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Erdogan e il casus belli per attaccare il Kurdistan

Riprendono le ostilità al confine fra Siria e Turchia, di nuovo la Turchia in assetto da guerra contro il Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha lanciato strali contro Washington, accusandolo di appoggiare il Pkk e le milizie curde e di essere “dalla parte dei terroristi”, mentre nel territorio più di 700 persone sono state fermate per presunti “legami con i terroristi”.

Erdogan ha parlato ai sostenitori del suo partito Akp a Rize, sul Mar Nero, scagliandosi contro il dipartimento di Stato che ha deplorato la morte degli ostaggi, sottolineando però che condannerà “nei termini più forti” se sarà confermato che quelle persone siano morte per mano del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Il Pkk ha nel frattempo ha diffuso una dichiarazione tramite l’agenzia Firat, smentendo di aver ucciso i “prigionieri di guerra”, descritti come soldati e agenti d’intelligence turchi, e dichiarando che siano morti in conseguenza di raid aerei turchi.

Con il cambio di presidenza negli Usa muterà anche la politica estera di Washington, con il neopresidente Biden più scettico nei confronti delle milizie turche. Giorni fa è circolato un video dove si immortalavano veicoli ed equipaggiamenti statunitensi destinati ai combattenti curdi siriani, in prima linea nella battaglia contro il gruppo Stato islamico (Is) per riconquistare i territori controllati dall’Is.

Questi combattenti, alleati degli statunitensi, secondo i turchi sono solo un’appendice del Pkk.
La Turchia in realtà vuole convertire la morte dei prigionieri in un casus belli, tale da sfoggiare l’odio represso di questi mesi nei confronti della popolazione kurda. Nel frattempo, il 15 febbraio Erdoğan ha puntato dei membri dell’Hdp, un partito curdo presente in parlamento e accusato di essere un’emanazione del Pkk. Il leader dell’Hdp, Selahattin Demirtaş, si trova in carcere dal 2016, nonostante una condanna per comportamento antidemocratico rivolta alla Turchia dalla Corte europea per i diritti umani.

Sono tante le storie dei detenuti responsabili semplicemente di aver difeso le proprie origini, la propria cultura e il proprio popolo. Con le proteste universitarie Erdogan sta attraversando un periodo di declino politico nel paese, è sotto gli occhi di tutti.

Se il popolo turco vorrà, potrà riprendersi in mano la tanto decantata democrazia e finirla una volta e per tutta con la storia dei kurdi terroristi. Altrimenti sarà l’ennesima occasione persa per ristabilire equilibrio e fratellanza musulmana nel territorio turco, troppo complesso per gestirlo con semplice autoritarismo, troppo colmo di contraddizioni per intravedere un futuro al fianco delle compagini europee.

Matteo Giacca

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