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Celebrazioni beethoveniane con la riscoperta del Triplo

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Il direttore Jacopo Sipari sul podio dell’orchestra del teatro dell’Opera di Tirana il 2 aprile per proporre una moderna lettura della partitura del genio tedesco con solisti Etrita Ibrahimi al pianoforte, Abigeila Voshtina al violino ed Ettore Pagano al violoncello. A completare il programma l’esecuzione della VII sinfonia

L’aprile dell’Opera di Tirana verrà inaugurato martedì 2 aprile, alle ore 19, con un concerto monografico interamente dedicato a Ludwig Van Beethoven, con due pagine particolari dell’ opera del genio tedesco, il Triplo Concerto in do maggiore op.56 e la Sinfonia nr.7 in la maggiore op.92.

Per l’occasione la sovrintendente del teatro Abigeila Voshtina, affermata violinista, dismetterà il ruolo di dirigente per far musica insieme al direttore artistico dell’ Opera Jacopo Sipari di Pescasseroli che ritroverà il violoncellista Ettore Pagano e la pianista Etrita Ibrahimi, unitamente alla orchestra del Tkob.

“È con immenso piacere che mi approccio alla mia prima esecuzione del Concerto Triplo, Beethoven – ha dichiarato la pianista – questo concerto atipico del compositore tedesco, vista la sua composizione per tre strumenti solisti, quali il violino, il violoncello ed il pianoforte con orchestra, un’opera fresca, ricca di sonorità e colori brillanti e soavi, allo stesso tempo.

Suonare questo concerto era uno dei miei sogni nel cassetto e sono veramente felice di eseguirlo ora, insieme a due amici, artisti e colleghi straordinari, quali la Violinista Abigeila Voshtina ed il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, con un ospite d’eccezione come il violoncellista Ettore Pagano, un virtuoso e stella nascente del violoncello”.

“A metà tra musica da camera, concerto e sinfonia, questo lavoro – ha continuato la violinista Abigeila Voshtina – mi trova in perfetto dialogo con gli altri due solisti e il direttore il cui continuo scambio musicale è particolarmente vibrante ed energico.

Il ‘Triplo’ è un monumento, un’opera multidimensionale nella quale ancora oggi risuonano gli impeti romantici, ma la cui interpretazione sarà diretta alla ricerca di equilibrio, respiro e armonia e colori, non sempre semplici da ottenere”.

Scelta impegnativa quella del concerto in Do Maggiore per pianoforte, violino e orchestra op.56 di Ludwig Van Beethoven. Composto tra il 1803 e il 1804, all’epoca del Fidelio e dell’Eroica di cui si trovano gli abbozzi nel medesimo quaderno, il Triplo Concerto occupa una posizione appartata nella produzione beethoveniana: la sua fortuna, rispetto alle altre pagine sinfoniche, è sempre stata minore.

Si tratta di un lavoro d’occasione, scritto su richiesta dell’Arciduca Rodolfo d’Asburgo cui Beethoven dava lezioni di pianoforte in quegli anni.

In questa pagina il trio dei solisti è giocato in chiave ludica, con un gusto divertito per l’intarsio strumentale, vagamente fine a se stesso, mentre l’orchestra è già tutta tesa ad una perentorietà di accenti tipica del secondo stile beethoveniano, quello del cosiddetto periodo eroico.

In questo contrasto interno sta forse la causa principale della posizione appartata del Triplo concerto rispetto alla contemporanea produzione del suo autore. Ma ciò non toglie nulla alla godibilità del lavoro: gli spunti decorativi sono trattati con una fantasia brillante e divertita, affascina l’entusiasmo concertante del terzetto solista, la tensione dinamica e la varietà dei ritmi.

Il Largo è una pagina molto poetica in cui l’orchestra si ritira discretamente sullo sfondo, e il discorso si apre con una frase molto cantabile del violoncello che suona nel registro acuto con un effetto di luminosa trasfigurazione.

Etrita Ibrahimi

Brillante e luminoso appare il Rondò alla polacca in cui l’orchestra riacquista i suoi diritti ma li esercita in modo più discreto di quanto non avesse fatto nel primo movimento. E’ una pagina di colore, come usava fare sovente Haydn, destinata a concludere il concerto, in un tono allegramente zingaresco con un’intensità energetica che investe il ritmo e i profili tematici, staccandosi nettamente dal modello settecentesco.

Il trio solista è trattato in modo salottiero e brillante, mentre l’orchestra lo incalza festosamente, echeggiandone gli spunti più caratteristici. “E’ molto piacevole avere a fianco due soliste del calibro della Voshtina e della Ibrahimi –ha affermato Ettore Pagano – E’ questo un Beethoven che guarda al secolo precedente, ma daremo alla nostra interpretazione, certamente un taglio moderno è indubbio che nel nuovo millennio dobbiamo tener conto della partitura e della scrittura dell’autore, ma anche come in questi secoli che ci dividono dalla composizione, le epoche sono cambiate e ci siano state interpretazioni molto spumeggianti.

Quindi intendiamo, insieme al direttore Jacopo Sipari, la cui caratteristica è l’empatia e sicuramente l’idea condivisa di lettura, offrire un’interpretazione ricca di colori e sonorità, molto variegata, e speriamo di riuscirci essendo molto difficile per il ventaglio virtuosistico affidato ai solisti.

Il secondo movimento è il gioiello incastonato tra due pietre, con un lirismo unico, che sigla il successo di questa opera, ove il violoncello nel primo e terzo movimento, il cello la fa un po’ da padrone, ma in quest’ oasi Beethoven riesce a far dialogare splendidamente i tre strumenti traendone l’essenza”.

La seconda parte della serata sarà interamente dedicata all’esecuzione della VII sinfonia di Ludwig Van Beethoven. “Oltre che condividere l’onere e l’onore di celebrare il segno beethoveniano – ha rivelato il M° Jacopo Sipari – ri-accendendo i riflettori sulla partitura del triplo, opera di non comune esecuzione, con tre grandi professionisti e amici, ho anche il piacere di dirigere la VII sinfonia, alla quale sono legato a doppio filo, poiché è stato il primo ingaggio prestigioso della mia carriera.

Qui cercherò di ottenere la Musica dalla mia orchestra, ‘non un’esecuzione’, per dirlo con parole care a Erich Kleiber, al quale guarderò”. La grandiosa visione di Wagner della “Settima” come “apoteosi della danza” serve a introdurre il discorso in un contesto piú specificamente musicale: la “Settima” costituisce un punto di arrivo e di passaggio nello stesso tempo, che dal punto di vista formale e stilistico corona in modo del tutto particolare la conquista beethoveniana del dominio sinfonico.

La continua espansione della ricerca sulle possibilità della sinfonia, quale si era concretata nella seconda maniera, approda infatti nella “Settima” a una riduzione dell’ambito formale che in sintesi significa un passaggio di livello nel modo di considerare i rapporti e le funzioni all’interno dell’itinerario formale della grande forma sinfonica.

Questo processo risulta evidente sia sul piano del carattere e del divenire dei temi, sia su quello delle loro funzioni nei rapporti di contrasto e di opposizione nello svolgimento dei quattro tempi, sia nella tecnica degli sviluppi e delle elaborazioni, sia, infine, nella ricerca sulle proprietà strutturali dei fondamenti del linguaggio; e questi non sono che alcuni, anche se i principali.

Su un piano piú generale tale riduzione, che si arricchisce già dei connotati precipui che porteranno agli esiti massimi delle opere dell’ultimo periodo, condiziona anche l’ulteriore grado di appropriazione del modello della forma-sonata, che qui dà vita ad una concezione formale unica ed assoluta proprio in quanto è il risultato di un processo che, disimpegnatosi via via dalle strette dell’individualismo eroico in lotta, è giunto ad analizzare e ad oggettivare i termini stessi del proprio sviluppo.

Nella Settima, dunque, Beethoven realizza un decisivo passo verso un modo nuovo di concepire la musica e, in particolare, la costruzione sinfonica, fondandosi unicamente sul contrasto nel fluire del tempo degli elementi puramente musicali organizzati al loro stadio primario: essenzialmente, come successione e opposizione di ritmi.

Il ritmo è il fondamento strutturale che sta alla base della Sinfonia e che, materializzandosi, ne riempie di contenuto formale lo schema astratto che Beethoven derivava dalla tradizione (forma-sonata per i due tempi estremi, rondò e scherzo, rispettivamente, per quegli intermedi); il rilievo assoluto che il ritmo vi assume spiega fra l’altro l’origine della interpretazione di Wagner, la sua immagine poetica e figurativa: che cosa è infatti la danza se non sublimazione del ritmo musicale?

Ma piú importante è forse ribadire come in questa Sinfonia sia superato ogni concetto di contrasto tematico (perché non esistono temi come individualità distinte e autosufficienti in lotta fra loro), e perfino sia abbandonata la traccia convenzionale dell’itinerario tonale, anch’essa come travolta nell’incessante divenire ritmico: lo sfruttamento delle possibilità connesse alla articolazione ritmica secondo un principio che si potrebbe definire di « variazione integrale », da una parte, la loro organizzazione in funzioni e relazioni che esse stesse concorrono a creare, dall’altra, questi sono i concetti fondamentali che in-formano la struttura di questa splendida pagina.

Abigeila Voshtina e Jacopo Sipari di Pescasseroli

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