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Supponenza buonista e razzismo inconsapevole: l’Italia che non va

I fatti

In un libro di testo per la seconda elementare, edito dal Gruppo editoriale Raffaello, compaiono delle vignette con i propositi dei bambini per il nuovo anno scolastico. Una bimba bionda dice: “Quest’anno vorrei fare tanti disegni con i pennarelli”; un vispo bimbetto vorrebbe andare “sempre in giardino a ricreazione” (forse era il caso di scrivere ‘per la’, ma non si può pretendere troppo dai docenti contemporanei); il bimbo nero, invece, dice: “Quest’anno io vuole imparare italiano bene”.

L’autore, di fatto, ha inteso sottolineare la non padronanza della lingua da parte del bimbo di colore, suscitando le legittime rimostranze di molti docenti, ai quali non è sfuggito il senso larvatamente razzista del messaggio, a prescindere dalle reali intenzioni dell’autore.  La vicenda ha avuto discreta eco mediatica e l’editore, investito dalle polemiche, si è scusato con tutti preannunciando la riedizione del testo senza la pagina incriminata.

La mamma degli sciocchi è sempre incinta  e vicende analoghe, già verificatesi in passato, sicuramente si verificheranno anche in futuro. Molto probabilmente l’autore non aveva propositi razzisti e quindi è solo opportuno indurlo a frequentare un serio corso di comunicazione, in modo da apprendere la differenza tra ciò che abbiamo in testa e ciò che effettivamente arriva agli altri, quando proponiamo un messaggio.

La supponenza dei buonisti più grave del razzismo inconsapevole

Con le scuse e l’intervento correttivo dell’editore il discorso è chiuso, almeno per quanto concerne l’aspetto razzista. Resta aperto, invece, per altri aspetti, alla luce di ciò che traspare nel fronte di coloro che, a giusta causa, hanno protestato con fermezza per la stupida vignetta. Nella pagina Facebook del seguitissimo gruppo “Educare alle Differenze”, infatti, il post dedicato alla vicenda presenta singolari costrutti ortografici: i sostantivi che indicano soggetti maschili e femminili sono scritti con la vocale finale sostituita da un asterisco (Bambin*, ragazz*, stranier*); lo stesso dicasi per i verbi riferiti contestualmente a maschi e femmine: arrivat* , etc.

Il tutto, evidentemente, in ossequio a quel crescente presupposto di ridicola equiparazione terminologica, che ha già forzato la mano alla grammatica attribuendo il femminile a termini come “sindaco”,  “avvocato”, “deputato”, spesso fonte di sconce elucubrazioni sintattiche. Famoso lo scambio di battute tra una coppia e il legale di fiducia incontrato casualmente in un ristorante e salutato con un affettuoso “Cara avvocata nostra”, al quale seguì una risposta piccata: “Se per ‘cara’ intendete l’esosità delle mie parcelle, che tra l’altro ancora non sono state onorate, so di essere ‘cara e me ne compiaccio; in quanto al sostantivo utilizzato, rifuggendo da ogni forma di ridicolaggine, vi prego di pronunciarlo correttamente al maschile”.

La baggianata dei sostantivi senza desinenza, pertanto, va censurata con fermezza, sperando che non giunga mai all’orecchio degli accademici avanti con l’età in quanto potrebbe essere fonte di pericolosi sbalzi pressori.

La lingua italiana subisce “inconsapevoli attentati quotidiani” da parte di troppi soggetti che conquistano la laurea e poi importanti incarichi senza aver imparato la corretta concordanza dei verbi servili; che si dice ‘sia… sia’ e non sia che; che ‘piuttosto’ ha valore avversativo e non disgiuntivo, per non parlare del congiuntivo e della consucutio temporum, sui quali è meglio stendere un velo pietoso; non è proprio il caso, quindi, di aggiungere “attentati consapevoli”, in particolare se generati da chi non abbia alcun titolo per intervenire sulle regole ortografiche, sintattiche e grammaticali.

Lino Lavorgna

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