Nel giorno dell’anniversario della sua morte, il mondo torna a ricordare Diego Armando Maradona. La notizia del suo arresto cardiaco, il 25 novembre 2020, fece immediatamente il giro del pianeta, riportando alla mente non solo il campione, ma l’uomo che aveva segnato un’epoca.
Fin dalle prime ore dopo la sua scomparsa, i giornali ricostruirono la sua storia partendo dalle origini: il bambino nato nella povertà di Villa Fiorito, con un talento troppo grande per restare confinato tra i vicoli di periferia. I primi articoli parlarono della sua ascesa irresistibile: dall’Argentinos Juniors al Boca Juniors, fino al grande salto in Europa.
Ma fu a Napoli che Maradona divenne più di un calciatore. I primi articoli dopo la sua morte sottolinearono con forza questo passaggio: l’uomo che portò il Napoli al primo scudetto della sua storia, nel 1987, diventò il simbolo di riscatto di un’intera città. Un popolo intero lo proclamò re, idolo, figlio adottivo. Napoli lo scelse come riferimento identitario, e lui – con il suo carisma totale – ricambiò, trasformando quella squadra e quel territorio in qualcosa che nessun altro aveva mai fatto prima.
Proprio i giornali partenopei, quel giorno, scrissero che con Maradona “Napoli vinse non solo sul campo, ma nella dignità”. Le immagini dei festeggiamenti, le strade piene, le bandiere alle finestre tornarono improvvisamente vive nei ricordi di tutti.
Ma fu anche lì, tra le luci della gloria e l’abbraccio incessante della città, che iniziarono alcune delle sue ombre. Le prime cronache dopo la sua morte lo ricordarono senza giri di parole: accanto al genio, si facevano strada la pressione, la vulnerabilità, gli eccessi. Maradona era talmente grande da attirare attorno a sé non solo affetto, ma anche persone sbagliate, interessi, dipendenze.
Le prime ricostruzioni giornalistiche parlarono di un uomo che, travolto dalla fama, non riuscì a gestire la ricchezza e le responsabilità, finendo – troppo spesso – circondato da chi alimentava le sue fragilità invece di proteggerlo.
Eppure, nonostante tutto, nessuno scrisse mai che Maradona fosse solo i suoi errori. Al contrario: nei pezzi pubblicati quel 25 novembre 2020, emergeva con forza il ritratto di una leggenda fragile, di un campione che aveva regalato al mondo alcuni dei momenti più intensi della storia del calcio e che, allo stesso tempo, restava profondamente umano.
Diego Armando Maradona resta, per milioni di persone, il più grande di sempre. Il bambino che partì dal niente, l’uomo che portò Napoli sul tetto d’Italia, il simbolo di un popolo, il genio capace di toccare il cielo ma incapace di salvarsi davvero.
Ed è forse questa contraddizione, tanto dolorosa quanto autentica, a renderlo ancora oggi immortale.
Gelsomina Russo
