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Il Dalai Lama e l’incognita successione

“Non eleggete un successore dopo di me”. Lo ha detto il Dalai Lama, la massima autorità del buddismo tibetano, ed è un’affermazione destinata a far discutere. Tenzin Gyatso, ora settantanovenne, in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt spiega come questa religione non dipenda da una sola persona: "Le persone devono rendersi conto che l’istituzione del Dalai Lama, dopo quasi 450 anni, dovrebbe aver fatto il suo tempo".

“Non eleggete un successore dopo di me”. Lo ha detto il Dalai Lama, la massima autorità del buddismo tibetano, ed è un’affermazione destinata a far discutere. Tenzin Gyatso, ora settantanovenne, in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt spiega come questa religione non dipenda da una sola persona: “Le persone devono rendersi conto che l’istituzione del Dalai Lama, dopo quasi 450 anni, dovrebbe aver fatto il suo tempo”. Sia chiaro, però, che l’interessato non intende abdicare al proprio ruolo, osservando: “Secondo i medici arriverò a 100 anni, stando ai miei sogni a 113. Ma 100, credo, saranno sicuri”.
Il desiderio, naturalmente, è tornare in Tibet: il Premio Nobel per la Pace vi manca da mezzo secolo. E qualche spiraglio, chissà, potrebbe esserci, come ha sottolineato il Dalai Lama, sorprendentemente conciliante: “Col presidente Xi Jinping è iniziata una nuova era. Intende creare una società più armoniosa rispetto a quella del suo predecessore Hu Jintao. Inoltre, nella sua visita a Parigi a marzo, aveva definito il buddismo come una parte importante della cultura cinese”. Quando un Dalai Lama muore, i più qualificati monaci avviano indagini per scoprire la sua reincarnazione. Servendosi degli oracoli, interpretando i sogni e i presagi.

Marita Langella

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