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Trent’anni senza Muro: che cosa è cambiato

Sono trascorsi ormai 30 anni dalla sera del 9 novembre 1989, quando una massa incontenibile di persone si riversava in strada verso la barriera eretta il 31 agosto del 1961, per alzare le sbarre davanti alle guardie inermi. Si guardava finalmente oltre un muro che divideva Berlino est da Berlino ovest, mandando in frantumi il simbolo della guerra fredda. Capitalismo contro Socialismo, ideali di democrazia liberale contro il sistema sovietico, abbattuti a colpi di martellate e di bulldozer nelle settimane che seguiranno quel 9 novembre. Ventotto anni di uno scontro ideologico frutto di una visione contrapposta del mondo fino a quel momento inscalfibile.

Le ragioni del crollo del muro sono remote, le conseguenze storiche, ossia la fine dei regimi dell’est, l’indipendenza delle repubbliche sovietiche e la scomparsa dell’Urss. Un blocco monolitico che nella formula del partito unico, dell’economia pianificata e della forza militare aveva costruito le sue alleanze internazionali. Ci sono stati in quegl’anni attori determinanti che hanno creato le condizioni per questo cambiamento storico. Primo tra tutti Michail Gorbaciov, segretario del Pcus dal 1985. Divenuto presto popolare in Occidente più che in patria, grazie al suo programma “perestrojka”, la ristrutturazione di un sistema che in realtà gli appariva sempre più irriformabile e perciò da smantellare. Il secondo volto è quello del presidente americano Ronald Reagan che durante una visita a Berlino nel giugno del 1987 aveva pronunciato la frase: “ Mr. Gorbaciov, tear down this wall” (demolisca questo muro). C’è stato poi Giovanni Paolo II, il papa polacco inviso alle autorità di Mosca e a quelle di Varsavia, temuto dal sistema per le sue parole che invocavano allo Spirito Santo che passa attraverso i muri, e al coraggio di rinnovare la faccia della terra. Proseliti minacciosi per l’establishment, perché condotti sul filo sottile dell’ideologia più che dell’aperta ostilità politica.

Oggi dopo 30 anni, la storia ci consegna altri muri in cui imbatterci. Se ne contano 70 nel mondo e altri chissà ancora da costruire. In barba a tutto quello che studi millenari ci hanno insegnato sulle profonde connessioni e comunicazioni sempre esistite tra gli esseri umani. Muri anti migranti, simbolo della debolezza degli Stati, e cifra di una nuova deriva politica e culturale. Ce n’è uno tra Messico e Stati Uniti, tra le due Coree, tra Afghanistan e Pakistan, tra Kenya e Somalia, tra Arabia Saudita e Yemen, tra Malesia e Thailandia, e la lista annovera zone in tutto il mondo. Se non abbattuti i muri – osserva lo storico vaticanista Alberto Guasco – diventeranno i monumenti di quest’epoca, da “monere”, ricordare, che consegneremo ai posteri, forse proprio come la Cappella Sistina o Notre Dame. Una logica fruttuosa che muove sentimenti di esclusione, di egoismo e di creazione dell’altro percepito come minaccia. Una difesa ostinata che finirà in cocci insieme alle ideologie che le sorreggono.

Marita Langella

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