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La crisi in Birmania vista dall’occidente

È ormai passata qualche settimana dalla notizia del colpo di stato in Myanmar (ex Birmania), uno dei Paesi del Sudest asiatico meno conosciuti dall’Occidente, e meta dal fascino esotico. Già da un’analisi cartografica si comprende che la sua posizione confinante con India, Cina, Laos e Thailandia la colloca in un quadrante geopolitico di complessi equilibri millenari, tra differenze culturali, religiose e sociopolitiche.
Alla luce degli ultimi avvenimenti si è parlato di violazioni dei diritti umani, transizione democratica spezzata, indifferenza della comunità internazionale. Ma per poter compiere un’analisi sensata bisogna adottare una lente che guardi alla storia del Paese. Una nazione con potenzialità enormi, dalle risorse naturali, all’estrazione dei rubini di Mogok, i più grandi e preziosi del pianeta, fino ai parchi naturali, i laghi e la vegetazione incontaminata.
Ma il Myanmar è anche terra di povertà, di disuguaglianze e di repressione delle libertà fondamentali,  che da sempre ha faticato a intraprendere la strada delle riforme necessarie verso una democratizzazione delle istituzioni. 
Dal 1962 è stato sempre sotto un regime militaresco, salvo sporadiche parentesi di proteste sedate dal potere, che ha tenuto insieme più di 100 gruppi etnici e minoranze dalle differenze linguistico-religiose.
Nel Paese, la casta all’interno dell’esercito più sanguinaria e impermeabile alle esortazioni internazionali ha spento qualsiasi forma di opposizione e apertura al dialogo, fino al 2010, anno che segue un’inversione epocale.
Prevale la frangia più moderata del regime che decide di liberare dissidenti e attivisti politici, tra cui la donna simbolo della resistenza pacifica e della disobbedienza civile, attuale capo del governo birmano Aung San Suu Kyi. Premio Nobel per la pace nel 1991, è stata definita dall’ex premier inglese Gordon Brown come un modello di coraggio civico per la libertà.
Gli occhi del mondo sono puntati su di lei, tra luci e ombre, sostegno e sospetti, da quando il primo febbraio è stata arrestata dai militari che dovrebbero sostenerla in parlamento, dopo una schiacciante vittoria alle ultime elezioni di novembre 2020. Un golpe grottesco giustificato dalla “natura costituzionale” di un atto che suona invece come una dimostrazione verso i governi stranieri con interessi in Myanmar di voler ripristinare un presunto stato di diritto. 
L’USDP, il partito sostenuto dai militari e capeggiato dall’ex generale dell’esercito Than Htay, dopo i risultati del 25% dei seggi conquistati che avrebbe relegato la forza politica a mera vestale della costituzione, ha respinto l’esito denunciando anomalie nel processo di voto.
Su questo colpo di stato pesa di fatto la presa di distanza della comunità internazionale nei confronti di Aung San Suu Kyi, dopo che a dicembre 2019 era stata chiamata a difendersi davanti alla corte penale dell’’Aja dall’accusa di genocidio contro la minoranza musulmana dei Rohingya.
In un Paese a maggioranza buddhista, questa etnia bengalese è stata da sempre emarginata, negata e disprezzata fino a renderla apolide; nel 2017 poi è stata oggetto di persecuzioni, uccisioni e diaspore verso il vicino Bangladesh.
“Non si può escludere che i militari abbiano usato una forza sproporzionata, ma il genocidio non è l’unica ipotesi”, erano state le parole della leader ai giudici, e che suonavano come una cauta difesa di quell’esercito al centro di tante sue battaglie passate. Nonostante avesse lei stessa nominato una commissione nazionale per sottoporre a procedimento i responsabili, questo episodio ha scalfito la sua vocazione democratica, ma solo agli occhi del mondo occidentale che aveva forse riposto aspettative eccessive sul suo operato.
Ad oggi la tensione in Myanmar continua con giorni incessanti di proteste popolari nelle piazze contro il golpe, mentre le forze armate birmane hanno fatto irruzione nel quartier generale del partito della Suu Kyi distruggendo ogni cosa. L’Onu risponde con un vertice straordinario programmato su richiesta dell’Unione Europea e della Gran Bretagna, quando si è compreso che è proprio la governance mondiale il tassello chiave della risoluzione della crisi nel quadrante del Sudest asiatico.
È solo perdendo una visione binaria tra democrazia e dittatura militare, bene e male, che sarà possibile cogliere le complessità di una realtà che deve perseguire sulla strada degli investimenti esteri, della libertà di espressione e del progresso civile ed economico. Con l’obbiettivo di affermare i valori democratici universali, affiancare le istituzioni locali e proteggere le minoranze vulnerabili. 
Marita Langella

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