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Il rapporto Censis che fotografa l’Italia

“Si stava meglio quando si stava peggio”, sentenziano spesso i meno giovani, con allusione a cambiamenti che non sempre introducono miglioramenti. Rimpianto per un passato lontano in un’epoca attuale di progresso e innovazione, che le generazioni passate non potevano immaginare. Eppure gli ultimi studi condotti nel vasto mondo dei sondaggi, importanti misuratori sociali, rivelano un elemento inequivocabile.

“Cattiveria” è la parola chiave che il Censis utilizza nel suo cinquantaduesimo rapporto per descrivere la tendenza degli italiani. Dati rilevatori di umori e comportamenti che hanno acceso polemiche e indotto a riflessioni. Giovani sfiduciati con poche prospettive verso un futuro nebuloso e lavoratori rancorosi per mancanza di tutele e crescita, sono lo specchio dell’Italia raccontata quotidianamente dai mezzi d’informazione. Il 56,3% di italiani pensa che le cose nel nostro Paese non siano cambiate in meglio. Percezione che si acuisce a causa di un bombardamento sistematico di concetti come la recessione, i bassi salari e la negligenza della classe politica.

Più rassegnaro e deluso si professa il 35,6%, cioè un italiano su tre, innescando una regressione morale ed etica insita in strutture sociali che cambiano volto. È il fenomeno che i sociologi chiamano anomia, mai così radicato nel sistema odierno. Un senso di inutilità e frustrazione che si traduce secondo il Censis nella ricerca di figure autoritarie invocate perché dettino regole e ripristinino stabilità. Identità e valori persi che oggi trovano nell’evanescenza della Rete una nuova declinazione. Trasformare vecchi eroi e punti fermi nell’appiattimento di talento e competenze. Il 49% di internauti è convinto che Internet sia foriero di successo, in barba a faticosi percorsi di professionalità acquisita.

Abbiamo perso i modelli e forse anche i santi visto che i numeri raccontano uno scenario di diffidenza verso l’istituzione ecclesiastica. I matrimoni sono diminuiti del 17,4% e la sfiducia nei rapporti duraturi di coppia sembra testimoniata dal 50% in più di single. Insomma un’analisi che non lascia spazio ad ottimistiche previsioni, eppure uno sforzo è necessario compierlo. Se è vero che sondaggi e statistiche vanno pur sempre letti con prudenza, un’inversione alla deriva sociale è in atto. L’imbarbarimento del linguaggio politico, la chiusura verso le etnie diverse, l’astensionismo politico e l’involuzione culturale producono pur sempre una rottura profonda dalla quale ripartire per rovesciare la rotta. La storia insegna che la società è una struttura in continuo cambiamento. Solo noi con il nostro agire e contributo possiamo gettare le basi per presupposti futuri più rassicuranti.

Marita Langella

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