venerdì, Maggio 24, 2024
HomeEconomiaDipendenti di Poste Italiane: figli di un Dio minore

Dipendenti di Poste Italiane: figli di un Dio minore

Date:

Articoli correlati

Consulta, ok ad affitti brevi con previsione durata in Valle d’Aosta

Per attività di locazione turistica relativa alle prime case Roma,...

Cei boccia l’Autonomia differenziata, ecco perché: “Mina la solidarietà tra le Regioni”

ROMA – La Cei gela il governo sull’Autonomia differenziata....

Barone (Lega): “Grazie a Salvini ridiamo le case agli italiani”

NAPOLI – “Grazie al ministro Salvini per il Dl...

Ѐ davvero una brutta cosa la discriminazione, ancorché praticata sin dalla notte dei tempi. Tutti la condannano, ma sono troppi coloro che lo fanno solo con le parole. Storia vecchia, quindi, che purtroppo affiora quotidianamente dalla cronaca e spesso diventa pessima storia.

In questo articolo parliamo della discriminazione subita da oltre duecentomila lavoratori, dipendenti di Poste Italiane, azienda che nell’ultimo trentennio ha mutato lo status di vecchio carrozzone statale prima in Ente pubblico economico e poi, dal 28 febbraio 1998, sia pure con la formula di impresa pubblica, nell’attuale S.p.a.

La buonuscita congelata

Come noto, al termine dell’attività lavorativa, ai dipendenti del settore privato viene corrisposto il TFR (Trattamento di fine rapporto) e ai dipendenti pubblici il TFS (Trattamento di fine servizio). A titolo di chiarezza si precisa che, per i dipendenti postali, sin da quando esisteva il ministero di riferimento, il trattamento di fine servizio (ora TFR) viene definito con il termine “buonuscita”.

Una caratteristica peculiare dei due trattamenti è la rivalutazione monetaria annuale, calcolata secondo gli indici Istat, in modo da adeguare l’importo ricevuto all’inflazione, preservandone il potere di acquisto. Per i dipendenti pubblici si registra un sensibile ritardo tra la data di cessazione del servizio e l’erogazione del TFS, per giunta non rivalutato.

Le lamentele e le rivendicazioni  hanno sortito un risultato positivo grazie alla Corte Costituzionale, che ha sancito il divieto di corrispondere in ritardo la liquidazione al personale del Pubblico impiego (Sentenza 23 giugno 2023, nr. 130) che, il 23 giugno scorso, ha sancito il divieto della corresponsione ritardata.

La penalizzazione economica, tuttavia, come meglio vedremo in seguito, è di gran lunga inferiore a quella subita dai postali, cosa che comunque non giustifica né il ritardo né la mancata rivalutazione.

Per i dipendenti di Poste Italiane, infatti, unici tra tutte le categorie di lavoratori provenienti dal servizio pubblico, la rivalutazione è stata “congelata” al 28 febbraio 1998, ossia alla data in cui è avvenuta la trasformazione dell’Ente pubblico economico in Società per azioni (legge finanziaria varata dal Governo Prodi, a firma di Ciampi e Visco in qualità di Ministri del Tesoro e delle Finanze).

La ragione di questa pesante discriminazione resta uno dei misteri irrisolti della Repubblica Italiana, nonostante violi in modo palese la Costituzione: art. 3 (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese); art. 36 (Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa […].

I giudici della Consulta, tra l’altro, a differenza di quanto accaduto recentemente per i dipendenti pubblici, nel 2007 hanno addirittura sancito “la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 53, comma 6, lettera a, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica)”. I postali, dunque, rispetto ad altri lavoratori, come per esempio i ferrovieri, per i quali la buonuscita è stata regolarmente inserita nel loro nuovo TFR, sono figli di un Dio minore.

Il danno economico subito

Prendiamo a titolo di esempio un dipendente che abbia cessato l’attività lavorativa nel novembre 2020, che abbia regolarmente riscosso il TFR un paio di mesi dopo e la quota restante di ventimila euro (maturata dal momento dell’assunzione al 1998) dopo due anni, ossia nel novembre 2022, secondo quanto previsto dalle vigenti norme.

La penalizzazione sarebbe pari a quasi il 46% di quanto gli sarebbe spettato: l’importo rivalutato, infatti – ammonta a 43.509,68 euro!  Siccome al peggio non vi è mai fine, va anche detto che siffatta anomala situazione ha determinato degli errori da parte dell’Agenzia delle Entrate nella fase di ricalcolo dell’Irpef sulle liquidazioni già improvvidamente decurtate, con conseguente addebito di importi, in taluni casi davvero consistenti, non dovuti. (Vedere pagina Facebook dedicata al “furto” delle buonuscite).

Per completezza informativa va aggiunta la maggiore penalizzazione subita dai fruitori della cosiddetta “Quota 100”, grazie alla quale hanno potuto anticipare il pensionamento coloro che, sommando gli anni dei contributi versati all’età anagrafica, avessero raggiunto un risultato pari a cento: la riscossione della buonuscita, per loro, è prevista quindici mesi dopo il raggiungimento dell’età pensionabile.

In pratica, un dipendente che fosse andato in pensione nel gennaio 2019, a 62 anni compiuti, percepirà l’importo – non rivalutato dal 1998 – con un ritardo aggiuntivo di oltre sei anni, con buona pace di quanto sancito dalla Carta Europea dei diritti degli anziani e, molto più semplicemente, da un minimo di buon senso, soprattutto in regime di inflazione galoppante.

Giuseppe Zani: l’eroe dei postali vessati

Giuseppe Zani, 65enne residente in provincia di Brescia, è un ex dipendente delle Poste, vittima della famigerata legge Fornero sugli “esodati”, ossia i lavoratori che avevano accettato il licenziamento in cambio di un’indennità provvisoria fino al raggiungimento dell’età pensionabile.

Si fidavano dello Stato e delle sue leggi, i poveretti, ma non avevano fatto i conti con i tecnocrati amici (o servi) dei poteri forti, per i quali contano solo i ricchi. Firmarono con il cuore che batteva forte, dopo aver fatto bene i calcoli e deciso che la soluzione non era penalizzante.

Peccato che con l’entrata in vigore della legge si fossero trovati improvvisamente in un tetro limbo: senza pensione, senza stipendio e senza ammortizzatori sociali. Oltre 350 mila cittadini, dopo una vita di duro lavoro e immani sacrifici, si sono visti ripagare con azioni indegne di un Paese civile.

Tanti di loro sono precipitati nel vorticoso tunnel della depressione; tanti altri, invece, sono periti per il troppo dolore accumulato o per quel terribile impulso che spinge a gesti estremi quando il peso della vita diventa insostenibile: eclatante il suicidio di due sposi marchigiani, che si impiccarono nel garage della loro abitazione. Migliaia le famiglie sconvolte da una legge iniqua, retaggio di un sistema marcio.

Giuseppe, però, ha la tempra dura di chi, sin da bambino, ha imparato a districarsi tra i fascinosi ma duri sentieri della Val Camonica, corroborata da un alto livello culturale e da una rigorosa vis artistica: è uno studioso di storia; ha scritto tre saggi sulla sua terra, prestando particolare attenzione alle famose fornaci del bresciano; è a capo di un gruppo musicale e da oltre quaranta anni docente di canto e musica, senza disdegnare la poesia, come traspare dal toccante incipit.

Le parole “arrendersi e deprimersi” non esistono nel suo dizionario e pertanto avviò subito una dura battaglia nel movimento degli esodati, che contribuì a far nascere, fino al varo dei nove provvedimenti di salvaguardia succedutesi dal 2011al 2021. Contestualmente avviò una seconda battaglia per tutti gli altri “figli di un Dio minore”, fondando il “Comitato Buonuscita PT” e coinvolgendo mezzo mondo politico affinché si ponesse rimedio a quella che senz’altro si può definire, con termine eufemistico per evitare querele, una vera ingiustizia.

All’inizio era solo, ma l’eco della meritoria attività svolta indusse ben presto molte altre vittime ad affiancarlo, consentendogli di rendere ancora più efficace la rivendicazione di un diritto violato da leggi inique. Nel blog del Comitato è possibile visionare gli atti della poderosa campagna, avviata nel 2016, affinché anche ai dipendenti di Poste Italiane sia riconosciuto il trattamento di rivalutazione del salario differito previsto per gli altri lavoratori, pubblici e privati, al momento delle dimissioni.

Che cosa possono fare le vittime della mancata rivalutazione

Giuseppe Zani, dall’autore di questo articolo intervistato telefonicamente, è stato molto chiaro – e purtroppo anche tranchant – nel rispondere alla domanda: «La vicenda è maledettamente complicata e di fatto ai singoli soggetti non conviene fare nulla perché correrebbero solo il rischio di perdere tempo e soldi, aggiungendo acqua bollente sulla piaga».

Una vertenza singola, di fatto, soprattutto dopo la pazzesca sentenza della Consulta del 2006-2007, non avrebbe alcuna possibilità di esito positivo. Oltre duecento ex dipendenti aderenti al “Comitato Buonuscita PT” hanno già avviato un’azione legale di gruppo, ma gli avvocati che curano gli interessi dei ricorrenti, dimostrando profonda deontologia professionale, rifiutano di accettare altri incarichi, ritenendo che sia preferibile attendere l’esito della vertenza in itinere, della quale non nascondono né le insidie né le difficoltà oggettive.

Una strada perseguibile, a sentenza emessa (chissà quando) e a prescindere dalla sua natura, è il ricorso collettivo alla Corte di Giustizia Europea affinché sancisca l’incongruità della norma italiana rispetto a quanto previsto in materia dalle norme comunitarie. Il ricorso, però, può essere effettuato solo tramite un tribunale, previa congrua assistenza legale. Un ulteriore dato da prendere in considerazione riguarda la tempistica, non certo di aiuto per chi brami giustizia: ancorché eseguibile anche durante la fase processuale di primo e secondo grado, infatti, per prassi consolidata il ricorso viene inoltrato solo dopo la sentenza della Corte di Cassazione.

In pratica è tutto maledettamente complicato ma, come giustamente osserva Zani, bisogna continuare a lottare, facendo anche attenzione al cappio della prescrizione: «Questa è una battaglia destinata a vedere vincitori esclusivamente le vittime di un sopruso, essendo inconcepibile e inaccettabile, sul piano umano, etico e giuridico, qualsiasi altra soluzione. Occorre tempo, ma il tempo è galantuomo.

Per tutelarsi, intanto, al fine di interrompere i termini oltre i quali si prescrive la possibilità di far valere un diritto, è importantissimo inviare una lettera di contestazione, tramite posta raccomandata, entro cinque anni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro. In caso contrario si spegnerebbe anche la speranza.

La raccomandata va inviata alla sede legale di Poste Italiane e, per conoscenza, alla Gestione Commissariale Fondo Buonuscita, alla sede legale dell’INPS, all’ufficio di presidenza del Consiglio dei Ministri. Il Comitato Buonuscita PT, che assiste gratuitamente i postali vittime della penalizzazione, è a disposizione di chiunque necessiti di aiuto per la stesura della lettera e per la contestazione dell’iniquo ricalcolo dell’Irpef generato dagli errori dell’Agenzia delle Entrate. Non bisogna demordere, quindi. Come sempre: “Vincit qui patitur”.

Lino Lavorgna

Ultimi pubblicati