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Paura, rimozione, masse e potere in tempo di pandemia

INCIPIT

“Ritirarsi non è scappare, e restare non è un’azione saggia, quando c’è più ragione di temere che di sperare. Non c’è saggezza nell’attesa quando il pericolo è più grande della speranza ed è compito del saggio conservare le proprie forze per il domani e non rischiare tutto in un giorno”. (Miguel De Cervantes)

“L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.” (Giovanni Falcone)

“È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti”. (Paolo Borsellino)

“Quel che temiamo più di ogni cosa, ha una proterva tendenza a succedere realmente”. (Theodor Adorno)

“Conoscere le nostre paure è il miglior metodo per occuparsi delle paure degli altri”. (Carl Gustav Jung)

“La paura ha creato gli dei”. (Lucrezio)

“La folla: quella mostruosità molteplice che, presa un pezzo alla volta, sembra composta da uomini,  ragionevoli creature di Dio, e che, confusa insieme, diviene una sola grande belva, un mostro più tremendo dell’Idra”. (Thomas Browne)

“In ogni campo e per ogni oggetto sono sempre le minoranze, i pochi, i rarissimi, i singoli quelli che sanno: la folla è ignorante”. (Søren Kierkegaard)

“Se deve scegliere chi deve essere crocifisso, la folla salverà sempre i Barabba”. (Jean Cocteau)

“È una battaglia vecchia come il tempo – il ruggito della folla da un lato e la voce della tua coscienza dall’altro”. (Douglas Macarthur)

“Colui che segue la folla non andrà mai più lontano della folla”. (Albert Einstein)

“La massa ha scarsissima capacità di giudizio e assai poca memoria”. (Arthur Schopenhauer)

“Vi sono persone messe al mondo solo per far folla”. (Honoré de Balzac)

“Dove vi è dominio, esistono masse; dove vi sono masse, vi è il bisogno della schiavitù. Dove vi è schiavitù, gli individui sono pochi, e hanno contro di loro gli istinti del gregge”. (Friedrich Nietzsche)

“È più facile trarre in inganno una moltitudine che un uomo solo”. (Erodoto)

“Le folle non hanno mai provato il desiderio della verità. Chiedono solo illusioni, delle quali non possono fare a meno. Danno sempre la preferenza al surreale rispetto al reale; l’irreale agisce su di esse con la stessa forza che il reale. Hanno un’evidente tendenza a non distinguere l’uno dall’altro”. (Sigmund Freud)

“Le folle non accumulano l’intelligenza, ma la mediocrità”. (Gustave Le Bon)

PROLOGO

“Fino ad oggi (attenzione: “oggi”, in questa nota, vuol dire 1895, N.d.r.), il compito più evidente assunto dalle folle si è relegato al superamento e alla distruzione della civiltà in cui operano. La storia testimonia che, quando le forze morali, fondamenta su cui poggia ogni società civile, perdono la loro efficacia, la dissoluzione di una civiltà è condotta da moltitudini incoscienti e brutali, qualificate barbare. Le società civili sono state fino a questo momento generate e guidate da una esigua aristocrazia, mai da moltitudini. Queste altro non hanno che la forza di distruggere. Il loro predominio segna sempre una fase di disordine. Una civiltà implica e richiede regole, disciplina, il predominio del razionale su ciò che è istintivo, una certa previdenza dell’avvenire, un grado elevato di cultura, tutte condizioni precluse alle folle lasciate a sé stesse. Queste ultime, in virtù della loro caratteristica unicamente distruttiva, operano come quei microbi che favoriscono e intervengono nella dissoluzione di un corpo debilitato o di un cadavere. Quando l’edificio di una civiltà è infestato dai vermi, le folle compiono opera di distruzione”. (Gustave Le Bon, “Psicologia delle folle”, 1895. Edizioni Clandestine, 2013).

ANAMNESI DELLA PAURA

La paura è un’emozione, comune a tutti gli esseri umani, che insorge in concomitanza di eventi pericolosi, assumendo diversa intensità in funzione della gravità del pericolo percepito. Thomas Hobbes diceva che, il giorno in cui nacque, sua madre diede alla luce due gemelli: lui e la sua paura. Come la febbre essa fa parte del nostro repertorio difensivo e, quando possibile, ci aiuta a tenere lontane  le minacce della vita, presunte e reali: chiunque può decidere, saggiamente, di non concedersi una gita in barca con mare forza sette o, un po’ scioccamente, di non prendere un aereo se abbia paura di volare, optando per un comodo treno, pur essendo consapevole che un aereo di esso è molto più sicuro; un militare non può decidere di tornarsene a casa se scoppia una guerra e avverta forte lo sgomento per l’impegno in prima linea.

La paura, se non giustificata da fatti contingenti, può diventare una vera psico-patologia in grado di produrre danni più o meno gravi e purtroppo anche irreversibili. Tra i suoi molteplici e significativi aspetti vi è  la “rimozione”,  ossia il  processo mentale che tende a disconoscere l’entità del pericolo, consentendo di annullare gli effetti deleteri dello stress e dell’ansia, producendo, però guasti ben peggiori: l’annullamento mentale del rischio, infatti, non solo non lo elimina ma ne aumenta la pericolosità.

La pandemia ha fatto emergere tutti gli aspetti mentali succitati, sconvolgendo l’esistenza di milioni di persone. Il nemico invisibile genera attacchi di panico in chi non riesce a reggere il prolungato stress, alla pari del bombardamento mediatico, dal quale ben traspare la debolezza di un sistema sanitario volenteroso, ma fortemente penalizzato dalla malapolitica. Paura e rimozione si alternano alimentando feroci dibattiti nei social e nei salotti televisivi, dove tesi e antitesi sviscerate oggi e smentite domani contribuiscono solo a innescare una spirale di confusione e caos che disorienta e spaventa ancor più i cittadini. Il supporto psicologico, in momenti come questi, risulterebbe fondamentale, ma in Italia la maggioranza delle persone corre dal medico anche per una lieve martellata sul dito, ritenendo, invece, di poter fare a meno dello psicologo. Per quanto concerne  la fallacia delle strutture sanitarie, è possibile solo ribadire concetti già più volte espressi, sperando che questa tragica esperienza insegni a meglio scegliere i soggetti cui delegare il potere politico affinché si cancelli lo scempio del fallimentare regionalismo, utile solo a far diventare “qualcuno” degli autentici signor “nessuno” e ad assicurare stipendi assistenziali a una buona fetta di nullafacenti.

È senz’altro vero che la scelta dei rappresentanti politici assomiglia a quella della frutta in cesti di mele, pere e agrumi marci, ma questo, lungi dal costituire un’attenuante, amplifica la colpa di chi paga quotidianamente la propria incapacità nell’incidere radicalmente su un sistema alla deriva. Solo una spinta che parta dal basso può creare i presupposti per una vera riforma federale dello Stato, ancorata a un pieno recupero della centralità che, necessariamente, deve prevedere: elezione diretta del Presidente della Repubblica; abolizione del senato e delle amministrazioni provinciali e regionali; accorpamento dei comuni affinché il più piccolo abbia almeno quindicimila abitanti. Sessanta milioni di cittadini sono pochi anche per l’istituzione di tre o quattro macroregioni rette da un governatore, più o meno con le stesse caratteristiche legislative presenti negli USA, figuriamoci se ne servono venti, cinque delle quali addirittura a statuto speciale, con la Sicilia che ha più guardie forestali di quante non ve ne siano in Canada.

La negazione di un fatto acclarato e inconfutabile manifesta sempre un disturbo mentale del soggetto agente, sia pure con caratterizzazioni diverse a seconda del ruolo esercitato nella società, del livello culturale, delle esperienze di vita, in particolare quelle negative e frustranti. Non vi è ambito storico e scientifico immune dal negazionismo e sulla materia sono stati scritti molti saggi, anche se per lo più ancorati a denunciare il negazionismo di matrice nazista.

ANAMNESI DEL NEGAZIONISTA

In Italia si verifica un doppio  vulnus in campo storiografico: è scarsa e lacunosa  la saggistica sugli orrori del comunismo; è del tutto assente quella che confuti le mistificazioni perpetrate da coloro che degli orrori  non vogliono parlare. In Francia, invece, si presta molta attenzione a questo importante aspetto, che serve a penetrare in modo più veritiero nei meandri della storia. A parte l’eccelso  lavoro compiuto da Alain De Benoist e dagli intellettuali del GRECE,  sono molti gli studiosi  che trattano le atrocità dittatoriali e il negazionismo, senza eccezioni. Purtroppo i loro testi trovano scarsa eco in Italia ed è emblematico il caso dello storico Thierry Wolton, autore di pregevoli saggi sul comunismo mai tradotti in italiano, eccezion fatta per un testo del 1987, scritto con André Glucksmann, che parla delle responsabilità dell’Occidente nel coprire gli scandali e i crimini dei comunisti in Etiopia, il che la dice lunga sulla volontà di tenere ben celata la parte più consistente del marcio. Nella sua opera più recente,  “Le négationnisme de gauche”, Paris, Grasset, 2019”, spiega come la sinistra cerchi di minimizzare, relativizzare o persino negare la natura totalitaria e criminale dei regimi comunisti e quanto siffatta propensione possa influire sulle questioni del nostro tempo, come il terrorismo islamico, il ritorno dell’antisemitismo o l’ascesa di movimenti populisti e nazionalisti.

Sorvolando per amor di sintesi sui negazionisti di particolari eventi storici (in Turchia si rischia la galera solo se si parla del genocidio armeno), terrapiattisti, frequentatori di alieni che negano la conquista della luna e complottisti vari pronti a giurare che Tizio è pronto a dominare il mondo, salvo poi sostituirlo con Caio quando Tizio inforca le pantofole e si ritira a vita privata, soffermiamoci sul problema contingente determinato da quella insostenibile leggerezza dell’essere che aleggia intorno alla pandemia. Settantacinque anni di relativa “pace”, dopo gli sconvolgimenti provocati dalle due guerre mondiali, sommati all’incontenibile progresso tecnologico, hanno creato una netta dicotomia generazionale, con crescenti connotazioni a partire dagli anni sessanta del secolo scorso. Di fatto, i trentenni e i quarantenni di oggi, pur avendo ancora in massima parte il piacere di godersi i genitori o addirittura qualche nonno, da loro sono distanti anni luce  per usi, costumi e pensiero. Una lontananza che si dipana su due fronti, generando un groviglio di incomunicabilità: il gap con i figli “millenials”, infatti, è ancora più ampio di quello con i genitori e i nonni. Fino al ventesimo secolo il processo di evoluzione generazionale era molto più lento e, pertanto, tre generazioni conviventi riuscivano a “parlare la stessa lingua”, che in massima parte non era dissimile da quella di tre o addirittura più generazioni precedenti.

Questo distinguo è fondamentale per inquadrare in una corretta ottica quanto stia emergendo in virtù della pandemia.

La reazione emotiva al Covid-19, non suffragata quindi da alcun substrato scientifico, si differenzia in quattro primari processi mentali:

  • Acquisizione e accettazione della gravità della pandemia, resa evidente dai numeri e dalle dichiarazioni di autorevoli scienziati;
  • Accettazione parziale della gravità: il problema esiste ma non è così grave come lo dipingono. Si tenderebbe a esagerarne la portata per ragioni subdole connesse alla volontà di controllare i cittadini, di favorire il crollo economico, di creare il panico per distrarre le masse dai problemi reali;
  • Il problema non esiste: è una pura invenzione dei poteri occulti che vogliono governare il mondo.
  • Per la maggioranza dei giovani la pandemia è un fastidio che incide sui loro ritmi di vita; vogliono divertirsi e non intendono privarsi nemmeno per un giorno della libertà di movimento, estrinsecata in quel becero rito della movida, ritenuto più essenziale dell’acqua che disseta il viandante nel deserto. Non accettano restrizioni; contestano l’efficienza della mascherina e sono disposti a rischiare perché ritengono il virus non letale per loro. “Dopo tutto è solo una febbre come tante”, ripetono con malcelato e sciocco cinismo, ignorando completamente i dati statistici e rifiutando ogni serio approfondimento della materia.

A latere dei ceppi primari convivono, poi, una miriade di sottogruppi che propongono delle teorie complottistiche di così scarsa consistenza qualitativa da risultare addirittura subordinate a quella descritta al punto tre, già abbastanza ridicola: virus creato in laboratorio dalla Cina per colpire gli USA; virus creato dagli USA per punire i suoi tre principali avversari: Cina, Iran e Italia (la Cina a causa della guerra sui dazi combattuta dai due Stati; l’Iran a causa dell’annosa rivalità tra i due paesi;  l’Italia a causa della visita del ministro Di Maio in Cina con l’intento di stringere accordi commerciali, che però sarebbe servita anche ad allontanare l’Italia da mamma USA e favorire la penetrazione cinese in Europa e in Africa!);  volontà di sterminare gli anziani per risparmiare sulle pensioni e ridurre la popolazione mondiale;  virus che non esiste e funge solo da copertura architettata per coprire i danni del 5G; virus creato da Bill Gates  per lucrare sui vaccini prodotti dalle case farmaceutiche da lui finanziate.

Ciascuna delle succitate reazioni emotive determina quelle  azioni conseguenziali che danno vita ai forti contrasti quotidianamente registrati.

Bisogna fare molta attenzione, pertanto, perché la propensione a fare di ogni erba un fascio, se è sempre negativa e ingiusta, in momenti come questi può essere molto pericolosa.

Non vi può essere alcuna comprensione per i negazionisti con ingenti risorse economiche e importanti ruoli di potere, che possono permettersi di fronteggiare adeguatamente la pandemia; ben diversa, però, è la condizione di chi si sia visto crollare il mondo addosso dalla sera alla mattina e non sappia dove sbattere la testa, con attività ferma da dieci mesi, zero prospettive per il futuro e debiti che crescono a dismisura. La loro sottovalutazione del pericolo scaturisce da un processo mentale che stabilisce delle priorità a livello subliminale: queste persone vanno comprese e aiutate, possibilmente senza strumentalizzarle per meri fini politici, come purtroppo accade sistematicamente.

GENESI E DINAMICHE DEI PROCESSI MENTALI

Quali sono i fattori che spingono le persone, in qualsiasi circostanza, a comportarsi in un modo anziché in un altro? Soprattutto: quali sono i fattori che condizionano le decisioni in momenti particolarmente stressanti come quelli che stiamo vivendo? In psicologia esiste una precisa classificazione del comportamento umano, suddiviso in quattro gruppi: sfera cognitiva, conoscenza, sfera affettiva, sfera volitiva.  Gli elementi primari della sfera cognitiva sono l’intelligenza e il pensiero. In linea di massima si può dire che quanto più alto sia il quoziente intellettivo più facilmente si riesce a interagire con il prossimo e con gli eventi, anche se l’intelligenza, da sola, non basta ad assicurare equilibrio e ragionevolezza. Il pensiero scaturisce dal proprio credo ideologico, politico, religioso, dai condizionamenti ambientali. L’insieme di questi fattori, quindi, determina le idee  di ciascun individuo su qualsiasi cosa.

Le idee possono avere il sopravvento sul potere condizionante dell’intelligenza e della conoscenza, piegando questi due elementi alla loro volontà di azione. Per questo aspetto dell’essere ancora oggi è ben netta la dicotomia tra le varie scuole filosofiche e psicologiche. Cartesio sosteneva che alcune idee fossero innate, mentre Hobbes e Locke vedevano nella sola esperienza l’unico processo in grado di sviluppare e organizzare la mente umana. Col passare dei secoli la dottrina innatista è stata progressivamente ridimensionata, lasciando lo spazio a scuole di pensiero che, sia pure con metodi diversi, danno ampio risalto, quando non esclusivo, al condizionamento ambientale. Non esiste, di fatto, una tesi univoca e forse, come per tante cose, ciascuna di esse contiene un pizzico di verità, contribuendo a crearne una ancora più empirica che, seppure non tributaria di alcun riconoscimento specifico (eccezion fatta per quello che proviene dall’autore dell’articolo, che vale quanto il due di spada a briscola, quando il seme di briscola è bastoni), ha buone probabilità di essere la più realistica:  l’individuo  porta nel suo DNA non solo i fattori ereditari scientificamente conclamati ma anche una sorta di influsso caratteriale, ossia il retaggio ancestrale determinato dalle radici più remote, che però non si manifesta in modo uniforme per tutti e risente, con percentuali molto variabili, di vari condizionamenti: intelligenza, ambiente, livello culturale, condizioni di vita e altro ancora.

Gustave Le Bon, comunque, sosteneva qualcosa non molto dissimile da questo assunto, anche se tra i fattori alla base del comportamento includeva la razza, non essendosi ancora pienamente sviluppato, durante il suo arco esistenziale, il presupposto della razza umana come univoca specie biologica. La distinzione tra fattori lontani e fattori immediati è davvero interessante e, non essendo qui possibile esporla compiutamente, si consiglia senz’altro la lettura del suo prezioso saggio citato nell’incipit. Nella conoscenza confluiscono tutte le informazioni che consentono all’individuo di operare delle scelte. Intelligenza e conoscenza, se non condizionate da altri fattori, interagiscono e suggeriscono le decisioni di volta in volta assunte. Alla sfera affettiva afferiscono l’umore, i sentimenti, le emozioni e qualsivoglia elemento  positivo o negativo, piacevole o spiacevole, generato da un evento, dalle relazioni sociali, dagli stati d’animo, dagli stimoli esterni. La sfera volitiva, a sua volta, riguarda le azioni compiute per il raggiungimento di determinati fini e, come facilmente verificabile anche da chi non abbia competenze specifiche, la sua fragilità è ben evidente dalla quantità abnorme di azioni insulse effettuate da chi non riesca a gestirla in modo razionale.

PROCESSI MENTALI E PANDEMIA

Alla luce di quanto sopra esposto è possibile inquadrare razionalmente il variegato comportamento degli individui in questi terribili mesi che stanno sconvolgendo il Pianeta. Il primo dato che emerge è rappresentato dal livello culturale delle singole persone che, se caratterizzato da un alto profilo, indipendentemente dal credo politico, manifesta forte stabilità emotiva e grande capacità di discernimento. Di converso, relativamente ai soggetti che per ruolo sociale conquistano quotidianamente la ribalta della cronaca, quanto più è basso il loro profilo culturale tanto più scende la stabilità emotiva e la capacità di discernimento.  Il concetto è antico e più volte ribadito in queste colonne: la cultura dovrebbe costituire l’elemento primario per qualsiasi persona insignita di potere in grado di condizionare la vita altrui. Il basso profilo culturale determina anche quei comportamenti solitamente definiti vergognosi e, in momenti come questi, privi di aggettivi consoni a una corretta definizione. Basti pensare, per esempio, a coloro che passano le giornate a criticare l’operato di chi abbia responsabilità decisionali, senza proporre alternative valide o magari suggerendone alcune irrealizzabili e quindi sciorinate per fini meramente strumentali, tra i quali quello di lisciare il pelo alle classi sociali che costituiscono il bacino elettorale di riferimento.

A livello economico è inutile ribadire la cinica protervia e l’abilità maligna di chi viva osservando il motto “mors tua vita mea”. Lo squallido balletto sull’imminenza di un vaccino, artatamente orchestrato dalle case farmaceutiche con il supporto dei rispettivi sodali politici e mediatici, alimentando speranze illusorie se rapportate ai tempi brevissimi, consente forti speculazioni in borsa soprattutto a coloro che, essendo i registi del balletto, possono addirittura beneficiare “legalmente” di una pratica illegale come l’insider trading. Restando nei confini di casa nostra si può solo stendere un velo pietoso sui bisticci da bar che coinvolgono tutti gli esponenti politici, indecorosamente incapaci di mantenere un contegno in linea con il proprio ruolo e ridotti alla stregua dei capponi di Renzo,  che “s’ingegnavano a beccarsi l’uno con l’altro, come accade troppo sovente ai compagni di sventura”. I loro processi mentali rendono manifesta più di quanto non fosse accaduto in passato l’inconsistenza qualitativa, essendo le loro azioni avulse da ogni logica di bene comune e ancorate esclusivamente a presupposti di autotutela.

Come sempre accade nei momenti di massima tensione, però, viene meno la lucidità razionale che di solito accompagna le azioni, anche quelle più criminali, nei momenti di calma piatta, e si agisce in modo grottesco, tirandosi la zappa sui piedi. La vicenda del generale responsabile del piano Covid in Calabria, divenuto una macchietta televisiva quando scopre in diretta le mansioni del suo ruolo, sostituito con un altro personaggio da avanspettacolo che ha fatto subito pensare anche alla sua rimozione, la dice lunga sullo stato confusionale che aleggia nelle stanze del potere e anche sulla consistenza qualitativa delle “seconde file”, ossia quella pletora di dirigenti che, di fatto, costituisce il motore del Paese. Un motore da rottamare insieme con i meccanici che lo hanno montato.

GIOVANI ALLO SBANDO

Se volessimo rappresentare cinematograficamente ciò che traspare dalla cronaca quotidiana, lo slogan più appropriato per pubblicizzare il film sarebbe: “Il male oscuro di una società schizoide”. Non si potrebbe spiegare altrimenti, infatti, la fila di ambulanze all’esterno degli ospedali e la folla serena e tranquilla che si trastulla nei corsi principali delle città, sul lungomare e nei luoghi classici della famigerata movida. Marino Niola, ordinario di Antropologia culturale all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, intervistato da un giornalista de “Il Mattino”, non usa mezzi termini nel definire ciò che è sotto gli occhi di tutti: “Siamo già oltre le sequenze del Titanic, con l’orchestra che continua a suonare mentre il transatlantico sta sbattendo contro l’iceberg: qui c’è l’espressione di un senso di irresponsabilità sconvolgente che sa di irrazionalismo negazionista”.

I giovani sono i principali responsabili di siffatti comportamenti, che però si riscontrano anche in altre fasce di età. Da dove nasce tanta irresponsabilità? Ci tocca ripetere, esasperandoli, concetti già espressi. Giovani iper coccolati, avvezzi a considerare il divertimento come scopo primario della loro esistenza, capaci di giungere a trenta anni senza aver mai letto un classico della letteratura, senza aver mai imparato una poesia a memoria, senza aver mai ascoltato un brano di musica classica e per giunta con preparazione scolastica posticcia e largamente fallace, come possono fronteggiare adeguatamente un evento di questa portata? Semplicemente non possono. Non possono e non vogliono modificare nemmeno parzialmente stili di vita recepiti come una vera droga, capaci di esorcizzare la paura con le classiche suggestioni fasulle che “Es” (la parte oscura della mente, il serbatoio dell’energia vitale, l’insieme caotico e turbolento delle pulsioni) produce quando si “rende necessario” sottomettere “Io”, (la coscienza mediatrice che agisce tra l’incudine di Es e il martello del SuperIo) e “SuperIo”, (l’insieme dei divieti sociali sentiti dalla psiche come costrizione e impedimento alla soddisfazione del piacere).

“Spinto così dall’Es, stretto dal SuperIo, respinto dalla realtà, l’Io lotta per venire a capo del suo compito economico di stabilire l’armonia tra le forze e gli impulsi che  agiscono in lui e su di lui; e noi comprendiamo perché tanto spesso non ci è possibile reprimere l’esclamazione: la vita non è facile!”. Così spiega Freud, nella sua “Introduzione alla psicanalisi”, la difficoltà oggettiva dell’Io di farsi strada quando i disequilibri dell’essere e gli sconvolgimenti sociali alimentano in modo irresistibile i suoi contraltari, dando loro forza sufficiente a sconvolgere l’equilibrio mentale. Se scoppiasse una guerra i giovani sarebbero chiamati alle armi: si troverebbero senz’altro in mille difficoltà, ma sarebbero comunque costretti a modificare radicalmente modo di pensare e di agire grazie al rigore del regime militare. La pandemia imporrebbe pari rigore o addirittura superiore, ma non vi è nessun sergente di ferro che lo imponga; una società civile può solo chiedere senso di responsabilità.

I necessari provvedimenti restrittivi resi possibili dalle norme costituzionali, senza quel senso di responsabilità, perdono una consistente fetta di efficacia. È quello che sta accadendo, con gli effetti devastanti che sgomentano. Tutti i nodi, prima o poi, vengono al pettine, come ampiamente previsto da Le Bon, per esempio, il quale nell’opera citata descrive in modo magistrale i limiti dell’istruzione scolastica, concludendo che già quelli del suo tempo giustificano le più tristi previsioni: “La scuola, oggi, forma degli infelici, degli anarchici e prepara, per i popoli latini, epoche di decadenza”. Mai previsione fu più azzeccata e, purtroppo, a distanza di oltre un secolo si deve registrare addirittura un sensibile peggioramento dell’istruzione giovanile, che risente ancora di tutte le lacune individuate dal filosofo francese.  Ma ora, onestamente, non è proprio il caso di perdere tempo in analisi sociologiche protese a comprendere le cause remote delle distonie giovanili: basta e avanza il tanto già scritto. Ora è tempo di agire per fermare la deriva. Questa è una guerra: facciamo scendere  in campo i sergenti di ferro.

Il PIANETA ALLO SBANDO E LA PANDEMIA COME TERMOMETRO PER MISURARNE LA FEBBRE

Alle ore 22 del quattordici novembre il Covid-19 registra i seguenti dati: 53.164.803 contagiati; 1.300.576 morti. L’Italia è al decimo posto per numero di contagiati, dopo USA, India, Brasile, Russia, Francia, Spagna, Regno Unito, Argentina e Colombia; al sesto posto per numero di morti, dopo USA, Brasile, India, Messico e Regno Unito. (Il Messico, all’undicesimo posto per numero di contagiati, registra oltre 50mila decessi in più rispetto al nostro Paese). I dati riportati dalle statistiche ufficiali, comunque, ancorché significativi e spaventosi, vanno presi con le molle e considerati sottostimati, soprattutto per molti paesi non muniti di efficaci strumenti di rilievo.  La pandemia genera angoscia, paura (con annessa rimozione in taluni casi), senso di smarrimento e di impotenza. Il tutto, però, viene amplificato da una evidenza non meno terribile: un pianeta che registra, quasi dappertutto, profonde distonie sociali, diffuso malessere, un profondo gap tra minoranze ricche e popoli che vivono sotto la soglia di povertà, classi dominanti di pessima qualità. Non solo: il paradosso regna sovrano, generando maggiore sconcerto.

In Occidente non ci stanchiamo mai di celebrare il mito della democrazia rappresentativa e poi vediamo che paesi in cui essa sia una pia illusione riescono meglio di tutti gli altri a gestire la pandemia, magari dopo essere stati i responsabili della loro diffusione. Per la Corea del Nord è davvero difficile credere alla bufala “zero contagi”, ma in ogni caso non devono essere molti, per essere così abilmente occultati. L’Occidente scricchiola sotto i colpi inferti da un liberal-capitalismo in discesa libera verso derive incontrollate, grazie anche al sostegno assicurato da  milioni di persone abbagliate dai falsi miti del consumismo e in marcia inconsapevole verso il precipizio, come se fossero zombi incapaci di vedere cosa si dipani sul loro barcollante cammino. Il declino degli USA sembra irreversibile e, se da un lato si è rivelata davvero insopportabile la pantomima relativa alle ultime elezioni presidenziali, con il presidente uscente sempre più somigliante a un comico da circo equestre e un mediocre subentrante che dovrà rassegnarsi a fungere da ennesimo pupazzo nelle mani delle lobby, dall’altro atterrisce e sgomenta vedere ben settanta milioni di statunitensi capaci di votare per la macchietta e due improbabili contendenti in competizione, come se in USA mancassero delle persone con i numeri giusti per sedersi nella stanza ovale.

Al Gore, per esempio, ignominiosamente “fatto fuori” nel 2000 con gli imbrogli elettorali in Florida orchestrati dal fratello di Bush Jr., governatore in carica, sarebbe ancora spendibile, considerato che è più giovane di entrambi. Il suo accantonamento la dice lunga su come i democratici, tutto sommato, su certi temi scottanti come lotta alle armi, ambiente, assistenza sanitaria, non siano molto dissimili dai loro avversari repubblicani. Una pochezza che traspare anche nella scelta dei candidati al congresso: in New Mexico, per esempio, era candidata la brillante Valerie Plame,  ex agente CIA che aveva scoperto la bufala delle armi di distruzione di massa in Iraq, ma è stata sconfitta alle primarie – e quindi dagli elettori del suo partito – a vantaggio di un candidato qualitativamente meno rappresentativo. (Vedere “CONFINI” nr. 40, gennaio 2016, “Venti di guerra, pag. 4).

L’America Latina continua a essere preda di bande delinquenziali capaci di proiettare i propri affiliati ai vertici delle istituzioni, si può ben immaginare con quali risultati per la stabilità politica, economica e sociale. Lo stesso dicasi per l’Africa, da sempre preda prediletta per bande interne e predoni esterni. Il Medio Oriente è una continua polveriera che non trova pace e proprio in questo periodo dobbiamo registrare l’ennesima ignominiosa aggressione al meraviglioso popolo armeno, costretto a cedere parte del suo territorio dall’Azerbaigian nell’indifferenza assoluta dell’Occidente, che ha preferito girare la faccia dall’altra parte per timore dello scomodo alleato turco, sostenitore degli azeri nella facile guerra di conquista contro un popolo virtuoso ma non certo bellicoso e per giunta privo di mezzi. Quali sono i paesi europei che possano vantare una classe politica rispettabile? Serve riportare per l’ennesima volta la radiografia politica dell’Europa? Non serve. In Italia, dove evidentemente un paradosso è poca cosa, ne dobbiamo registrare almeno due: non si riesce a mettere nell’angolo la sinistra nemmeno quando gli elettori la bocciano elettoralmente e in questo periodo dobbiamo anche ringraziare Dio, per chi ci crede, o il solido binomio tra caso e necessità, sancito nel celebre saggio di Jacque Monod, per non dover patire la presenza nel governo di soggetti che avrebbero reso la pandemia ancora più drammatica di quanto non lo fosse per sua natura e per i limiti di chi la stia gestendo, a livello centrale e periferico.

PROSPETTIVE PER UN NUOVO ORDINE MONDIALE

Un nuovo ordine mondiale si rende necessario e anche in fretta. Il Pianeta non può attendere. Ma è davvero possibile, anche in tempi medio-lunghi, realizzare un radicale processo di cambiamento che, sfruttando gli insegnamenti del passato, consenta agli esseri umani di costruire un futuro migliore? E soprattutto: a chi toccherebbe farsi carico di una rivoluzione epocale di siffatta portata? Apparentemente sembra di entrare nell’insolvibile dilemma del gatto che si morde la coda: i popoli si sforzano, generazione dopo generazione, di delegare il potere a soggetti che, in linea di massima, disattendono le aspettative e vengono sostituiti da altri soggetti che si comportano allo stesso modo, o addirittura peggio, soprattutto quando, tramutatisi in uomini forti, trasformano la democrazia rappresentativa in un simulacro di libertà o in un’ancora più confortevole (per loro) dittatura. L’immarcescibile e caustico Gustav le Bon ha le idee chiare in merito: “È ancora diffusa l’idea che le istituzioni possano rimediare ai difetti della società, che il progresso dei popoli sia il risultato dei loro governi e che i cambiamenti sociali si possano operare a furia di decreti. […]

Le esperienze accumulate non sono valse a rinnegare questa utopia. Invano i filosofi e storici hanno cercato di dimostrarne l’assurdità (in particolare Tocqueville e Rousseau, oltre  Max Weber, che però non può essere incluso tra coloro cui faccia riferimento, per motivi anagrafici; per quanto riguarda gli storici di sicuro si riferisce a Ernest Lavisse e Hippolyte Taine e forse ad altri che il modesto autore di questo articolo non riesce a individuare. N.d.r.). Tuttavia, non è stato difficile per loro provare che le istituzioni sono figlie delle idee, dei sentimenti e dei costumi e che non si possono mutare idee, sentimenti, costumi, riscrivendo i codici. Un popolo non sceglie le istituzioni che gli aggradano, come non sceglie il colore dei suoi occhi e dei suoi capelli. Le istituzioni e i governi rappresentano il prodotto della razza”.

Sostituendo il termine “razza” con uno più appropriato, sia esso “cittadini” o “popoli”, possiamo comparare il profondo assunto analitico a quello semplicistico, ma efficace, dei giorni nostri: la classe politica riflette nel bene e nel male (più nel male) la natura di chi la elegge.

Come uscirne?  È una domanda per ora destinata a restare senza risposta, anche perché l’unica che affiora istintivamente è così brutta da venire automaticamente cancellata dalla mente: prima o poi si verificheranno eventi così drammatici da indurre l’umanità, per lo spirito di sopravvivenza, a dare realmente vita a un nuovo ordine mondiale. Nei primi mesi di pandemia non sono mancate le asserzioni di eccelsi intellettuali sulla possibilità di un radicale cambiamento, in positivo, quando tutto sarà finito. Di fatto la pandemia costituirebbe quell’evento drammatico in grado di generare un nuovo ordine mondiale. Oggi, però, già si assiste a un sensibile affievolimento di questo convincimento, alla luce dei tanti comportamenti insulsi che si registrano in ogni strato sociale. Qualcosa di più sconvolgente, quindi, deve accadere, affinché le masse trovino il giusto stimolo per un chiaro cambio di rotta. Nell’attesa non ci resta che continuare a denunciare fino alla noia i mali del mondo, anche se la narrazione progressivamente assume le sembianze di quei vecchi ritornelli che nessuno canta più.

Lino Lavorgna

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