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I totalitarismi: verità e bugie al tempo dei media

1EN-625-B1945 Orwell, George (eigentl. Eric Arthur Blair), engl. Schriftsteller, Motihari (Indien) 25.1.1903 - London 21.1.1950. Foto, um 1945.

Nel 1930 il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset nel  libro  “La ribellione delle masse”, scriveva: “Massa è tutto ciò che non valuta se stesso, né il bene né il male, ma che si sente “come tutto il mondo”… a suo agio nel riconoscersi identico agli altri”.
 
Sembrano pensieri che preconizzano la moderna globalizzazione degli ultimi 40 anni, una comunità mondiale di persone interconnesse che condividono “un’intelligenza collettiva” che prende decisioni e partorisce idee universalmente riconosciute. È ciò che stiamo vivendo andando a ritroso, da circa 150 anni, e che chiamiamo diffusione di massa. Ed è dal Novecento, “il secolo breve” come lo definì lo storico britannico Eric Hobsbawm, quello della rivoluzione industriale, del progresso, dei nazionalismi e dei grandi cataclismi totalitari, che si può partire per comprendere un cambiamento senza precedenti.
 
La nascita del cinema e della radio negli anni Venti e Trenta, la televisione nei Cinquanta, il computer e la rete dagli anni Ottanta. I media sono strumenti che coesistono, si integrano l’uno nell’altro e si alimentano di innovazione sociale, interessi politici ed economici, propaganda. Perché ogni mezzo di comunicazione non è mai neutro, non lo sono i libri, le arti, la fotografia, la stampa, e ciascuno di essi è legato all’uso che ne fa chi se ne serve.
 
È la politica della trasformazione come scrive lo scrittore britannico George Orwell (nella foto) in “1984”, riferendosi al sistema comunista sovietico che giorno per giorno, minuto per minuto, aggiornava il passato. E cioè manipolava qualsiasi materiale che avesse un significato politico ed ideologico per farne strumento funzionale alla causa sovietica. Questo è stato un elemento comune dei grandi totalitarismi del Novecento, progetti mirati che si avvalgono di persone, strumenti di persuasione e tecniche di condizionamento.
 
“Una menzogna è una menzogna: ripetete una menzogna mille, diecimila, un milione di volte e quella diventerà la verità”, affermava Joseph Goebbels, il ministro della propaganda nazista. E di che cosa ha bisogno un regime per guadagnare consenso se non di masse pronte a sacrificarsi nel suo nome? Un lucido piano condotto in nome di ideali superiori, il delirio di onnipotenza di un capo politico che attecchisce su uomini omologati privi di spirito critico, creatività e libertà. Un concetto che la filosofa tedesca Anna Harendt approfondisce nel suo “Le origini del totalitarismo” del 1949, quando sostiene che il declino delle classi sociali ha lasciato il posto a persone disilluse, indeterminate, in quel vuoto ideologico riempito dai movimenti totalitari.
 
Lo scriveva anche lo scrittore sovietico Boris Pasternak ne “Il dottor Zivago”, convinto che per la logica comunista “bisognasse far sì che la gente disimparasse a giudicare e a pensare, costringendola a vedere ciò che non esisteva“.
 
 Dalla propaganda dei regimi alle odierne fake news, l’avvento del digitale ha lasciato spazio a nuove forme di persuasione. Oggi la politica è figlia della rete al servizio dei partiti, le cui campagne elettorali sono condotte sempre meno nei salotti televisivi, a favore dei social network. La comunicazione si concepisce a colpi di post studiati nei minimi dettagli, che cavalcano umori e malcontenti popolari. Ci si avvale perfino di algoritmi e software capaci di calcolare il materiale postato in termini di migliore risultato, per elaborare poi delle linee guida. O del “tweet bombing”, che permette di comprare migliaia di account Twitter e rendere virale una notizia che si vuole condividere.
 
La nuova religione politica è il digitale, usato come forma di emancipazione umana, possibile  proprio attraverso l’hi-tech, il cyberspazio e le tecnologie, secondo “l’ideologia californiana”, nata nella West Coast. Il potere è in rete, è lì che si annida oggi la propaganda, attraverso siti di comunicazione ufficiale, e blog utilizzati per attaccare nemici interni ed esterni. Ma essa è anche la nuova piazza dove convergono idee per costruire progetti che ci accomunano, e chiamare alla mobilitazione persone in zone opposte del mondo. È successo di recente per il ”Fridays for Future”, movimento studentesco che ha visto migliaia di giovani protestare contro il cambiamento climatico, e non ultimo il 29 settembre a Hong Kong nella ”Giornata globale contro il totalitarismo”.  
 
Motivo della manifestazione, la richiesta di autonomia dal governo di Pechino, per una regione formalmente distinta dalla Cina. Ma anche un’occasione per ricordare il quinto anniversario della Rivoluzione degli ombrelli, la protesta del movimento “Occupy Central” che bloccò Hong Kong per 79 giorni, al fine di chiedere la concessione del suffragio universale. 

 
Marita Langella

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