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A dieci anni dalla morte di Osama bin Laden

Il 2 maggio del 2011 è una data considerata storica per il mondo occidentale. L’operazione Neptune Spear, condotta da un’unità scelta di Navy Seal in suolo pakistano ad Abbottabad, terminava con la morte dell’uomo responsabile dei fatti dell’11 settembre 2001, costato la vita a 2977 persone.
“Oggi posso informare gli americani e tutte le persone del mondo che gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione che ha ucciso Osama bin Laden, il capo di al-Qaida, nonché un terrorista responsabile della morte di migliaia di innocenti, uomini, donne e bambini…”: con queste parole il presidente Obama, alle 23.35 ora locale, compariva a reti unificate per darne la notizia.
Folle in festa si erano riversate in luoghi simbolo subito dopo l’annuncio, da Ground zero al Pentagono e a Times Square, mentre un sondaggio del The New York Times/ CBS condotto qualche tempo dopo riportava che il 16% degli americani si sentiva più sicuro dopo la morte di bin Laden. Perché a seguito dell’attacco ai simboli della potenza americana dell’11 settembre, paragonato solo per dimensione alle 2403 vittime dell’ attacco di Pearl Harbor nell’arcipelago delle Hawaii nel 1941, la caccia al principale nemico dell’Occidente, era da collocarsi nel più ampio obiettivo di smantellamento dell’organizzazione terroristica.
Un’operazione massiccia di intelligence militare coordinata da circa 50 analisti, dalla NGA, l’Agenzia nazionale di intelligence geospaziale, e dal direttore della CIA  Leon Panetta, protrattasi per un decennio tra avvistamenti poi smentiti, false piste, responsabilità da imputare al nemico talebano e difficoltà dovute alla conformazione di un territorio impervio come quello afgano. Dalle notizie sulla presenza di bin Laden tra le montagne di Tora Bora, un luogo sterminato di grotte, anfratti e nascondigli, si arriverà nel 2010 a braccare il corriere fidato del capo di al-Qaida che portò l’intelligence statunitense alla fortezza di Abbottabad non lontano dalla capitale pakistana di Islamabad.
Sofisticati sistemi di sorveglianza tra satelliti e aerei spia non riuscirono mai a riprendere bin Laden e i membri della sua famiglia, ma dalla struttura blindata e fortificata della residenza e dai comportamenti sospetti messi in atto dagli occupanti, come bruciare i rifiuti e non dotarsi di Internet e linee telefoniche, si arrivò a pensare con una quasi certezza che all’interno vi fosse nascosto “un pezzo grosso”.
Il raid dei Navy Seal statunitensi, preceduto da uno studio minuzioso dell’edificio attraverso la modellistica e da addestramenti che prevedevano simulazioni dell’incursione, incluse 79 membri totali più un cane, il suo conduttore e un interprete. Dopo l’autorizzazione del presidente americano, Panetta diede ordine di inizio alle ore 12 del primo maggio 2011. Il piano era quello di compiere l’azione di notte con elicotteri Black Hawk supportati dagli Chinook, approfittando di scarso chiaro di luna per non essere scoperti dalle forze aeree pakistane.
Tre uomini e una donna furono uccisi all’interno del rifugio oltre a Osama bin Laden, e cioè uno dei suoi figli, il corriere, un suo parente e la moglie. Il corpo del terrorista, del quale non circolano foto per via di fonti ufficiali che riportano dello stato del volto sfigurato da un proiettile sopra l’occhio sinistro, fu gettato in mare per evitare che un luogo di sepoltura potesse diventare un sito di culto per i suoi seguaci. Questo modus operandi, oggetto di critica da parte del mondo islamico, fu tra le cause che alimentò diffidenza e tesi complottistiche sulla morte dI bin Laden che nonostante il test del DNA divulgato, per qualcuno era morto anni prima in Afghanistan.
Ma ciò che più conta è che con la sua uccisione e con l’ondata delle primavere arabe, era stata annunciata la fine del terrorismo. E invece altri brutali attentati pianificati in giro per il mondo, hanno colpito Bali, Instanbul, Madrid, Londra, Nizza, Vienna e molte altre città.
La Francia è tra le nazioni più colpite, dopo i fatti di Parigi del 2015 dove si contarono 130 vittime e 400 feriti. In Europa dalla proclamazione del Califfato islamico nel 2014 sono stati perpetrati 100 attacchi terroristici mentre ogni mese vengono sventati 5 piani in atto. Elemento comune è rappresentato dagli hub di radicalizzazione, sono infatti 7700 i foreign fighters che hanno risposto alla chiamata dello stato islamico, 2000 solo dalla Francia, per arruolarsi e addestrarsi in centri situati in Siria e Iraq. “Durare ed espandersi” l’imperativo nella lotta contro il nemico attraverso il jihad, in cui anche le battute di arresto sono parte integrante dello “scontro finale”, l’obbiettivo è sempre colpire la popolazione, instillare paura, creare fenomeni di esclusione identitaria e polarizzazione sociale.
Il terrorismo di oggi ha un risvolto complesso che dalle periferie e dai margini delle nostre città si ricongiunge con il fondamentalismo e dà vita ad attacchi spesso meno strutturati ma più pericolosi. Molti di questi sono condotti ai danni di connazionali non con i tradizionali ordigni esplosivi, ma con armi bianche, e sono attuati da cittadini con passaporto europeo figli di immigrati di prima generazione. Una pratica che testimonia come le condizioni sociali siano la principale causa di episodi di deviazione, e di come le periferie più emarginate diventino teatro di tragici avvenimenti di cui lo stato islamico ne rivendica i meriti.
 
Marita Langella

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