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Uomo e ambiente: le solite mistificazione mentre il mondo muore

A Davos sta per concludersi la cinquantesima edizione del Forum economico mondiale caratterizzato, ancora una volta, dallo scontro tra chi cerca di scuotere le coscienze sulle tematiche ambientali e chi, invece, pervicacemente tratta gli ambientalisti come dei decerebrati. Trump li definisce addirittura “portatori di sventura”.

Il grido di dolore di Greta Thunberg tocca il cuore di miliardi di persone, ma non scalfisce quello dei potenti della terra, annebbiati dalla bramosia di potere e danaro, che non si concilia con una sana tutela ambientale. “Come spiegherete ai vostri figli che vi siete arresi?” urla invano Greta. A loro non interessa il futuro, nemmeno quello dei propri figli, che sicuramente “si salveranno” grazie ai cospicui lasciti economici di cui potranno beneficiare, cosa per altro non vera se il mondo andrà in malora.

I cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti; i problemi generati dalla crescita esponenziale della popolazione mondiale, pari a 75milioni di individui annui, rendono il pianeta più piccolo; il gap tra ricchi e poveri si acuisce, ma tutto viene risolto con chiacchiere senza costrutto. È stato così sin da quando si è iniziato a parlare “seriamente” dei problemi ecologici ed è proprio questo dato che spaventa di più. 

L’uomo ha fatto i conti con la propria sopravvivenza sin dai tempi remoti, ma per comprendere la portata del fenomeno basta partire da pochi decenni addietro.

1967. Paolo VI pubblica l’enciclica “Populorum progressio”, mettendo in evidenza il forte squilibrio tra ricchi e poveri, i disastri causati dal neocolonialismo, dal capitalismo e dal marxismo. Sancisce il diritto di tutti i popoli a vivere decentemente e propone la creazione di un fondo mondiale per gli aiuti ai paesi in via di sviluppo.

1972. Il Massachussetts Institute of Thechnology pubblica il “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, commissionato dal “Club di Roma”, associazione non governativa, fondata nel 1968 da Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King con l’intento di studiare i cambiamenti globali, individuare i problemi futuri dell’umanità e suggerire adeguati provvedimenti preventivi. Il rapporto, scioccante, predice le conseguenze nefaste del progressivo incremento demografico senza la mancata adozione di misure che tengano conto della “finitezza della Terra”.

1975. L’autore di questo articolo, già da tre anni attivamente impegnato nelle battaglie ecologiche, stanco dell’atteggiamento dilatorio delle più importanti associazioni ecologiche (1), protese esclusivamente a non andare oltre la nobile ma insufficiente attività di difendere leprotti e uccellini e organizzare ritempranti scampagnate agresti, fonda “l’Associazione Nazionale Salvaguardia Ecologica” con l’intento di diffondere i dettami sanciti dal MIT. Nel 1976 amplifica l’impegno ambientalista aderendo ai neo costituiti “Gruppi di ricerca ecologica”, fondati dal biologo Alessandro Di Pietro con finalità affini a quelle dell’ANSE. Nel novembre del 1977, in occasione del “Primo seminario di studi ecologici” (2), tenutosi presso l’Hotel Terminus di Napoli, cui partecipa come relatore in qualità di presidente dell’ANSE e di dirigente nazionale dei GRE, espone dettagliatamente le tematiche insite nel rapporto del MIT e utilizza per la prima volta l’espressione “Sviluppo sostenibile”, che incomincia a far breccia nel linguaggio comune, anche se si dovrà attendere il 1987 per il suo utilizzo a livello planetario. Pazienza se la paternità è attribuita all’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland, presidente della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, autrice del “Rapporto Bruntland”, nel quale venivano espressi i concetti già emersi quindici anni prima nel convegno di Napoli: “Soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.

1984. Renato Federico, alias “Parsifal”, personaggio immaginario protagonista del romanzo “Prigioniero del Sogno” (3) asserisce: “Quando un uomo sceglie quotidianamente di prendere l’automobile, sapendo di restare imbottigliato nel traffico, evidentemente non ha più nulla da dare al prossimo. Uomo inutile e dannoso, quindi”.

2007.Fabio Mini (4), su “Limes”: “Il conflitto fra chi aspira al benessere e chi difende il proprio è il paradigma di questo secolo. Sono ancora pochi quelli che seriamente pensano di ridurre i propri consumi o di allineare il proprio stile di vita ad uno standard che misuri la felicità e il benessere anche in termini spirituali, di solidarietà, di rispetto dell’ambiente e di umanità”.

2010. Romano Prodi, su Limes (5). “La globalizzazione polarizza i punti di vista: alcuni credono che essa conduca ai cancelli della salvezza, che il consumismo sia il lasciapassare per la felicità e che frenare gli eccessi del mercato sia fonte di disagi; altri credono che essa sia una “falsa alba”, una distruttrice di posti di lavoro, e che i vincenti in un sistema finanziario globalizzato siano le corporazioni di avventurieri e di speculatori i quali capitalizzano sulla volatilità del mercato a spese degli investitori e dei lavoratori produttivi. Queste opposte visioni sono il terreno di coltura dell’attuale crisi della governance. […] Secondo me, dobbiamo incoraggiare la ricerca del profitto, ma al tempo stesso fare in modo di darle un volto umano, e aiutare e provvedere a coloro che sono meno capaci di competere e che si trovano marginalizzati”.

2018. Steve Morgan (6), su Limes: “La crescita in numero e in dimensioni dei grandi aggregati urbani – particolarmente dinamica in Asia e in Africa – genera più di un motivo di preoccupazione. In questi aggregati vivono popolazioni con consumi superiori alla media, si producono più rifiuti e si emettono più gas serra, si consuma suolo con velocità doppia a quella della crescita della popolazione. Nei paesi meno sviluppati, quasi un terzo della popolazione vive in baraccopoli o in insediamenti informali, con servizi rudimentali, precario accesso a fonti idriche sicure, pessima igiene. Queste persone sono soggette a rischi ambientali, spesso senza titolo a stabile dimora e quindi a rischio di espulsione. In teoria le aree urbane dovrebbero avvantaggiarsi delle economie di scala generate dalle loro dimensioni.

La costruzione di strade, di reti di trasporto, di distribuzione di acqua e di energia, se ben pianificata è in teoria relativamente meno costosa, così come l’erogazione di servizi di base per la salute e l’igiene. È però ben noto che la mancanza di un’adeguata pianificazione e di un efficiente governo ha impedito quasi ovunque di godere di questi teorici benefici di scala. Il rapido sviluppo della megaurbanizzazione prevedibile per i prossimi decenni minaccia quello “sviluppo sostenibile” che la comunità internazionale si è solennemente impegnata a perseguire”.

Salviamoci da soli, se ne siamo capaci

Il paragrafo precedente potrebbe essere molto più lungo, ma quanto riportato basta e avanza per inquadrare la problematica nel giusto alveo: la pervicace volontà di non dare ascolto ai gridi di allarme, più incisivi e chiari soprattutto negli ultimi anni. Se è lecito, tuttavia, non nutrire alcuna fiducia nei governanti del mondo, bisogna anche considerare che essi, in massima parte, vengono eletti democraticamente proprio da quei cittadini che poi si lamentano per la loro inerzia.

I termini del problema, pertanto, si spostano radicalmente, essendo noi i primi responsabili delle nostre sventure, sia per le scelte sbagliate sia per modalità comportamentali autodistruttive.

Occorre cambiare abitudini e stile di vita, prima che sia troppo tardi. Ed è qui che casca l’asino. Come spiegare a miliardi di persone, per esempio, che è non solo inutile ma oltremodo dannoso l’utilizzo smodato dell’aria condizionata? Le città sommerse dalle auto producono danni incalcolabili, stress, disagi, ma nessuno intende rinunciarvi. Nulla sembra più importante del superfluo e nessuno è disposto a cambiamenti radicali. Sotto questo profilo, pertanto, risultano patetiche e ridicole le testimonianze di affetto tributate agli ambientalisti, perché ammantate di ipocrisia. Servono fatti, non parole.

Lino Lavorgna

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