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Alle radici del conflitto arabo-israeliano

Per addentrarsi nella complessità di una questione occorre, secondo il filosofo francese Edgar Morin, compiere lo sforzo di separare più elementi eterogenei. “Complexus” è tutto ciò che è tessuto insieme nella diversità, associazione di disordine, ambiguità ed incertezza a cui la conoscenza cerca di apportare ordine e chiarire le ambiguità.

Nel conflitto medio-orientale tra ebrei e palestinesi mai così attuale, vi sono allora tutti gli elementi della complessità, dal fattore storico-politico a quello religioso e identitario, fino al mantenimento di equilibri strategici nel quadrante geografico di riferimento. La Palestina è un luogo millenario al centro di una contesa atavica, è la terra santa rivendicata da secoli da due grandi religioni monoteiste, in nome dei rispettivi profeti a essa legati.

Già dalla fine del 1800, sulla spinta di un nascente movimento sionista, inizia una graduale immigrazione ebraica in Palestina allora sotto l’impero ottomano, sebbene è durante la prima guerra mondiale che i britannici in lotta contro i turchi alimentano la speranza della nascita di uno stato ebraico in “terra promessa”.

Negli Anni 30 post conflitto, con la definizione dei mandati ad opera della Società delle Nazioni, gli inglesi si trovarono a fronteggiare e contenere i flussi cospicui di ebrei verso la Palestina, per poi ostacolarli quando il regime nazista e la shoah condussero alla diaspora sionista.

Con l’appoggio favorevole dell’opinione pubblica americana e sovietica, nel 1948 la risoluzione 181 delle Nazioni Unite portò alla proclamazione della Stato di Israele, mentre quello Palestinese non si costituì per il mancato riconoscimento arabo del nascituro Stato israeliano oltre che della spartizione del territorio che assegnava il 56% ai coloni ebraici.

Non appena i britannici lasciarono il territorio nel 1948,  la Lega Araba scatenò la prma guerra di liberazione contro Israele, che mostrò subito una superiorità bellica, tanto da riuscire ad aggiudicarsi altri territori ad eccezione della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Durante la crisi di Suez del 1956 Israele riuscì poi a strappare il Sinai all’Egitto, solo in seguito restituito per intercessione Onu.

Ma fu nella successiva Guerra dei sei giorni del 1967 che Israele in pochi giorni distrusse  l’aviazione di Egitto, Siria e Giordania, inglobando il West Bank (Cisgiordania) comprese Gerusalemme est, il Sinai, Gaza e le alture del Golan sottratte alla Siria. Nuove recrudescenze culminarono nel 1973 al quarto conflitto tra arabi e israeliani, la guerra del Kippur, in cui Siria ed Egitto attaccarono Israele che in risposta occupò tutto il Sinai e i territori ad ovest di Suez. L’intervento del caschi blu dell’Onu e i successivi accordi di Camp David del 1978, tra l’egiziano Sadat e il primo ministro israeliano Begin, di fatto porranno fine al coinvolgimento degli Stati arabi contro Israele.

Un’ occasione storica si presentò con la fine della Guerra Fredda quando nel 1993 a Washington alla presenza del presidente americano Clinton, Arafat (leader dell’OLP, movimento di liberazione della Palestina) e il primo ministro israeliano Rabin firmarono gli accordi trattati ad Oslo, secondo cui Israele avrebbe lasciato la striscia di Gaza e Gerico all’ ANP, l’Autorità Nazionale Palestinese, per favorire la nascita di uno Stato, in cambio del riconoscimento di Israele da parte dell’ OLP. Solo due anni più tardi, nel 1995, Rabin moriva per mano di un estremista della destra religiosa israeliana contraria al processo di pace.

Nonostante i tentativi postumi di dialogo e mediazione, la politica intrapresa dal premier Benjamin Netanyahu a partire dal suo primo insediamento nel 1996 è andata nella direzione di favorire insediamenti di colonie ebraiche sempre più estese per arginare quella componente araba che, per effetto della maggiore natalità, sarebbe diventata la maggioranza.

Sull’altro fronte, l’incapacità politica del movimento palestinese è stata la causa della nascita di movimenti estremisti di matrice islamica che hanno guadagnato consenso, come Hamas sorto a Gaza nel 1987 in contrapposizione all’OLP, divenuto sempre meno incisivo. L’odio tra i due popoli riemerge così di continuo sullo sfondo di contrasti etnici, religiosi, sociali ed economici mai risolti, in cui radicalizzazione, odio, rappresaglie ed offensive si traducono sempre nella vittoria del più forte.

Gli scontri si cronicizzano per via delle forze estremiste da entrambi i lati e spesso prendono piede nella città di Gerusalemme, simbolo della religiosità e dell’incontro di diverse culture. In ambito estero, la politica americana degli ultimi anni voluta dal presidente Trump è culminata con gli accordi di Abramo del 2020 tra Israele, Emirati Arabi e Stati Uniti, decretando un asset militare, di intelligence ed economico in chiave anti iraniana.

Ma non stempera la frustrazione e il senso di rivalsa di un popolo ignorato e relegato in 40 chilometri di terra, schiacciato dalla superiorità del vicino di casa, e che rivendica diritti, libertà e un riconoscimento in primis dalla comunità internazionale. La soluzione di quella che sembra un vexata quaestio, non può che passare per il sentiero tortuoso del riconoscimento di uno Stato palestinese, ad oggi di difficile attuazione per l’ingerenza israeliana e per le sue colonie che ne ostacolano il perimetro di definizione.

Marita Langella

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