cui pesano le decisioni russe. 

Putin ha da sempre infatti voluto elevarsi a security provider dell’area euroasiatica in cui gravitano alleati storici, una prova di muscoli da mostrare al competitor della Nato, troppo assertivo e orientato a quell’ Heartland, il cuore del mondo su cui confluiscono mire comuni, e che Mackinder faceva coincidere proprio con la Russia, le zone limitrofe e le repubbliche centroasiatiche.

 Nella settimana in cui Nato e Osce trattano con Putin sulla vicenda mai risolta dell’Ucraina, gli uni a difendere il principio di autodeterminazione dei popoli a decidere da che parte schierarsi, l’altro fermo nell’intento di mantenere la sua sfera di influenza, in Kazakistan si è consumata una rivolta finita nella repressione. Il più grande Paese dell’Asia centrale divenuto repubblica indipendente dal 1991, il nono più grande al mondo, è dal 2020 guidato dal presidente Kassym Khomart, che ha chiesto prontamente aiuto alla Russia attraverso la Csto(Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva), un’alleanza militare delle ex Repubbliche Sovietiche creta nel 1992, sul modello NATO.

Per la prima volta è stato attivato l’art.4 della Csto che motiva l’intervento in favore dei membri contro attacchi esterni, ma che questa volta ha dispiegato 3mila peace keepers per una questione di carattere interno. Gli alleati chiamano e la Russia è pronta a rispondere, quasi a voler rivendicare il suo ruolo di pater familias in cui nonostante “i figli” crescano e chiedano indipendenza, all’occorrenza tornano sempre dalla famiglia. Metafora questa che ben calza con il caso kazako, che ha visto il popolo protestare prima in una regione petrolifera e poi in altre 12 città del Paese e che rischiava di sfuggire di mano al presidente Tokayev. 

Una situazione complessa quella vissuta internamente che fonde elementi di malcontento per le vistose disuguaglianze tra classi sociali e una iniqua distribuzione delle ricchezze derivanti da grandi disponibilità naturali di gas, minerali e petrolio, abbinata a una dilagante corruzione delle istituzioni incapaci di intraprendere le riforme necessarie. E’ bastata dunque la decisione del governo kazako di eliminare il blocco sul prezzo del gas liquefatto, che era troppo basso e stava causando problemi di approvvigionamento, per suscitare il malcontento popolare. Gli attori interessati sono molteplici in questa sollevazione che coinvolge addirittura il misterioso mondo delle criptovalute. 

Pochi sanno che il Kazakistan è secondo solo agli Stati Uniti nel business del bitcoin mining. Circa 90mila aziende di criptovaluta hanno scelto il Paese spinti dai costi vantaggiosi dell’energia elettrica, che serve in grosse quantità per l’attività di miningcioè di “estrazione” di bitcoin, attraverso la potenza di calcolo che i miners sfruttano per trovare chiavi di sblocco e decriptare così nuovi bitcoin. Dunque ingente consumo energetico, macchine con grandissima potenza di calcolo che eseguono 24 ore al giorno complicate operazioni per validare le transazioni sulla blockchain (algoritmo che traccia le operazioni in criptovaluta), e il prezzo per il successo delle transazioni è proprio l’energia. 

Il blocco della rete internet a seguito della crisi in Kazakistan avrebbe perciò inficiato la capacità di calcolo della rete e una perdita di valore dei bitcoin.

Politica, economia, finanza, approvvigionamenti energetici e rapporti diplomatici multilaterali, sono tutti elementi decisi sullo scacchiere kazako. Ma un obbiettivo mette d’accordo tutti, ed è quello di garantire la stabilità geopolitica del Kazakistan, al centro dei favori  russi, cinesi e dell’Unione Europea, che è il suo primo partner commerciale ed è rimasta come sempre a guardare il confronto tra Russia e Usa sulla sfida del gas, ma non solo. La partita si gioca su più fronti di interesse che includono la questione ucraina, la gestione scandalosa dei migranti in Bielorussia al confine con la  Polonia, e non ultimo il processo di allargamento ad Est della NATO con la conseguente erosione dell’influenza russa.

Marita Langella

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