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Se questo è un uomo

Spostiamo per un attimo le lancette dell’orologio all’indietro solo di un paio di mesi e cerchiamo di ricordarci “come eravamo”: quali fossero le nostre priorità, gli approcci relazionali, le visioni del mondo, i convincimenti radicali su fatti e persone. Cerchiamo di ricordarci come eravamo e riflettiamo su come siamo ora, sforzandoci soprattutto di non mentire a noi stessi. Esempi non servono, perché mai come in questi momenti ciascuno deve fare i conti con la propria coscienza, candida o sporca che fosse, navigando a vista tra il bene e il male del proprio essere. Un solo dato merita di essere citato, perché accomuna la maggioranza dei cittadini, ossia coloro nati dal 1945 in poi: pensavamo di concludere il nostro cammino terreno senza conoscere, direttamente, l’orrore di una guerra. Perché una cosa è vedere in Tv quelle degli altri e altra cosa vivere sulla propria pelle le tensioni e le paure di una guerra vista da vicino o combattuta in prima persona. Ci ha pensato la pandemia globale a smontare questo convincimento, proiettandoci in quella che, di fatto, è una vera guerra.

Una guerra ampiamente prevista da uno degli uomini più in gamba di questo pianeta, Bill Gates, capace di guardare oltre l’orizzonte, che già nel 2015 si produsse nella seguente predizione: “La prossima guerra che ci distruggerà non sarà fatta di armi ma di batteri. Spendiamo una fortuna in deterrenza nucleare, e così poco nella prevenzione contro una pandemia, eppure un virus oggi sconosciuto potrebbe uccidere nei prossimi anni milioni di persone e causare una perdita finanziaria di 3.000 miliardi in tutto il mondo”. L’augurio che deve seguire questo monito, pertanto, deve essere doppio: il primo riguarda l’aggettivo “prossima”, che si spera non riguardi questa pandemia; il secondo è che questa pandemia crei i presupposti affinché il monito risulti fallace.

È possibile, certo, ma dobbiamo guardare ancora meglio dentro noi stessi e correre ai ripari, perché ciò che sta emergendo, non lascia presagire nulla di buono. Bene e male, pertanto, vanno scandagliati con particolare attenzione: non è solo il male che fa paura.

In psicologia e in filosofia lo studio dedicato alla cattiveria, al cinismo, alla crudeltà umana, sovrasta di molto quello dedicato al “bene”, concepito nella sua accezione più ampia, perché si ritengono le dinamiche connesse alle distonie dell’essere molto più complesse da analizzare. È vero, ma in questo articolo partiamo proprio dai “cattivi” e dai “cinici”: non dovendoci addentrare in  articolate disamine analitiche, risulta davvero facile chiudere la sezione che li riguarda.  Possiamo definire tranquillamente cinici e cattivi tutti coloro che, con una sfrontatezza che talvolta sgomenta, predicano l’accettazione tout-court dello stato di fatto, pur di non compromettere “l’economia”, “la finanza”, “i guadagni”.

Con una logica che si riferisce, tra l’altro in modo distonico, a un presunto  concetto evoluzionista, per costoro è normale ed accettabile che muoiano milioni di persone purché non si fermi l’economia globalizzante. I più forti e i più intelligenti, sostengono, vivranno, perché riusciranno meglio a convivere con il cambiamento, “proprio come diceva Darwin”, chiosano. Evidentemente si includono tra i “più forti e i più intelligenti”, sentendosi, quindi, dei semidei quasi immortali, ignorando, però, che la famosa frase a Darwin attribuita, da Darwin non sia mai stata pronunciata! Per queste persone, non fosse altro per il rispetto che si deve ai lettori, non serve sprecare troppo spazio dal momento che non vanno presi in considerazione, a prescindere dal loro ruolo: sono “ammalati” di “cinismo e cattiveria” e pertanto hanno solo bisogno di essere curati.

Più importante, invece, è l’analisi comportamentale di coloro che si approccino alla problematica con animo nobile, senza distorsioni esistenziali, ritenendo la vita il bene primario da tutelare a ogni costo, a prescindere dall’età. Rivolgendo, quindi, il doveroso e sentito plauso a coloro che combattono in trincea, mettendo a repentaglio la loro vita e talvolta perdendola per curare gli ammalati; ai volontari; a coloro che “aiutano” con ogni mezzo possibile senza fini reconditi, soffermiamoci su chi abbia la responsabilità di decisioni importanti e si batta sul fronte politico per individuare soluzioni ottimali in grado di sopperire all’emergenza pandemica senza generarne un’altra di natura economica.

L’argomento agli onori della cronaca riguarda la guerra interna tra gli stati europei sull’emissione degli “eurobond”, ossia i titoli di credito che consentono di raccogliere denaro per “prestarlo” ai paesi in particolare difficoltà economica, garantiti da tutti gli stati membri dell’UE in maniera congiunta: se uno stato, infatti, non riuscisse a pagare il suo debito,  esso sarebbe ripartito equamente tra tutti gli altri stati. Bella cosa, in effetti, in termini teorici, essendo ascrivibile a un concetto solidaristico: la solidarietà è sempre auspicabile. Fatto sta che paesi come Germania, Olanda, Danimarca, che si autodefiniscono “virtuosi”, (sarebbe un off topic illustrare in questo articolo la vacuità del termine, ma l’argomento è comunque interessante), non ne vogliono proprio sapere di rischiare di dover pagare i debiti dell’Italia, che considerano, evidentemente, inaffidabile. Sospettano, infatti, quello che nel gergo comunitario si definisce “rischio morale”: noi italiani – secondo Merkel e compagni di merende – potremmo decidere di aumentare il debito in modo irresponsabile, nella consapevolezza di non doverne pagare il fio.

Si tratta di stabilire, pertanto, se pensieri così truci possano essere considerati “cattivi e cinici”, e quindi dolerci che non vi siano altri soggetti al posto di chi li manifesti, oppure conferire loro un minimo di dignità, ritenendo vacua e infruttuosa la battaglia che si sta combattendo, sia pure con convinta buona fede. Senza tanti giri di parole va detto che, in un momento come questo, si può solo condannare con sdegno siffatto atteggiamento di chiusura, che comunque, se non proprio cattiveria, manifesta una buona dose di cinico egoismo. Andando più a fondo, però, è anche onesto affermare che, quando si senta suonare la campana del “si salvi chi può”, è la sindrome del Titanic che, inevitabilmente, prende il sopravvento su tutte le altre, almeno per la maggioranza delle persone. La realtà contingente, quindi, pone in evidenza i limiti di un provvedimento che nasce con nobili intenti, nonché l’inconsistenza e la debolezza dell’attuale Unione Europea,  sistematicamente incapace di fronteggiare qualsivoglia emergenza a livello continentale, quale che ne sia la matrice: politica, economia, militare, sanitaria.

L’attuale Unione Europea, pertanto, è una palla al piede degli stati nazionali, inutile e dannosa. Ben altra cosa sarebbero gli “Stati Uniti d’Europa”, che ci vedrebbero tutti accomunati sotto un’unica bandiera,  con un governo e un parlamento in grado di decidere a livello continentale le strategie più consone alla tutela del bene comune. In mancanza di questa stupenda istituzione, che vive solo nei sogni dei “veri” europeisti, è bene incominciare a prendere seriamente in considerazione la possibilità di troncare un legame che risulta oltremodo penalizzante. Come si fa a stare insieme con chi non si fidi di te e nel momento del bisogno invece di darti una mano ti spinge ancor più nel baratro?

Tutto ciò premesso, vi è una ulteriore considerazione da fare. Per salvare l’economia minacciata dalla pandemia e dare ossigeno a chi si fosse trovato da un giorno all’altro senza fonte di reddito, non servono gli eurobond: serve un cambiamento radicale di mentalità da parte di coloro che, realmente, siano in grado, in virtù delle proprie ricchezze, di elevare le condizioni di vita di chi annaspa. Non bastano le elargizioni, anche (relativamente) cospicue, per tacitare la coscienza: quelle servono solo per farsi un po’ di pubblicità a buon mercato. Occorre mettere a disposizione del paese una quota parte delle proprie ricchezze in modo da incidere “radicalmente” sulla povertà, quella con radici antiche e quella generata dalla pandemia. Gli evasori fiscali smettano di evadere e versino ciò che hanno indebitamente trattenuto; i ricchi inizino ad aiutare “seriamente”; le multinazionali smettano di alterare il sano equilibrio tra costi di produzione e prezzo finale, immettendo sul mercato prodotti con prezzi assurdi e sproporzionati; i politici smettano di rubare e sopperiscano con iniziative valide alle scellerate azioni dei decenni passati, che hanno massacrato il paese in ogni campo, a cominciare da quello sanitario, in virtù della frammentazione regionale.

La si smetta di sprecare denaro per opere inutili (esempio: TAV) e si operi coscienziosamente “solo” nell’interesse del bene comune. Ieri mattina, sul fiume Magra, tra Toscana e Liguria, è crollato l’ennesimo ponte e solo per miracolo non si è registrata l’ennesima tragedia. Un disastro annunciato, come testimoniano le numerose segnalazioni di tanti automobilisti, ma per l’Anas, responsabile della gestione, il ponte non presentava nessuna criticità! Con le crepe ben evidenti e più volte fotografate! Altri gestori di strade e autostrade, con analoga superficialità, si sono resi responsabili della morte di tante persone e ancora non è stata loro revocata la concessione! Il covid 19 ha stravolto le nostre vite e sta provocando quotidiane tragedie in tante famiglie. Vogliamo capire, finalmente, che è giunta l’ora di cambiare registro in modo radicale? Perché se questa dura lezione non dovesse produrre alcun effetto “rivoluzionario”, sarebbe davvero il caso di sancire l’indissolubilità del famoso concetto espresso da Primo Levi, utilizzato come titolo di questo articolo. Se questi sono gli uomini, e non cambiano, è la fine.                                                                            

Lino Lavorgna

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