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Con il cuore a Yerevan. Basta con il massacro degli armeni

Un gruppo di militari armeni nel Nagorno-Karabakh. Diritti d'autore APArmenian Defense Ministry

Prologo

Replica della professoressa Sara Mechitarian a un mio messaggio di solidarietà dopo l’attacco dell’Azerbaigian.

“Lino, caro amico, in questo momento estremamente pericoloso per questa mia sacra terra Armenia e il mio popolo, sentire l’affetto e le preoccupazioni di un amico lontano rinforza il cuore. Siamo pronti a tutto. Meglio morire combattendo con onore che venire dissanguati per decenni. Non c’è panico e siamo sereni. Tutto il popolo ha deciso di superare le difficoltà, calamità, distruzioni, sacrificando ogni cosa per conquistare la vittoria e raggiungere la pace. Questa guerra sarà una risposta alla storia che ha sempre cercato di distruggerci. Rimaniamo forti nel nostro credo: essendo sopravvissuti a millenni di guerre e massacri da parte di nemici che non ci sono più, sopravviveremo anche a quelli di oggi. Alla mia purtroppo avanzata età (mi sento comunque ancora giovane) ho realizzato che, per quanto la guerra sia satanica, la difesa della patria è sacra e ogni altro valore al suo pari sbiadisce. La Turchia ha fatto un calcolo sbagliato perché tutto il popolo armeno pensa la stessa cosa. Rimanici vicino perché il tuo aiuto morale ci dà forza. Un grande grazie con affetto. Sara”.

(Sara Mechitarian, cattolica praticante come la maggioranza del popolo armeno,  è una ex dirigente della “Q&A projects”, società di PR e pubblicazioni multimediali. Attualmente svolge le mansioni di addetta culturale della moschea blu di Yerevan e collabora, in qualità di consulente, con l’ambasciata iraniana in Armenia.  È nata nel 1947 a Subiaco da genitori armeni. Ha trascorso l’adolescenza a Roma con la nonna, sopravvissuta al genocidio del 1915. Nel 1960 si recò a Berlino Ovest per ricongiungersi con i genitori, scappati dall’allora Unione Sovietica dopo dieci anni di dura prigionia per motivi politici. Con il marito, di nazionalità armeno-iraniana, ha vissuto a Teheran prima del definitivo trasferimento a Yerevan).

Non vi è pace per il popolo armeno.

Continuano violenti gli attacchi dell’esercito azero nel Nagorno Karabackh, enclave armena in Azerbaigian, contesa dai due paesi sin dal  dissolvimento dell’URSS.

I bombardamenti non risparmiano i civili e si contano già centinaia di vittime.  L’Azerbaigian è spalleggiato dalla Turchia, che vanta l’ottavo esercito più potente al mondo. È vero che l’Armenia può contare sul sostegno della Russia, ma vi è una differenza sostanziale nel gioco delle alleanze: la Russia, per ragioni strategiche connesse agli equilibri internazionali, non ha alcuna intenzione di intervenire “fattivamente” con la sua potenza militare per affiancare sul campo le modeste forze  armene, armate principalmente di fede e forza di volontà; la Turchia, dopo aver già sterminato oltre 1.500mila armeni nel primo grande genocidio del ventesimo secolo, non ha alcuna esitazione nel sostenere “seriamente” l’Azerbaigian, che tra l’altro può contare anche sul sostegno delle milizie jihadiste provenienti dalla Siria. Lo scontro, quindi, va ben oltre i meri interessi geografici, proponendo l’antica rivalità tra cattolici e musulmani.

In Armenia tutti sono partecipi della tragedia che incombe sul Paese se non si dovesse porre fini agli attacchi e si moltiplicano gli appelli per difendere la patria.
Varazdat Haroyan, capitano della nazionale di calcio, in procinto di trasferirsi in Grecia  per andare a giocare nel Larissa, ha abbandonato l’attività sportiva e si è arruolato, alla pari di tanti connazionali al di sotto dei quaranta anni. Uomini che non hanno mai preso un fucile in mano si troveranno a combattere, dall’oggi al domani, contro militari agguerriti e ben addestrati.

In Italia gli amanti del calcio conosceranno senz’altro Henrix Mxit’aryan, trentunenne attaccante della Roma, che dal suo profilo Instagram ha rivolto un “equilibrato” appello per la cessazione dei combattimenti: “Molti scontri importanti stanno andando avanti per il Nagorno Karabakh, con tante vittime da entrambe le parti. E anche il territorio dell’Armenia in questo periodo viene bombardato. L’attacco azero che è iniziato il mattino del 27 settembre sulla popolazione civile è da condannare fortemente. L’immediata conclusione di questa violenza e di questo crimine contro l’umanità è urgente e vitale. La Turchia deve interrompere ogni supporto e neutralizzare questo attacco, compreso il reclutamento di terroristi stranieri per attaccare il popolo armeno. Mi appello alla comunità internazionale e agli alleati, per un intervento immediato per evitare un altro genocidio”.

Come noto, tuttavia, gli appelli servono a poco in queste circostanze e occorrerebbe una precisa presa di posizione da parte delle Istituzioni internazionali, che però sono composte da “esseri umani” adusi a pensare dieci volte prima di agire, soprattutto quando si tratta di compromettere i difficili equilibri legati alla presenza nella NATO della Turchia, che in ogni momento potrebbe riversare in Occidente milioni di profughi. L’Armenia conta meno di tre milioni di abitanti; il Nagorno-Karabach ne conta 147mila e molti potenti che avrebbero il sacrosanto dovere di intervenire non sono nemmeno in grado di individuarlo su una mappa geografica. Per le ferree leggi della geopolitica in Armenia si può continuare a morire in pace, o in guerra, che per loro è la stessa cosa: del resto sono abituati a soffrire da secoli, nell’indifferenza generale.

Lino Lavorgna

 

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