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Stato sociale: è ora di pensarci seriamente

di Lino Lavorgna*

  

  1. PREMESSA

Non c’era bisogno della pandemia per far comprendere che lo Stato sociale rappresenti l’unica meta perseguibile per garantire accettabili condizioni esistenziali, ammesso e non concesso che lo si sia capito davvero, cosa circa la quale è lecito nutrire molti dubbi.  Più evidente, invece, al netto delle chiacchiere strumentali, è il progressivo fallimento dell’idea sociale, tragica conseguenza  di due gravi negatività: trasferimento dei veri poteri dalla politica alla finanza transnazionale e massiccio incremento della corruzione a ogni livello. Limitatamente all’Italia si deve aggiungere il totale fallimento del decentramento amministrativo, che vede nelle regioni uno strumento utile solo a far arricchire chi le gestisce. Masse sempre più amorfe e confuse si limitano a sfogare la rabbia sui social, ripetendo a mo’ di mantra lo stantio ritornello «stiamo precipitando verso il fondo del baratro», sistematicamente derise dai pur tanti fetentoni che possono permettersi di urlare gaudenti «tutto va bene, madama la marchesa» e poi prodursi nel gesto dell’ombrello.  Il fondo, di fatto, lo abbiamo raggiunto da un pezzo ed è nelle sue acque putride e melmose che annaspiamo. Eppure, a ben guardare, la strada per la soluzione dei problemi sociali era già stata asfaltata da Socrate e Platone: sarebbe bastato manutenerla e adeguarla al fluire dei tempi per evitare ogni problema, ma è chiaro che l’impresa deve essere apparsa inconcepibile più ancora che difficile.

  1. CONFUSIONE CONCETTUALE

Se chiedessimo a chicchessia di spiegare cosa preveda uno Stato sociale, per lo più sentiremmo concetti che descrivono uno Stato assistenziale. I più preparati parleranno del “welfare state” e delle tante conquiste ottenute dal XVII secolo ai giorni nostri su vari fronti: sanità, pubblica istruzione, indennità per i meno abbienti. La sostanza non cambia: i provvedimenti, pur avendo una matrice politica, vengono recepiti nella loro essenza economica. Uno Stato sociale, in realtà, è una cosa ben diversa da quello assistenziale, anche se quest’ultimo contemplasse soluzioni innovative e senz’altro valide come il reddito di cittadinanza (al netto delle note distonie che nel nostro Paese lo inficiano, rendendolo, di fatto, inutile e dannoso) e lo svolgimento di lavori socialmente utili retribuiti. Solo in pochi, quindi, saprebbero rappresentarlo adeguatamente, sancendo il primato dell’Uomo sullo Stato,  quello della Politica sull’economia e retrodatando i suoi prodromi di molti secoli. Gli antichi Romani, per esempio, avevano compreso l’importanza di soddisfare i bisogni primari dei cittadini e istituirono “l’annona”, ossia la distribuzione gratuita del grano, cui fece seguito quella di altri generi di prima necessità e l’accesso gratuito alle terme e al teatro. Seneca, nel “De brevitate vitae”, scriveva testualmente: «Un popolo affamato non ascolta ragioni, né gl’importa della giustizia e nessuna preghiera lo può convincere».  Boris Johnson, attuale premier inglese, nel 2010, quando era sindaco di Londra, scrisse un saggio1 nel quale si ispirò proprio a Seneca, sintetizzando il suo concetto nella frase: «Un popolo affamato è un popolo arrabbiato». Il pittoresco politico inglese (che è bene ricordare discende da una famiglia con origini inglesi, turche, russe, ebraiche, francesi e tedesche), sostanzialmente spiega che l’antica Roma dovette affrontare una sfida non dissimile da quella affrontata oggi dall’Europa, alle prese con i problemi interni e con quelli generati dall’immigrazione. Vi è un solo errore nella sua pur valida analisi: la definizione della politica romana come “assistenziale”. L’annona, invece, sia pure embrionalmente, aveva tutti i presupposti di una vera politica sociale: non creava disarmonie ed era strutturata con regole protese a bloccare sul nascere il convincimento che “papà Stato” pensa a tutto.

Il prosieguo della storia dell’uomo, purtroppo, ha via via annichilito la possibilità di armonizzare in modo ottimale le varie componenti dell’essere, impedendo che la qualità della vita fosse soddisfacente anche per chi occupi i gradini più bassi della scala sociale.  Questo processo di decadimento era già  stato compreso da Argo Vilella, nel 1978, quando scrisse che: «Tutte le riforme e tutte le rivoluzioni sono destinate a fallire se l’uomo non identifica nell’essenza della propria interiorità le cause che conducono dalla decadenza delle antiche istituzioni al vuoto attuale»2.

  1. CRISI DEL MONDO MODERNO

Nell’Occidente, come noto, la “democrazia rappresentativa” è considerata la migliore formula di governo, ancorché imperfetta. Le analisi sociologiche e la semplice osservazione di ciò che accade nel mondo, tuttavia, ci dicono che essa sia ben lungi dall’aver assolto al suo compito primario. Atterrisce la metodica frequenza con la quale, dappertutto, si parli di brogli elettorali e ancor più atterrisce la straordinaria capacità degli individui di tirarsi la zappa sui piedi, passando sistematicamente dall’illusione apologetica nei confronti di qualcuno alla dolorosa disillusione, senza che ciò, però, produca alcun effetto per non reiterare l’errore. «La storia è maestra, ma non ha scolari», sosteneva Gramsci. Siccome, però, sarebbe tempo perso, almeno in questa fase epocale, vagheggiare formule diverse, che indurrebbero solo a considerare folle chi le proponesse, cerchiamo di individuare qualcosa che possa limitare i danni, divenuti oramai insostenibili sotto qualsivoglia profilo.

I primari fattori della produzione che condizionano la vita di ogni essere umano sono il capitale e il lavoro. I lavoratori si suddividono in tante categorie, due delle quali si possono definire preponderanti: i privilegiati, che beneficiano di uno stipendio sicuro, a volte guadagnato scaldando sedie, soprattutto nella pubblica amministrazione; gli sfruttati, che sgobbano molte ore al giorno, spesso in contesti miserabili e senza tutele. È appena il caso di ricordare l’alto numero di morti nei luoghi del lavoro: 896 dall’inizio dell’anno. Quanti sono, poi, gli imprenditori che onorano il loro ruolo, creando ottimali condizioni di lavoro per i propri dipendenti, corrispondendo loro il giusto salario senza obbligarli a prestazioni non retribuite, ivi comprese quelle “private”, che mortificano soprattutto le donne, non evadono le tasse e non si prestano a compromessi di natura politica? Se si potesse fare un reale censimento, molto probabilmente la percentuale sarebbe rappresentabile con uno “zero virgola qualche cosa”. Un quadro desolante, reso ancora più triste dalle deficienze che si registrano sul fronte sindacale e su quello politico, che vede tanti soggetti, per lo più di infima qualità, propensi solo a tutelare sé stessi. È ben evidente, quindi, che senza un radicale ricambio nelle stanze del potere, con persone in grado di diffondere e tutelare “la cultura del lavoro”, parlare di Stato sociale sia una pia illusione. Una società marcia fino al midollo non può che farsi rappresentare da persone marce, nella folle speranza di sopravvivere nel proprio orticello, grazie alla “protezione”, indipendentemente da ciò che accade negli altri orticelli. Quando iniziano a scarseggiare gli ortaggi, però,  si creano le premesse per un cambiamento, anche se molto lentamente, perché nell’Occidente l’epoca delle rivoluzioni è terminata e l’ideale romantico che consentiva di rischiare qualcosa per l’affermazione di un principio ritenuto giusto, valido fino alla metà degli anni Ottanta, è stato completamente spazzato via dalla veloce mutevolezza dei costumi e il suo assunto è del tutto incomprensibile per i giovani di oggi. Nondimeno bisogna fare di tutto affinché quella labile fiammella, che per fortuna ancora alberga nei cuori di qualcuno, alimenti fuochi sempre più consistenti e induca, soprattutto i giovani, a riconsiderare il loro stile di vita, che oggi, fatte le debite eccezioni, si può definire con un solo termine: malsano.

  1. IL CORAGGIO DELLA VERITÀ: PARLIAMO DI CORPORATIVISMO

Da tredici anni la crisi economica – che come più volte ripetuto è una crisi dei valori – domina la cronaca quotidiana. I bimbi nati agli albori del terzo millennio sono cresciuti bruciando un periodo importante della loro vita in una realtà sociale turbolenta e drammatica. La mia generazione, in analoga fascia di età, ha sì vissuto anni turbolenti e drammatici, maturando però esperienze che sono servite a temprare un carattere, a trovare un sentiero, a crescere in fretta. I giovani di oggi vivono esperienze frustranti che li rendono insicuri, con quali nefaste conseguenze è facilmente immaginabile, quando non ampiamente riscontrabile. I vincenti, coloro che emergono dalla massa amorfa e impaurita, volando verso le alte vette del successo, lungi dall’essere i “migliori”, sono solo coloro che più rapidamente riescono a marciare al passo con i tempi, assimilandone le distonie e lasciandosi contaminare da esse, per poi gestirle affinché risultino funzionali ai propri progetti. La genialità trova pratica attuazione precipuamente in quelle attività che generano facili guadagni grazie alle potenzialità del mondo virtuale, non ancora ben decantate dalla moltitudine degli esseri umani, che quindi diventano facili prede. Non è accaduto nulla di diverso quando spagnoli e portoghesi soggiogarono le civiltà precolombiane del Sud America, depredandole dei beni preziosi il cui reale valore era ignoto ai possessori. Lo stesso settore produttivo si nutre del condizionamento manicheo dei consumatori, cui sfugge la differenza tra un utile aziendale configurabile come corretto profitto e il surplus pazzesco favorito dai prezzi finali fuori controllo, che generano da un lato povertà diffusa e dall’altro una massiccia concentrazione di capitali. Chi spende mille euro (o anche più) per un telefonino che potrebbe essere venduto tranquillamente a meno di duecento euro, consentendo margini “onesti” a tutti, è un idiota3. Ma quanti sono gli idioti, sotto questo profilo? Miliardi di persone e quindi non c’è partita, perché il telefonino è solo uno dei mille e mille prodotti con medesime caratteristiche devianti. Le stesse automobili, per esempio, non sfuggono alla regola: una berlina tranquillamente pagata trentamila euro da milioni di automobilisti, in realtà potrebbe essere venduta a non più di 24mila euro assicurando comunque un utile onesto a produttore e rivenditore. Quei seimila euro di differenza (o forse più) costituiscono un serio problema economico e sociale perché contribuiscono ad aumentare sensibilmente il gap tra ricchi e poveri. Nel settore terziario, infine, si pratica una violenza delle coscienze che genera veri mostri. I giovani che si affacciano al mondo del lavoro, magari con le migliori intenzioni, vengono formati ed avviati ad attività truffaldine, da estrinsecare soprattutto a danno delle persone più deboli e più facilmente abbindolabili, a partire dagli anziani. A questi giovani viene inculcato, da autentici criminali che gestiscono società anche importanti e dai fatturati plurimilionari, il principio del “mors tua vita mea”. Sicuramente tra chi legge vi saranno le vittime di compagnie energetiche e telefoniche che hanno stipulato contratti di subentro fasulli, nonché coloro che hanno riscontrato l’azzeramento del credito telefonico in virtù di  abbonamenti a servizi mai richiesti. Queste società, ancorché legali sotto il profilo giuridico, basano la loro attività sulle truffe, sulle capacità truffaldine di dipendenti appositamente istruiti e sulla vulnerabilità delle vittime.

Uno Stato sociale non sarà mai possibile fin quando non si realizzerà un vero equilibrio nei fattori della produzione, superando il capitalismo e la sua degenerazione rappresentata dalla finanza, nonché educando i cittadini a una sana gestione delle proprie risorse economiche, anche attraverso una corretta informazione sui reali costi di produzione.

Un processo possibile solo quando la politica assumerà un ruolo che le consenta di essere scritta con la “P” maiuscola e l’economia sarà incanalata nel suo alveo naturale, che è quello di organizzare l’utilizzo delle risorse per soddisfare al meglio i bisogni collettivi e non di essere manipolata per creare disparità sociali e l’arricchimento di pochi. Un sistema economico “sposabile” con questo presupposto esiste e si chiama “corporativismo”. Un corporativismo moderno, sia detto a scanso di equivoci e di facili strumentalizzazioni, capace di interpretare le esigenze di una società in veloce evoluzione, senz’altro suscettibile di progressivi sviluppi, sempre nell’alveo, però, di una “sana e corretta” gestione delle politiche economiche e sociali.

Iniziamo a parlare di “corporativismo” quindi, senza avere la pretesa di svilupparne compiutamente l’essenza in un articolo giornalistico, che si prefigge solo di smuovere le acque e stimolare l’interesse sull’argomento, sia pure nella consapevolezza che il termine evoca, erroneamente, scenari foschi che per fortuna possono essere serenamente studiati e storicizzati, al di là delle comode strumentalizzazioni di chi, dando la caccia ai fantasmi, distoglie l’attenzione dagli scheletri che custodisce nell’armadio. Proprio per questo, quindi, è importante stroncare sul nascere ogni possibile mistificazione dando ampio risalto alla dimensione “spirituale” dell’individuo, concepita in un’ottica che trascende il mero ambito religioso, che dovrà rappresentare l’essenza del nuovo corso sociale e  offrire nuove prospettive speculative, soprattutto ai giovani. Sotto il profilo prettamente economico, poi, il corporativismo moderno deve necessariamente incunearsi in una società pluralistica e non totalitaria, bandendo l’autarchia a vantaggio dei mercati aperti, della proprietà privata e della libera iniziativa. Questi fondamentali elementi, però, a differenza di quanto avvenga nella società capitalista, vanno gestiti in modo da  non creare disequilibri sociali. Come sosteneva il compianto Gaetano Rasi, infatti: «La dottrina corporativa ha la sua ragion d’essere nel perseguimento del bene collettivo e non nella difesa degli egoismi dei singoli o delle categorie».

 

1. Boris Johnson, Il sogno di Roma, Garzanti, 2010 (attualmente di difficile reperibilità in italiano; disponibile nella versione originale)

2.Argo Vilella, Una via sociale – Società Editrice il Falco, 1978. L’intero saggio, manco a dirlo, è incentrato sull’importanza della centralità dell’Uomo.

3.Vedere a tal proposito: Lino Lavorgna, Crescere o decrescere? Mensile “CONFINI”, nr. 72, pp. 7-13 issuu.com/confini/docs/confini72 

 

* L’autore, allievo di Gaetano Rasi, è stato membro dell’Istituto di Studi Corporativi dal 1972 al 1985 e direttore della sezione di Caserta dal 1982 al 1985. I principi di un moderno corporativismo costituiscono il fulcro della dottrina economica e sociale contemplata nel programma di “Europa Nazione”, movimento politico fondato dall’autore nel 2013

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