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Non c’è pace per gli armeni

Incipit
Le poste dell’Azerbaigian hanno emesso dei francobolli dedicati alla recente vittoriosa guerra contro l’Armenia, pubblicizzandoli con un’oscena composizione grafica che lascia sottendere la “disinfestazione” dell’Artsakh (vedi foto). Gli armeni,  costretti o ad abbandonare il “loro” amato territorio o subire le vessazioni degli occupanti, che hanno subito dimostrato una disumana ferocia distruggendo chiese e massacrando inermi cittadini, sono stati assimilati a un virus da debellare. Spesso accade che il male prenda le sembianze del bene e la menzogna indossi i panni della verità, come nel celebre quadro di Jean-Léon Gerôme. Per gli armeni “spesso” va sostituito con “sempre”.

Un tema e due svolgimenti

Immaginiamo di trovarci in un liceo qualsiasi e di assegnare un tema con la seguente traccia, dopo aver a lungo dibattuto con gli alunni sulle vicende storiche caucasiche: “Le autorità azere, dopo la guerra del 2020, conclusasi con la conquista dell’Artsakh grazie al determinante aiuto turco e all’ancora più determinante indiretto aiuto assicurato dall’inerzia dell’Occidente, hanno emesso dei francobolli commemorativi nei quali il territorio armeno risulta disinfestato. Gli armeni, di fatto, vengono assimilati a un virus. Ciascun allievo descriva come percepisce siffatta iniziativa e la mancata reazione indignata dell’Occidente, che non ha prodotto alcun richiamo per un gesto oltremodo offensivo  della dignità umana, rivolto nei confronti di un popolo già duramente segnato dalla storia”.

In una classe di trenta alunni, ventinove svolgimenti rifletteranno più o meno i concetti di seguito trascritti.

“Non vi è niente di nuovo sotto il sole, relativamente all’ignobile pubblicazione realizzata in Azerbaigian, perché da sempre gli esseri umani predicano il bene e agiscono male, fatte salve le debite eccezioni che non mancano mai e consentono di coltivare la speranza. Non è certo la prima volta che gli armeni ricevono gravi offese e non è questa la più grave: fa senz’altro più male, infatti, vedere che sono ancora tanti gli stati che non riconoscono il genocidio praticato dai turchi nel 1915 per timore di Erdogan.

Bisogna distinguere bene la popolazione azera dai governanti, senza cadere nell’errore di metterli sullo stesso piatto della bilancia, proiettando in quelle zone dinamiche valutative tipiche dell’Occidente. Gli azeri, musulmani, vengono educati sin da bambini a odiare i cristiani. Un odio che raggiunge vette apicali nei confronti degli armeni, colpevoli, secondo quando viene loro “insegnato”, di essersi impossessati di una fetta della propria patria. Una popolazione con alto tasso di analfabetismo non può sapere   che la regione contesa,  nota agli archeologi come sede della cultura Kura-Araxes, dal nome dei due fiumi attorno ai quali si è sviluppata, nel 95 a.C. fu conquistata da Tigrane II d’Armenia, che gli antichi albanesi e gli armeni si alternarono al dominio del territorio fino all’inizio del IV secolo d.C. e che il cristianesimo vi fu introdotto  per la prima volta già nel I secolo ad opera di Sant’Eliseo. Non può sapere queste cose e nemmeno che tra il VII e l’VIII secolo la regione fu invasa e saccheggiata dagli arabi, nel XIII secolo da tartari e mongoli,  nel secolo successivo da varie tribù turche e che con il trattato di Gulistan del 1813 passò all’impero russo. In modo confuso e pasticciato sa solo  che la regione – ricordiamolo, abitata prevalentemente da armeni cristiani –  divenne repubblica nel 1992 a seguito del disfacimento dell’URSS.

I governanti, dal loro canto, plasmano la storia secondo consolidate abitudini, per soddisfare la volontà di dominio e gli interessi economici, ossia gli elementi fondamentali che determinano  le controversie consumate in modo subdolo sulla pelle degli inermi cittadini, ingannati con mistificazioni e false prospettive. Come anticipato, è storia vecchia.

Sovviene alla mente, per esempio, il “vae victis” pronunciato da Brenno dopo l’occupazione di Roma e, più ancora, i mille e mille episodi di ignavia che hanno segnato la storia dell’umanità, consentendo a feroci tiranni di dare sfogo a tutta la loro malvagità, magari utilizzando ridicoli e falsi alibi, come quello orchestrato da Hitler per attaccare la Polonia e avviare l’invasione dell’Europa: la distruzione di una stazione radio da parte di dodici militari, mai avvenuta, ovviamente, essendo i dodici militari dei tedeschi travestiti da polacchi. Bush Jr. attaccò l’Iraq anche quando fu chiaro che Saddam non disponeva di armi atomiche ma solo di un’accozzaglia di ferro vecchio che non faceva paura a nessuno e non esitò a bruciare l’eccellente agente segreto Veronica Plame che scoprì la verità, rendendola nota ai vertici della CIA e del Governo affinché si bloccasse l’iniziativa bellica; fu bloccata lei, invece, perché la guerra era stata decisa “per altri scopi” e non poteva essere fermata. Quanto sia costata all’Occidente quella scellerata condotta, che determinò la nascita dell’ISIS, è cosa nota a tutti.

La Turchia, che protegge l’Azerbaigian, ha grossi interessi economici nella zona, da cui partono i principali gasdotti che raggiungono l’Occidente. L’Armenia cristiana è una fastidiosa presenza in una zona che, con la sola eccezione della Georgia, vanta una massiccia maggioranza di musulmani. La conflittualità religiosa condiziona la politica alla pari degli interessi economici, se non più, e si può immaginare quanto ciò costituisca un problema per la piccola repubblica armena, solo a “parole” protetta dalla Russia, che si guarda bene dall’intervenire militarmente in caso di aggressione per non rischiare il conflitto aperto con la Turchia, forte potenza militare della NATO.

Per l’Europa vale più o meno lo stesso discorso, reso ancora più “cinicamente” valido dagli intensi rapporti commerciali con l’Azerbaigian, a cominciare dalla fornitura di gas: dal grande giacimento di Shah Deniz parte il gasdotto che passa per la Turchia, al quale recentemente si è agganciato il controverso TAP (Gasdotto Trans Adriatico), che tante polemiche ha sollevato in Salento per i rischi di impatto ambientale in una zona a forte vocazione turistica.

Cospicue anche le esportazioni di petrolio: l’Italia ne assorbe da sola il 40%  e per avere un’idea delle cifre in ballo basta considerare che nei primi tre mesi del 2020 sono state acquistate 5,9 milioni tonnellate di petrolio, per un valore di 2 miliardi di euro;   la quota produttiva restante è precipuamente suddivisa tra altri grandi acquirenti: Cina, Croazia, Israele, India, Ucraina, Grecia e Vietnam.

È l’Italia, comunque, il principale partner commerciale dell’Azerbaijan, dove operano ben 113 aziende di connazionali, che ivi godono non solo di particolari condizioni fiscali ma anche di molteplici e molto più gradite “attenzioni” da parte delle autorità. Intelligenti pauca.

Con questi presupposti, e con tanti altri ancora che afferiscono ai limiti della natura umana, si può solo concludere, amaramente: “Non vi è pace per gli armeni e mai vi sarà”. Almeno fin quando l’uomo non si evolverà in una specie superiore e imparerà a vivere in armonia e in pace con il prossimo, annullando le diseguaglianze”. 

Il trentesimo alunno, invece, scriverà un tema di sentore diverso, proteso a giustificare l’aggressione azera, spacciando per vere le farneticanti ragioni prodotte dalle autorità, facendo soprattutto leva sui grandi interessi economici che legano l’Italia al paese caucasico e ai rischi che potrebbero correre le nostre aziende se gli si mancasse di rispetto. Poi farà riferimento all’alleanza militare con i turchi, che vedono gli armeni come il fumo negli occhi. “Val la pena di far arrabbiare Erdogan inducendolo a chiuderci i rubinetti del gas e a riversarci addosso da un momento all’altro gli oltre due milioni di profughi siriani? Non scherziamo! La ragion di stato è l’unica ragione valida e basta con i continui riferimenti al genocidio! Se tanti stati non lo riconoscono vi sarà pure una ragione, no? Cosa vogliono questi armeni, con le loro continue lamentele? Se i turchi li hanno sterminati vi sarà stato un motivo! Vivevano in Turchia ed erano ricchissimi, occupando ruoli importanti nella pubblica amministrazione, nelle scuole, nelle università. Erano abili negli affari e molti  turchi erano costretti a lavorare per loro. Insomma, una condizione non certo piacevole per i giovani turchi che avevano preso il potere nel 1913 e sognavano di “rinverdire” il decadente impero.

La vita è soprattutto lotta per il dominio e risultano stucchevoli e noiosi coloro che predicano la pace nel mondo e il bene collettivo. Il mondo non è stato mai in pace e la selezione naturale, ossia la sopravvivenza del più forte, è insita nella natura umana. Un popolo ha rivendicato un territorio che ritiene proprio, ha fatto una guerra, l’ha vinta, si è ripreso il territorio conteso e ha ritenuto di festeggiare l’avvenimento con  francobolli commemorativi. Vogliamo contestare il diritto di uno stato di emettere dei francobolli come meglio gli aggrada? Suvvia, siamo seri! In fondo che hanno fatto di strano? Hanno proiettato in una immagine grafica la percezione di un diffuso sentimento nazionale: la gioia per aver spazzato via dal territorio conquistato, evidentemente ritenuto “proprio”, coloro che l’avevano usurpato. E che sarà mai! Si può perdere tempo con queste sciocchezze? Maiora premunt!”.

È grave quello che ha scritto il trentesimo alunno? No. Non lo è. Un tipo strano, un po’ fuori di testa e con le idee confuse in mezzo a ventinove bravi ragazzi è fisiologico.

È molto grave, invece, che tra quindici-venti anni al massimo il tipo strano sarà un importante manager pubblico o privato, deputato o ministro e più avanti magari commissario europeo o presidente della BCE, mentre i ventinove bravi ragazzi continueranno a esternare i loro buoni propositi sui social, parlando al vento e rodendosi il fegato. Ma così gira il mondo. Povera Armenia. Ma forse è il caso di dire: povero mondo.

                                                                                     Lino Lavorgna

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