ROMA – “Un’arma è una cosa negativa quando si usa contro qualcuno, ma quando un’arma impedisce a un’altra arma di cadere su un ospedale, su una centrale elettrica o su un palazzo, è una cosa diversa. Lo spirito con cui l’Italia ha aiutato l’Ucraina finora è stato quello di impedire che chi vuole distruggere la popolazione ucraina e di piegarla potesse farlo. Di questo qualcuno di voi si vergognerà, io mi sento orgoglioso”. Così il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso della sua informativa alla Camera sul decreto in materia di proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina.
“Il mare di aiuti dell’Occidente ha avuto un ruolo decisivo, sostenendo un popolo che non ha fatto nulla per meritarsi una guerra in casa propria. Oggi Kiev dispone di forze armate che sono in numero le più grandi d’Europa”.
“PERSINO HAMAS HA APERTO A TREGUA, MA LA RUSSIA NO”
“Non si registra alcun segnale concreto di reale disponibilità russa a ridimensionare le proprie pretese territoriali ed egemoniche. A fine 2025 – ha ricordato il ministro – Mosca controllava complessivamente quasi il 20% del territorio ucraino. Non possiamo ignorare che la macchina militare russa continua a crescere: più uomini, più mezzi, più munizioni, una capacità industriale sempre più orientata allo sforzo bellico. La Russia sta diventando un Paese in guerra perenne. La Russia non ha mai interrotto guerra e bombardamenti nemmeno per un solo giorno. Persino Hamas, un’organizzazione terroristica brutale e priva di giustificazione, a un certo punto ha accettato una tregua. La Russia finora no”.
SOSTEGNO A KIEV NON SIGNIFICA PROROGARE CONFLITTO
“Sostenere l’Ucraina non significa voler prorogare il conflitto, significa evitare che la fine dell’ostilità si trasformi in una pace apparente e fragile, costruita sull’ingiustizia e destinata a spezzarsi nuovamente. Interrompere oggi il sostegno, l’aiuto all’Ucraina significherebbe rinunciare alla pace prima di averla costruita”.
“Negli ultimi tre mesi la Russia ha prodotto più armi dell’intera Nato. Nell’ultimo anno la Russia ha lanciato oltre 55mila droni a lungo raggio, quasi 2mila missili colpendo soprattutto infrastrutture civili ed energetiche. Anche il 2026 si è aperto sotto le bombe: nella notte di Capodanno almeno 200 droni hanno colpito il territorio ucraino, confermando una continuità drammatica dell’offensiva”.
“Sul piano militare non siamo di fronte né a una vittoria imminente né a una sconfitta totale di una delle due parti, ma a un conflitto di logoramento destinato a durare nel tempo a un costo di vite umane enorme”.
“Per Kiev il punto non è la riconquista totale dei territori occupati, oggi fuori portata, ma la certezza della propria sovranità e la possibilità e il diritto di continuare ad esistere come Stato libero”.
“Il decreto legge approvato dal Governo garantisce in continuità un impegno che l’Italia ha assunto con serietà e coerenza fin dal primo giorno dell’aggressione russa e lo facciamo in una fase delicata che molti definiscono di transizione, segnata dal moltiplicarsi di contatti e segnali di una possibile apertura negoziale che tutti auspichiamo. La prospettiva di una pace stabile e duratura ci vede non solo favorevoli, ma attivi e partecipi in prima persona come nazione”.”Quando si parla di pace, il pericolo maggiore è scambiare un desiderio per la realtà. La pace non arriva perché la invochiamo, la vogliamo, né perché le opinioni pubbliche sono stanche della guerra. La pace si costruisce con fatica, passo dopo passo, con fermezza, con lucidità, con responsabilità, con un lavoro intenso che magari un giorno si vede distrutto e bisogna iniziare a ricostruire”, aggiunge Crosetto.
“Quel lembo di terra che la Russia rivendica come proprio oggi è difeso da 250mila soldati ucraini e abitato da oltre 220mila persone che non se ne sono andate e non se ne vanno nonostante le richieste di abbandonare le loro case: non se ne andrebbero neanche se lo chiedesse loro il presidente Zelensky. Non è una questione politica per quelle persone, è identità, sopravvivenza, è qualcosa di più forte, uno spirito che è difficile da capire nella nostra vita quotidiana. È lo stesso spirito che porta in piazza a morire, sapendolo, migliaia di giovani in Iran: non conta la loro vita, ma quello a cui aspirano in futuro”.”Il Governo italiano ha riaffermato una posizione chiara: no all’impiego di truppe sul terreno e partecipazione di tutti i Pesi della coalizione in modo volontario nel rispetto delle procedure che le varie Costituzioni prevedono”.
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