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Basta con la torre di Babele linquistica

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Incipit

RaiNews24: «Il mondo del cinema è in lutto per la scomparsa del produttore… ehm della produttrice Marina Cicogna”. Media vari: “La presidenta Meloni”;  il presidente Meloni; la ministra Casellati; il ministro Casellati. Corriere della sera: «Jannik Sinner ha finito (sarebbe stato più corretto “terminato”, N.d.R.) il suo match alle 2,37, ma alle 17 avrebbe dovuto scendere di nuovo in campo. Ma ha deciso di ritirarsi  per non aver potuto riposare il giusto».   La lista degli esempi sarebbe più lunga di “Guerra e Pace” e pertanto ci fermiamo qui.

Mettiamo ordine nel caos linguistico

I somari capaci di conquistare posizioni sociali importanti, nonostante le gravi lacune culturali, sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Il problema è che aumentano a dismisura e, siccome i guai non vengono mai da soli, alla loro ignoranza si aggiunge il caos generato dalle mode insulse sulla scrittura inclusiva, in crescente espansione per assecondare pretestuose rivendicazioni femminili, tanto sciocche quanto inutili, perché non basta certo inventare brutti neologismi e violentare la lingua per dara sostanza e qualità a una persona, maschio o femmina che fosse.

La torre di Babele che ne scaturisce è semplicemente penosa: molti giornalisti, non sapendo che pesci prendere, balbettando e in evidente stato confusionale, pronunciano i sostantivi due volte, sia al maschile sia al femminile, in modo da non scontentare nessuno.

Questo bailamme linguistico va stroncato prima che diventi inguaribile e intanto sarebbe il caso di organizzare corsi di “formazione grammaticale” per i soggetti   mediaticamente esposti assenti nei giorni in cui, alle elementari e alle medie, si spiegava il corretto utilizzo dei verbi servili, del congiuntivo e della consecutio temporum.

A coloro che violentano la lingua con la scrittura inclusiva, invece, cerchiamo di far comprendere che il femminile di un sostantivo si forma partendo dalla forma più antica alla quale sia possibile risalire nello studio della sua storia (etimologia), stendendo un velo pietoso sull’utilizzo di quei strambi simboli che non sono presenti nell’alfabeto.

Per la lingua italiana parliamo in primis del latino, ovviamente,  poi del greco, degli influssi celtici e degli altri termini  mutuati dalle lingue dei tanti popoli che, nel corso dei secoli, si sono divertiti a praticare il bunga-bunga nel nostro Paese lasciandoci in eredità la loro progenie.

Il dizionario Treccani ci ricorda che il suffisso nominale adoperato per formare il femminile dei nomi di professione, mestiere, occupazione, dignità nobiliari è “essa”:, duchessa, principessa, dottoressa, ostessa, poetessa, professoressa, studentessa.

Talvolta il suffisso esprime una connotazione ironica o spregiativa (giudicessa, medichessa) mentre è corretto il femminile di alcuni nomi di animali (elefantessa, leonessa). Da quando Giorgia Meloni è diventata “presidente” del Consiglio dei ministri, è partita una sfiancante gara tra chi, correttamente, declina il sostantivo al maschile e un esercito di stupratori linguistici seriali che la definiscono “presidenta”, in dispregio alla norma succitata, che imporrebbe, se proprio si volesse adeguare il sostantivo al sesso, l’orribile e cacofonico “presidentessa”.

Non si vede la ragione, pertanto, di violentare la lingua con innesti utili solo ad abbruttirla (con due “t”, perché, contrariamente a un’altra diffusa propensione, abbrutire con una “t” non è sinonimo di abbruttire e ha un altro significato).

Continuiamo a utilizzare i sostantivi, pertanto, come abbiamo sempre fatto, evitando i balbettii degli indecisi, le doppie citazioni, e altre ridicole modalità espressive: «Care telespettatrici e cari telespetattori, abbiamo oggi tra noi molte amiche e molti amici che si prendono cura dei cani e delle cagnoline abbandonate … ehm abbandonati… eh… abb… uhh… dei cani e delle cagnoline che non hanno più un padrone… una padrona … insomma… ascoltiamo le loro storie perché sono molto importanti. Restate con noi». Stacco pubblicitario e conduttore che chiede due aspirine, mettendosi la mano sulla fronte per il mal di testa.

Vi sono sostantivi declinabili al femminile e altri no. Punto.

Conte: comes-comitis; femminile: comitisa-comitisae e quindi “contessa”.

Principe: princeps-ipis; femminile: princips uxor-uxoris, moglie del principe, che evidenzia la forte caratterizzazione del sostantivo maschile, reiterata anche nei sinonimi regia virgo – fanciulla del re, fanciulla reale – e princeps femina-ae e quindi “principessa”;

Duca: dux ducis; femminile: ducissa-ducissae e quindi “duchessa”;

Professore: professor-oris; femminile: mulier professor-professoris e quindi “professoressa” (anche qui mulier evidenzia la forte caratura maschile, che trova il giusto equilibrio nel sinonimo docendi magistra-magistrae, da cui “maestra”);

Dottore: doctor-oris; femminile mulier doctor-doctoris e quindi “dottoressa”;

Avvocato: advocatus-i, termine che non contempla il femminile e quindi resta invariato. È improprio, pertanto, dire “avvocatessa” e ancor più “avvocata”, che fa scadere il termine nella ridicolaggine, dal momento che il sostantivo è stato coniato precipuamente per indicare la figura religiosa più importante del firmamento cristiano:  “Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi”.

Ministro: Rei pubblicae administrator-oris; oppure gubernator-oris, procurator-oris, minister-tri. Di femminile non se ne parla proprio e già questo basta a rendere il termine invariabile. Sulla scorta di quanto sopra esposto, tuttavia, se proprio si vuole mettere la gonna al sostantivo, il termine corretto,  sarebbe ministressa e non ministra.

Macron: bravo (da pronunciare con l’accento sulla “o”, alla francese) e Chapeau.

Da europeista a denominazione di origine controllata protetta e garantita dalla storia personale, non posso definirmi un fan di Macron, esponente di rilievo di quell’Europa dei mercanti che ho sempre visto come il fumo negli occhi. Ciò non m’impedisce, tuttavia, di formulargli sinceri complimenti quando dovesse prodursi in iniziative largamente condivisibili.

A livello culturale, del resto, diciamolo pure senza tanti giri di parole,  capita spesso di doversi complimentare coi francesi. Merita alto encomio, pertanto, per la chiara condanna dei puntini in mezzo alle parole, degli asterischi, dei trattini incomprensibili e di tutte le altre scemenze genericamente definite “scrittura inclusiva”.

«La lingua francese non deve cedere allo spirito del tempo», ha dichiarato durante l’inaugurazione della Cité internationale de la langue française a Villers-Cotterêts, piccola cittadina tra Parigi e Reims che diede i natali ad Alexandre Dumas.

Ha poi aggiunto che «bisogna evitare di seguire le mode passeggere e concentrarsi sulla bellezza della nostra lingua, simbolo di unità nazionale, di libertà e di universalismo. Il maschile fa il neutro».

Gli scroscianti e prolungati applausi del folto e qualificato pubblico hanno sancito la piena condivisione del suo pensiero che, manco a dirlo, può e deve travalicare i confini francesi in modo da costituire un fronte compatto contro gli stupri della lingua.

In Francia non si scherza sotto questo profilo e in Senato si sta addirittura discutendo un progetto di legge che punta a vietare ogni forma espressiva che possa configurarsi come “attentato linguistico”, con buona pace dei partiti di sinistra, che degli attentati sono i principali sostenitori e stanno erigendo barricate per difendere le tante fantasiose elucubrazioni lessicali, come, per esempio, il neologismo “iel”, per sostituire “il” (lui) ed “elle” (lei).

Chapeau per Macron, pertanto, e speriamo che l’esempio francese funga da linea guida per analoghi provvedimenti a livello continentale. Nel frattempo non stanchiamoci mai di esporre al pubblico ludibrio gli stupratori linguistici seriali, esortandoli a sottoporsi anche a una seria terapia psicanalitica per acquisire consapevolezza sia del malessere esistenziale che li devasta sia della loro pericolosità sociale.

Lino Lavorgna

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