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Oltre 150 afghani atterrano a Roma con i corridoi umanitari: “Evviva l’Italia”

ROMA – “Evviva l’Italia!”: così hanno esclamato gli oltre 70 bambini alla testa del corteo dei 158 profughi afghani atterrati stamani all’aeroporto Leonardo Da Vinci di Fiumicino grazie ai corridoi umanitari.
Con loro, tanti uomini e donne sorridenti, con lo sguardo di chi si sente ormai al sicuro: fuggiti in Pakistan dal governo dei talebani, sono stati selezionati dal protocollo stretto il 4 novembre dell’anno scorso dall’allora governo Draghi con Conferenza episcopale italiana (Cei), attraverso Caritas Italiana, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Tavola Valdese, Arci, Iom, Inmp e Unhcr.

Libero Ciuffreda, membro del Consiglio della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, racconta: “Io sono medico e a Lampedusa ho visto persone arrivare dal mare stremate, o morte. Quando vi ho visto arrivare voi stamani, felici e in salute, mi sono commosso, perché è evidente che costruire un futuro insieme è possibile, anche se a volte In Italia e in Europa si dice il contrario. Ma noi diciamo che invece si può”.

LA TESTIMONIANZA: “I TALEBANI VESSANO TUTTI ED ESCLUDONO LE DONNE

“In Afghanistan, se mia madre deve uscire sono costretto ad accompagnarla perché alle donne è proibito stare sole, non possono prendere neanche l’autobus o il taxi. Se indossa male il velo, sono io che ne rispondo e i talebani potrebbero arrivare a picchiarmi in mezzo alla strada. Ho visto anche tante donne venire infastidite per il loro abbigliamento: alle studentesse dell’Università di Kabul viene imposto il velo integrale. Riuscite a immaginare quanto possa essere difficile vivere così, con solo un rettangolino scoperto per gli occhi? Osservare questa situazione ci fa sentire terribilmente male per loro e tristi per il nostro Paese perché ne va del futuro dell’intera società“. L’agenzia Dire parla con Hakim Bawar, un ex cooperante parte del gruppo di profughi appena atterrati.

Dopo mesi trascorsi da esuli in Pakistan, e con tante ore di volo alle spalle, ora siedono in un salone dell’aeroporto in attesa di completare le procedure burocratiche. Tra qualche ora il viaggio riprenderà per raggiungere le destinazioni trovate per loro sull’intero territorio nazionale, dove verranno accolti per cominciare una nuova vita. I volontari li assistono con vettovaglie e parole di incoraggiamento, e mentre i bambini rincorrono palloncini colorati, i grandi riposano: tra loro anche tante donne di ogni età, la testa piena di pensieri ma anche entusiasmo per la svolta che la loro vita sta prendendo.

Bawar, che parla un ottimo inglese, si fa portavoce delle preoccupazioni di tutti: “Le donne sono state estromesse da tutto: dalle istituzioni come dalla vita pubblica. Solo pochi giorni fa hanno imposto un nuovo divieto per le donne: niente accesso alle palestre, ai giardini e ai bagni pubblici (gli hammam). E ovviamente non possono lavorare e chi studiava ha dovuto abbandonare i propri sogni. Tutto questo per rispettare le regole dell’islam, sostengono i talebani, ma l’islam ovviamente non dice questo”.

“LEGGI E GIUSTIZIA NON TUTELANO PIÙ NESSUNO”

D’altronde, continua l’uomo, “da quando i talebani sono arrivati al potere”, nell’agosto del 2021, “hanno commesso ogni tipo di violenza contro la popolazione e non c’è modo di fermarli”. Nella capitale Kabul “si comportano con maggiore attenzione- dice- perché ci sono più giornalisti e passanti che con gli smartphone possono filmare i soprusi e farli diventare virali su internet. Ma in provincia accade di tutto: ci sono donne che vengono punite col taglio della mano o del naso, e se una di loro denuncia violenze, rischia di essere arrestata e incarcerata”. Uno degli aspetti più gravi, racconta ancora Bawar, alla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, è proprio il fatto che “le leggi e la giustizia non funzionano più: valgono solo i dettami dei talebani. Se una donna subisce violenza domestica quindi non può andare alla polizia e denunciare. Non c’è modo di proteggerle”.

Una situazione che determina un peso anche per l’altra metà della popolazione, quella maschile, costretta a lavorare di più e cambiare i propri orari per non lasciare sole sorelle, madri, mogli, figlie. Il fardello è anche psicologico: “fa male vederle soffrire senza poter intervenire” dice Bawar. E questo mentre “anche gli uomini subiscono minacce: io lavoravo nella cooperazione. Quando le ong hanno lasciato il Paese, siamo stati costretti a interrompere il nostro lavoro sui diritti”.

Conferma questa situazione anche un altro cittadino afghano, giunto con la moglie e quattro figli tra i tre e i dodici anni anni, che preferisce non rivelare la propria identità per proteggere i familiari lasciati in Afghanistan: “Lavoravo nel governo, ho rischiato di essere ucciso come accaduto a un mio collega. Un altro è scomparso e i talebani non vogliono dire cosa ne hanno fatto. Mia moglie invece ha perso il lavoro, non poteva più nemmeno andare a fare la spesa, mentre le mie due bambine hanno dovuto lasciare la scuola. Abbiamo perso tutto, ma grazie all’Italia ora abbiamo la possibilità di ricostruire il nostro futuro”.

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