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Minigonne a scuola: è polemica

Come se non bastassero i problemi generati dall’emergenza pandemica, al liceo Socrate di Roma è scoppiato lo scandalo delle ragazze in minigonna, invitate dalla vicepreside a non indossarle per non indurre in tentazione i professori, ai quali potrebbe “cadere l’occhio”. Apriti cielo!

Un fuoco incrociato si è abbattuto sulla povera dirigente, che si sarà sentita come la Polonia agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, schiacciata dai tedeschi a Ovest e dai russi a Est. Le ragazze hanno inscenato una vibrata protesta, recandosi tutte a scuola in minigonna e ponendo in risalto i problemi logistici, legittimamente considerati prioritari.

Il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli, invece, difende i docenti, che fanno la figura dei guardoni modello Alvaro Vitali nei film erotico-caserecci degli anni settanta, con una dichiarazione ufficiale: “Si deve evitare che, a causa di un evidente e marginale incidente comunicativo, la categoria dei docenti sia percepita dall’opinione pubblica in maniera distorta e degradata e che il liceo Socrate venga erroneamente rappresentato come presidio di cultura oscurantista. L’episodio dimostra, una volta di più, quanto sia fondamentale utilizzare le parole correttamente e consapevolmente”. Anche il ministro Azzolina, tramite l’Ufficio scolastico regionale del Lazio, ha disposto un’accurata indagine.

A scanso di equivoci scriviamo subito che ogni donna ha il diritto di vestirsi come vuole, quando e dove lo ritenga opportuno, senza che ciò debba rappresentare alcun problema per lei. Alle ragazze, pertanto, va manifestata senza indugio la massima solidarietà. Ciò premesso, tuttavia, cerchiamo di essere ragionevoli, evitando sterili elucubrazioni socio-filosofiche.

La vicepreside non sarà una stupida e se si è espressa in quel modo, sostanzialmente suggerendo alle ragazze qualcosa che avrebbe suggerito a una figlia, avrà avuto le sue buone ragioni. È addirittura banale e stucchevole dover ribadire il diritto delle donne a vestirsi come meglio ritengano, ovviamente nei limiti di una decenza che di certo non può essere inficiata da una minigonna, capo di abbigliamento che oramai vanta oltre mezzo secolo di radicamento sociale.

Parimenti, però, chiunque dovrebbe essere libero di parcheggiare la propria auto, Lamborghini o utilitaria che fosse,  senza doversi preoccupare di chiuderla anche per una breve sosta caffè. Esistono i ladri e quindi ci si regola di conseguenza: autonomamente ciascuno rinuncia a un legittimo diritto e a un evidente presupposto di libertà, per motivi di opportunità. E ovviamente ciò accade a tutti, ogni giorno, in mille contesti. Siamo onesti: possiamo negare che, in questo Paese, l’universo maschile, per buona parte, non sia ancora in  grado di reggere la vista di una bella ragazza sexy in minigonna senza strabuzzare gli occhi, per non dir di peggio? 

Figuriamoci, quindi, cosa potrebbe verificarsi in un’aula con una dozzina di belle ragazze con splendide gambe scoperte fino all’inguine e mutande in vista, soprattutto in questi frangenti che vedono molte scuole prive dei banchi, e  arrapatissimi docenti, magari con moglie modello Pina Fantozzi. Un po’ di comprensione per la vicepreside, quindi, che evidentemente ben conosce i polli del suo pollaio, è altrettanto dovuta e la dichiarazione del presidente Giannelli, ancorché comprensibile sul piano diplomatico, risulta eccessivamente severa. I limiti maschili nel restare indifferenti al cospetto di una donna in abiti succinti non possono sfuggire a nessuno.

Per molti anni ho lavorato nel mondo della moda e dello spettacolo e potrei citare decine di aneddoti al riguardo.  Durante una finale di un prestigioso Fashion award internazionale, per esempio, un giornalista venne ad intervistarmi ed essendo preso da mille impegni lo ricevetti mentre stavo effettuando un briefing alle modelle,  contestualmente intente al trucco e parrucco. Le modelle, mezze nude, si muovevano con i classici ritmi frenetici di quei momenti, ovviamente senza dare peso a chi fosse presente nel salone. Avreste dovuto vedere la faccia del giornalista e la chiazza di sudore che si formò sotto i suoi piedi, per non parlare del balbettio.

Querelle sulle minigonne a parte, sarebbe il caso che in quel liceo (LICEO!!!) si pensasse soprattutto a studiare “seriamente”. Le ragazze hanno esposto un cartello con la seguente scritta: “Non è colpa nostra se gli cade l’occhio”, con “gli” che sottintende  “professori”,  quindi un sostantivo plurale.  Ai tempi miei, delle liceali che avessero commesso un errore di questa portata, sarebbero state inviate ai lavori forzati!

Lino Lavorgna

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