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Trasformiamo l’Italia in una (pen)isola verde

Nessuno può prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi, perché mai come in questo periodo l’imponderabile trionfa su ogni possibile ragionamento razionale. La speranza di pace e di serena armonia tra i popoli, che anima tutte le persone sensate, a prescindere dalle rispettive idee politiche, cozza con troppi elementi contrastanti affinché possa affermarsi al di là di un sentito e legittimo desiderio.

Senza perdere tempo a recriminare su ciò che non è stato fatto in passato, pertanto, rispettando quanto suggerito sin dal 1972 dagli scienziati del MIT nel famoso rapporto sui limiti dello sviluppo, cerchiamo di aprire gli occhi su ciò che “necessariamente” va fatto, nel più breve tempo possibile, per prevenire quei tristi scenari che bussano alla porta in virtù dei colpi di testa di chi, con spietata protervia, cerca di far riemergere dalle fogne della Storia quel triste passato che erroneamente si riteneva “irripetibile”, dal momento che, come giustamente osservava Gramsci, la Storia è maestra ma non ha allievi.

Ieri, sulle pagine di “la Repubblica”, in un eloquente articolo di Luca Pagani venivano esposte le misure allo studio del Governo per il prossimo inverno, nel caso in cui dovesse venire meno il gas della Russia, nostro principale fornitore con i suoi circa trenta miliardi di metri cubi annui: incremento della produzione dei giacimenti petroliferi nazionali; interruzione per alcune ore al giorno delle forniture di gas alle industrie energivore (circa 3.000 imprese che, per la loro attività, necessitano di altissimo consumo di energia elettrica, N.d.R.); incremento del gas naturale liquefatto; riduzione dell’illuminazione pubblica; riduzione di un grado della temperatura nelle case e negli uffici; aumento della produzione di gas nelle sei centrali a carbone ancora in attività (la cui chiusura era prevista entro il 2025, essendo fortemente inquinanti, N.d.R.) A ciò vanno aggiunte le iniziative protese ad ottenere un incremento delle forniture da altri Paesi: Algeria, Congo, Angola, Azerbaigian.

Ragioniamo con calma. 

Le misure allo studio del Governo forse possono rispondere al concetto “occorre fare di necessità virtù”, ma sono pienamente valide solo per i punti che prevedono la riduzione dell’illuminazione pubblica e quella dei gradi nelle abitazioni e negli uffici. Nel piano si parla di un grado, senza ulteriori indicazioni: in realtà per quanto riguarda il riscaldamento si potrebbero tranquillamente ridurre almeno tre gradi, consentendo, quindi, sei miliardi di risparmio e non due; non si parla, poi, dell’aria condizionata durante i mesi estivi, che consentirebbe risparmi molto più consistenti sol che si rinunciasse all’abitudine di trasformare case e uffici in vere celle frigorifere, “aumentando” di almeno 3-4 gradi la temperatura interna, o rinunciando proprio ad accendere il condizionatore in quelle zone dove il clima  permetta serenamente di “convivere” con la temperatura esterna. Le altre misure, a onor del vero, sembrano “pezze” in grado di produrre più problemi di quelli che risolvono. Molte aziende (per esempio le fornaci dei vetrai) devono restare accese 24 ore su 24, 365 giorni l’anno: troppo lunghe e costose le procedure per spegnerle e riaccenderle. Il GNL inevitabilmente ha costi più alti del gas che arriva attraverso i gasdotti, viaggiando precipuamente via mare e necessitando di essere “rigassificato”; inutile ribadire più di tanto, poi, quanto male possano produrre le centrali a carbone, dopo tutte le battaglie fatte dagli ambientalisti negli ultimi decenni per chiuderle definitivamente.

Ben vengano, ovviamente, gli incrementi delle forniture da altri Paesi con i quali già si intrattengono molteplici rapporti commerciali, anche se, sotto il profilo “etico”, pur nella consapevolezza che oggi l’etica contrapposta all’economia di mercato è motivo di interesse solo per un pugno di intellettuali, non va sottaciuto il fatto che ciò ci obbliga a intessere rapporti con Stati che manifestano un grave deficit di civiltà, di democrazia, di rispetto dei diritti dei cittadini e di propensione alla violazione dei trattati internazionali. Pensiamo, per esempio, a come debba sentirsi la corposa comunità armena che vive in Italia per gli stretti legami con l’Azerbaigian e fermiamoci qui perché l’argomento è scivoloso e si configura come una complessa e inestricabile matassa per le implicazioni incrociate di molti altri Paesi. 

L’ottavo punto.

Ai sette punti allo studio del Governo, pertanto, dei quali come detto solo due sono pienamente validi, se ne aggiunga un ottavo, che da solo risolverebbe, se non tutti, la stragrande maggioranza dei problemi: proroga sine die della legge che consente di adeguare le abitazioni – tutte le abitazioni del territorio – alle moderne risorse tecnologiche che prevedono la drastica riduzione, o addirittura il pieno annullamento dei costi energetici, grazie allo sfruttamento dell’energia solare e all’isolamento termico. In pratica si tratta di rendere pienamente fruibile a tutti i cittadini quanto previsto dalle attuali norme che disciplinano il cosiddetto “Ecobonus 110%” che, finora, è stato utile precipuamente agli speculatori capaci di approfittare della legge per produrre truffe. 

La recente “revisione normativa” ha consentito senz’altro di chiarire molti aspetti e ridurre drasticamente la possibilità di agire in modo fraudolento, ma i problemi contingenti, determinati sia dalla tempistica, che penalizza soprattutto le singole abitazioni (ovvero quelle che più necessitano degli interventi di adeguamento energetico) sia dall’incremento dei prezzi delle materie prime, sta impedendo a molti cittadini di beneficiare del provvedimento. 

A volte basta un pizzico di buon senso per individuare delle soluzioni ad hoc per i problemi e allungare i tempi per la fruizione dell’ecobonus 110% è uno di questi.
Costringere alla chiusura centinaia di aziende che non possono permettersi di rinunciare a un briciolo dell’energia elettrica quotidianamente utilizzata per la propria attività, favorendo in tal modo un aumento spaventoso della disoccupazione con tutto ciò che ne consegue, e contribuire all’inquinamento ambientale con il ripristino delle centrali a carbone, oltremodo nocive per la salute dei cittadini per l’alta immissione negli ecosistemi di elementi cancerogeni  (mercurio, cromo, arsenico, ossidi di zolfo, polveri fini e ultrafini), più che una grossolana scemenza, è un vero crimine contro l’umanità.   

Lino Lavorgna

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