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INCIPIT

“Si perpendere te voles, sepone pecuniam, domum, dignitatem, intus te ipse considera”. (Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, libro 9, paragrafo 80. Citazione inserita nel romanzo di Michele Falcone: “I sentieri del risveglio”).

“Ci lascia un uomo che non ha mai smesso di vagheggiare un mondo che non c’è mai stato: quello governato dalla Giustizia”. Aldo Cervo, stimatissimo docente caiatino, con una sintesi magistrale ha cesellato l’essenza di un uomo straordinario, sconfitto dal terribile virus che sta flagellando il Pianeta.

Il cuore nobile di Michele Falcone ha cessato di battere alle 18 di ieri, 16 febbraio, dopo un lungo ricovero presso l’ospedale di Caserta, dove era stato ricoverato insieme con la moglie Franca, a seguito del virus che ha colpito anche il figlio Alfonso, tuttora in terapia domiciliare.

LO STUDIOSO

Parlare di Michele, tentando di mantenersi in un alveo scevro di retorica,  non è impresa facile per nessuno, tanto meno per me, testimone e beneficiario di gesti che trascendono l’umana capacità di “amare”, essendo esclusiva prerogativa di persone realmente superiori, intrise di un’aura mistica più unica che rara.

Per definire con una sola parola la sua vita non si può che scegliere un solo aggettivo: “esemplare”. Esempio vivente di rettitudine, di compostezza morale, di propensione al bene, in Michele non vi era nulla che lasciasse presagire anche la più labile possibilità di cedere a compromessi di qualsivoglia natura, magari per ottenere in modo subdolo un beneficio anche minimo. E caro gli è costato mantenere alto il vessillo di uomo con grandi pregi e rare virtù, essendosi reso sin da giovinetto inviso ai potenti adusi a vivere con ben altre regole.

Nato nel 1943, a soli 25 anni inizia la brillante carriera di docente di materie letterarie nei licei. Era il 1968 e il mondo scricchiolava sotto i colpi nefasti inferti dai falsi profeti della scuola di Francoforte, che Michele vedeva come pericoloso cancro sociale in grado di inquinare le coscienze dei giovanissimi. La sua particolare weltanshauung lo portava a raffinate analisi della storia umana, che trasmetteva con rara capacità didattica agli allievi, consentendo loro di allargare gli orizzonti speculativi in virtù di “ragionamenti logici” protesi a correggere le tante distonie presenti sui libri, nei quali spesso si invertono le parti affinché il bene diventi male e viceversa.

Smitizzava la figura di Pericle, per esempio, portandone in luce la propensione tirannica e  sempre si sforzava non tanto di offrire soluzioni preconcette ma di stimolare il pensiero affinché ci si interrogasse sui fatti e li si mettesse in discussione. Il risultato era esaltante: uno spirito critico e una capacità analitica che sarebbero risultate preziose risorse per gli allievi, nel loro incedere lungo i sentieri della vita.

Nel 1978 fondò il Comitato Difesa Scuola, che funse da fucina formativa per docenti e studenti. La passione per la classicità lo indusse a cimentarsi anche  nel difficile campo della paleografia, dando alle stampe un saggio intitolato: “La cattedrale vescovile di Avellino – origini e vicende”. Il suo pensiero sulle vicende umane è ben espresso in due romanzi autobiografici: “I sentieri del risveglio” e “Il gabbiano rosso”.

Nel primo riversa la delusione per un impegno politico che, paradossalmente, lo vide osteggiato più dagli amici che dagli avversari, fino a determinarne una debacle elettorale per l’intero partito pur di impedire l’elezione a consigliere regionale. Nel secondo sposta l’accento sull’impegno culturale, anch’esso non scevro di delusioni e mortificazioni nel pieno rispetto di una consolidata logica che tende a privilegiare i mediocri e a punire le menti eccelse.

Nel “gabbiano rosso”, che evidenzia anche un notevole salto di qualità nello stile, rispetto alla virulenza riscontrabile nel primo romanzo, viene esaltato il sentimento dell’amicizia e si conferisce il giusto risalto alla difesa degli oppressi. Stupendi i riferimenti all’adorato figlio e la descrizione di paesaggi incantati, spesso ammirati nelle ore notturne. Con evidente propensione simbolista ritorna la figura del cane, già celebrata nel primo romanzo, anche se questa volta appare randagio, come metafora del senso di solitudine che pervade il suo complesso e tormentato mondo interiore.

IL POLITICO

“Io conosco bene il tuo livello culturale, la tua rettitudine, la sensibilità con la quale ti approcci alle cause sociali ed è proprio in virtù di queste doti che ti chiedo di candidarti sia al comune sia alla provincia in occasione delle imminenti elezioni amministrative. Non solo il partito ma anche i cittadini hanno bisogno di persone dabbene”.

Con queste parole, un importante dirigente del MSI, nel 1980, chiese a Michele di impegnarsi attivamente in politica, ottenendo un garbato rifiuto, giustificato con un celebre motto di Seneca: “Il saggio non si dedicherà alla Politica e non si impegnerà sapendo di non poter servire a nulla, quando la società è troppo corrotta”. La capacità persuasiva del dirigente, però, risultò più forte del monito di Seneca e alla fine Michele accettò entrambe le candidature, risultando eletto in entrambi i consessi con larga messe di suffragi.

Una costante della politica è rappresentata dai paradossi, che la condizionano più di qualsiasi altra cosa. Non sono rari gli inviti rivolti a persone di alto profilo etico-culturale affinché scendano in campo per mettere il proprio talento e le proprie capacità al servizio della comunità, salvo poi pentirsene se i prescelti dovessero scegliere realmente di onorare l’impegno nel rispetto dei propositi enunciati all’atto dell’offerta.

A Michele è successo proprio questo! Non appena dimostrò di voler esercitare il ruolo politico anteponendo il bene comune all’interesse personale e a quelli di bottega, fu considerato alla stregua di un eretico da mettere al rogo. Non si riusciva a comprendere la marcata propensione a denunciare tutti i guasti prodotti dalla malapolitica. Egli, dal suo canto, non riusciva a comprendere come mai venisse osteggiato da chi, proprio per ciò che faceva , avrebbe dovuto portarlo in palmo di mano. Non militavano tutti in un partito che predicava in ogni momento etica, onore, onestà e impegno sociale? Certo! Quello che non riusciva a vedere, il caro Michele, era che tanti trovavano molto comodo predicare bene e razzolare male.

Chi scrive era pervaso dagli stessi ideali – diciamolo pure, a distanza di quaranta anni, “ingenui” – e Michele trovò la cosa più naturale del mondo “puntare” su di me, che essendo entrato nel partito ben otto anni prima, mi ero fatto già conoscere come soggetto “pericoloso e da tenere a freno”, per la scarsa malleabilità, pur essendo stato subito investito di importanti ruoli direttivi a livello provinciale proprio per i positivi riconoscimenti! La mia elezione a segretario di sezione della città capoluogo, che Michele favorì in virtù del suo ruolo di segretario provinciale, esercitato con un carisma che faceva tremare i polsi, suscitò un vivo malcontento in molti autorevoli esponenti, che mal digerivano l’eccessivo rigore nel contrasto ai partiti di governo.

Alla vigilia delle elezioni amministrative del 1985 le divisioni interne esplosero in modo feroce. Michele, consigliere comunale e provinciale uscente, decise che dovessi essere io a rappresentare il partito nei due consessi e pertanto, con gesto altruistico senza eguali, mi assegnò il “suo” collegio provinciale, vincente al 100%, e il ruolo di capolista per l’elezione del consiglio comunale, anch’esso foriero di sicura vittoria. Egli si candidò alla Regione, come normale evoluzione di una carriera onorata al meglio nei cinque anni precedenti.

Le forze a noi ostili, però, con la complicità del segretario regionale, con il quale erano in perfetta sintonia, riuscirono a ribaltare tutto a pochi giorni dalla presentazione delle liste, grazie a un commissariamento della sezione e della federazione deciso con il solo scopo di “farci male”. Pazienza se anche il partito ne avrebbe risentito. Morale della favola: a Michele fu tolto il ruolo di capolista alla regione; a me quello di capolista al comune, seguito dallo spostamento in un collegio provinciale periferico, che registrava da sempre la vittoria del candidato di sinistra.

Ovviamente il partito risentì fortemente di questa spaccatura, dimezzando i voti. Io non fui eletto né al comune né alla provincia; Michele perse le elezioni regionali e riuscì solo ad essere eletto alla provincia: dopo aver vanificato la generosa concessione a mio favore, infatti, sarebbe stato davvero troppo candidare anche lui in un collegio perdente. I cinque anni della seconda consiliatura furono caratterizzati da un palpabile e continuo disagio, che fece insorgere in Michele un vero schifo per l’attività politica.

IL NUOVO UMANESIMO CASERTANO

Dopo aver abbandonato la politica e cessato l’insegnamento per raggiunti limiti di età, Michele si è dedicato con rinnovato vigore nello studio e nell’impegno sociale, dando vita a una prestigiosa associazione culturale, “NUOVO UMANESIMO CASERTANO”, con l’ausilio di  qualificati e insigni personaggi, pregni di qui valori che costituivano l’elemento primario per risultare graditi a un personaggio che, proprio in virtù di essi, aveva pagato un prezzo altissimo  sia sul fronte politico sia su quello scolastico: gli avvocati Gaetano Iannotta e Lucia Fiorillo, il giornalista e docente Raffaele Raimondo, il saggista, critico letterario e docente Aldo Cervo, il colonnello Giuseppe Casapulla, autorevole esponente del Lyon’s Club. Notevole e qualificata l’attività associativa sin dagli albori, estrinsecata in convegni, presentazioni di saggi e romanzi, attività sociali. Nel 2015 anche l’autore di questo ricordo ha avuto modo di apprezzarne la valenza e la capacità organizzativa, avendo curato proprio l’associazione la presentazione del mio romanzo “Prigioniero del Sogno”.

Michele lascia in tutti noi un vuoto incolmabile ed è ben chiaro che il suo nome dovrà essere ricordato con iniziative adeguate, che noi amici abbiamo il dovere di realizzare come debito d’amore nei suoi confronti, affinché il suo esempio continui ad irrorare i cuori e le menti, soprattutto dei giovani, oggi vere canne al vento in una società malata come non mai.

Ancora una volta risultano efficaci e lapidarie le parole di Aldo Cervo, ricavate dalla prefazione de “I sentieri del risveglio”: “Michele Falcone appartiene a quella specie particolare dell’umanità per la quale bisognerà creare quanto prima delle zone protette, come per il lupo marsicano, per esempio, perché, diversamente, la caccia di frodo, quella – preciso – di natura sociopolitica, di gran lunga più attrezzata e spietata dell’altra, che intrappola l’ignara fauna selvatica della terra, ne determinerà prima o poi l’estinzione”.

Non accadrà: nel suo nome continueremo ad impegnarci ogni giorno, preservando dall’estinzione e dandole voce, con tutte le forze possibili, quella fetta di umanità che ci consente di guardare al futuro senza temerlo.

Lino Lavorgna

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