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Migranti climatici: l’allarme della Banca Mondiale

Quando intorno al 1820 Friedrich Hegel nelle sue lezioni sulla filosofia della storia descriveva il continente africano come chiuso in se stesso, incapace di evolversi e dilaniato dai conflitti, forse aveva preconizzato scenari allarmanti.
 
Due secoli dopo, la questione africana al centro di strumentalizzazioni politiche e false informazioni rimane ancora quel “bambino” dalla forza muscolare che ha bisogno di un tutore per crescere. Ci si divide tra afrottimismo e senso comune di invasione, di marea umana che cambierà il volto dell’Europa, perdendo di vista l’approccio strutturale con il quale vanno inquadrate le dinamiche migratorie.
 
Sulla scena si affaccia un’espressione usata per la prima volta nel 1985 dalle Nazioni Unite, quella del “rifugiato ambientale”, colui che è costretto in situazioni di degrado del clima ad abbandonare la propria terra.
 
A distanza di 34 anni è la portata del cambiamento climatico, dal quale non si può più prescindere, ad allarmare per i risvolti che implicherà sui continenti. Si parla di 143 milioni di migranti entro il 2050 secondo le stime della Banca Mondiale condotte su tre macro aree come l’Africa sub sahariana, l’Asia meridionale e l’America Latina.
 
Sarà costretto a spostarsi il 55% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo per condizioni di depauperamento delle risorse di acqua e cibo. Come conseguenza dello scioglimento dei ghiacciai e dell’innalzamento del livello del mare, si assisterà a flussi in spostamento, squilibri geopolitici e sistemi politici compromessi.
 
La mappatura del fenomeno indica che le migrazioni interne nei continenti interessati supereranno gli 86 milioni di persone che si sposteranno in Africa, 40 milioni in Asia del Sud e 17 milioni in America Latina. Più zone rurali soffriranno carestia e miseria, maggiore sarà il cosiddetto “population shock”, una diaspora verso le aree urbane incapaci di affrontare il fenomeno con strutture economiche adeguate. All’orizzonte compaiono catastrofi naturali, malattie per assenza di acqua potabile e cibo, nonché il sovrappopolamento della popolazione mondiale che nel 2050 arriverà a 9,7 miliardi.
 
Impossibile prescindere dalla considerazione ultima che i popoli più vulnerabili hanno meno capacità di proteggersi, e che in assenza di provvedimenti saranno i soli a pagare un prezzo alto per le azioni altrui.  
 
Marita Langella

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