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Israele, attacco a bus. Rappresaglia su Gaza

L'attacco nel sud d'Israele, non lontano da Eilat (Ansa)

La Striscia di Gaza torna ad infiammarsi e in serata, sotto i raid di rappresaglia israeliani, l’atmosfera festiva del Ramadan si trasforma subito in un clima gravido di preoccupazione per i nuovi, imminenti lutti. Il primo ‘strike’ israeliano, annunciato dal ministro della Difesa Ehud Barak subito dopo gli attentati nel sud d’Israele di stamattina, si abbatte su Rafah, a sud di Gaza, dove almeno sei palestinesi rimangono uccisi, centrati da un razzo nel veicolo su cui viaggiavano. Fra di loro vi erano dirigenti dei Comitati di resistenza popolare: il gruppo armato indicato in Israele come responsabile degli attacchi odierni che agisce spesso in sintonia con Hamas.

Proprio i leader di Hamas, intravisti nella tarda mattinata all’uscita delle moschee, sembrano essersi dati alla clandestinità. Negli uffici di Ismail Haniyeh e di Mahmud a-Zahar i telefoni suonano a vuoto. Atmosfera di emergenza anche fra i servizi di sicurezza di Gaza, e in particolare nei campi di Ezzedin al-Qassam, il braccio armato di Hamas. Nelle strade si incrociano solo agenti della polizia civile, che si spostano prudenzialmente in ordine sparso nel timore di ulteriori attacchi israeliani.

Due esponenti di Hamas – il portavoce Taher a-Nuno e il deputato Sallah Bardawil – hanno respinto però qualsiasi accusa. Secondo a-Nuno, Barak cerca solo pretesti “per alleviare la crisi sociale in Israele”. E Bardawil, da parte sua, pur lodando gli attacchi “contro militari” come logica conseguenza dello stallo nel processo di pace, ha escluso responsabilità dirette di Hamas, sostenendo che l’organizzazione non agisce al di fuori della Striscia. Di ora in ora, però, il clima a Gaza si fa sempre più opprimente. Israele ha già chiuso il valico commerciale di Karni e l’Egitto ha bloccato quello di Rafah, che conduce al Sinai.

Ancora una volta, la gabbia si chiude attorno alla popolazione della Striscia. Con un riflesso condizionato, gli abitanti di Gaza si sono subito riversati nelle stazioni di benzina, determinati a fare scorta di combustibili necessari ad attivare i generatori elettrici. Altrimenti rischiano di trascorrere al buio la settimana che resta del Ramadan, che sembra comunque irrimediabilmente compromesso.

TEL AVIV – Torna a scorrere il sangue in Israele. E questa volta colora il deserto del Neghev – caro al padre fondatore David Ben Gurion – dove oggi cellule terroristiche penetrate verosimilmente dalla Striscia di Gaza attraverso il Sinai egiziano hanno attaccato in rapida successione un bus di linea, veicoli privati e unita’ militari, seminando morti e feriti lungo la strada che conduce alle spiagge di Eilat: la ‘Rimini’ israeliana incuneata fra Egitto e Giordania, all’estremo sud del Paese, sulla costa del Mar Rosso.

E’ stata un’incursione a vasto raggio come non se ne vedevano da anni. Una giornata di terrore – sulle vie del turismo – scandita dal fuoco delle armi automatiche, dal sibilo dei razzi anticarro degli Rpg, dall’esplosione di mine e bombe di mortaio. Le prime raffiche e le prime fiammate sono risuonate a fine mattina lungo la statale 12, che costeggia la frontiera fra Israele ed Egitto, e la 90, che porta da nord verso il Mar Rosso correndo parallela al confine con la Giordania. Sulla 12, vicino a Netafim, un commando ha preso di mira un autobus in viaggio fra Beer Sheva ed Eilat, con a bordo decine di passeggeri, compresi militari di leva in libera uscita. Secondo l’autista, a sparare da una vettura sarebbero stati almeno tre uomini in uniforme egiziana. Una grandine di proiettili di kalashnikov che ha mandato in frantumi i finestrini ferendo una ventina di persone, una della quali deceduta piu’ tardi in ospedale. Poi, a breve distanza di tempo, il secondo agguato: contro un veicolo privato centrato da un rpg in prossimita’ di Beer Ora. Il bilancio e’ stato stavolta di sei morti, un’intera comitiva familiare di gitanti. Nel frattempo un’unita’ militare, intervenuta per soccorrere il bus, cadeva in una trappola minata predisposta dagli assalitori, lasciando sul terreno anch’essa diverse vittime. Ma non era finita: una terza cellula aveva ancora in serbo razzi anti-carro, lanciati a qualche chilometro di distanza contro altre due vetture (sette feriti). Alle forze di sicurezza israeliane ci sono volute ore per venire a capo della minaccia: dopo la chiusura dell’intera area di accesso a Eilat, l’avvio di battute a vasto raggio, l’intervento di elicotteri e reparti d’elite. L’epilogo e’ stato un conflitto a fuoco prolungato con il nucleo piu’ numeroso di terroristi, conclusosi con l’uccisione di sette di loro: alcuni dei quali trovati poi con indosso i corpetti esplosivi di una missione senza ritorno. Missione che pare aver lasciato d’altronde alle spalle ancora qualche cellula dispersa, come conferma la sparatoria denunciata in serata a ridosso del confine egiziano, con un altro soldato israeliano ferito gravemente. Sulle responsabilita’ dell’accaduto, il ministro della Difesa, Ehud Barak, non ha avuto dubbi nell’indicare la regia dell’operazione nella Striscia di Gaza: l’enclave palestinese controllata dagli integralisti di Hamas. Gli attacchi ”vengono da Gaza” e Israele ”reagira’ con forza e determinazione”, ha ammonito subito Barak, anticipando di poche ore il breve discorso alla nazione nel quale il premier, Benyamin Netanyahu, ha parlato di un ”attentato alla sovranita’ dello Stato”. Una fonte militare ha precisato che le cellule risultano essersi infiltrate in territorio israeliano da Gaza attraverso il Sinai: territorio che – a dispetto delle smentite del Cairo – Israele ritiene essere ormai diventato una terra di nessuno, nell’Egitto del dopo-Mubarak, e una retrovia comoda per gli estremisti, fra reti di complici e zone franche di addestramento. Fonti d’intelligence hanno infine ipotizzato che l’attacco concentrico mirasse alla cattura – fallita – di un militare israeliano da affiancare a Ghilad Shalit, prigioniero a Gaza da sei anni. Sia come sia, la rappresaglia d’Israele non si e’ fatta attendere, con una prima ondata di raid aerei sulla Striscia segnalata gia’ nel tardo pomeriggio e un bilancio indicato in almeno altri sei morti: inclusi un leader emergente della galassia ultraradicale salafita e il capo militare dei Comitati di Resistenza popolare, Kemal Nera. Hamas, dal canto suo, ha smentito per bocca del portavoce Taher Nunu ogni coinvolgimento diretto negli attacchi. Ma un dirigente del movimento islamico, Ahmed Yusef, non ha mancato di elogiarne gli autori. Dal resto del mondo, le condanne sono state viceversa unanimi: da quella di Ban Ki Moon a quella di Barack Obama o dell’Ue. A pagare lo scotto politico di una escalation potrebbe intanto essere soprattutto il presidente moderato dell’Anp, Abu Mazen: che rischia di vedere travolta dalla violenza la sua sfida diplomatica a Israele per il riconoscimento all’Onu d’uno Stato palestinese nei confini del 1967 addirittura un mese prima dell’appuntamento del 20 settembre dell’Assemblea generale Onu.

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