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L’overdose da social ai tempi della quarantena

La paura ai tempi del coronavirus sta ridefinendo i confini delle nostre certezze. Sono passati 100 anni dalla pandemia che sul finire della Grande guerra sterminò circa 50 milioni di persone. L’influenza spagnola dal 1918 al 1920, definita “epidemia sfinge”, presentava sintomi che evocano la situazione odierna, febbre alta che in molti casi virava in una polmonite mortale. Allora la medicina del tempo proponeva sul filone del motto ottocentesco “palliare ove il guarire non ha luogo”, pozioni artigianali, sieri, sciroppi, pastiglie, contro una malattia subdola, che qualcuno definì la nuova piaga d’Egitto. Dopo aver sconfitto tubercolosi, sifilide, malaria e asiatica, e grazie all’istituzione di organizzazioni come la World Health Organization, l’umanità sembrava immune da altre malattie, così come il progresso scientifico-tecnologico è diventato nel tempo baluardo di conoscenze acquisite. Solo 20 anni fa a Washington nel 1996 due patologi militari isolavano il virus responsabile della Spagnola, l’H1N1, e ora ci ritroviamo come allora di fronte a qualcosa di subdolo e sconosciuto.

 Il Covid-19 è entrato nel lessico quotidiano, si è impadronito della normalità, ha ridefinito i confini della relazioni umane. “Io resto a casa” è l’esortazione di queste settimane, e il Paese si rintana per tagliare ogni forma di contatto che alimenti il contagio. Il vicino è il nemico da cui difendersi, perchè il virus gira nell’aria, è un parassita silente e in agguato da cui non è facile difendersi. Sessanta milioni di italiani in quarantena, ognuno più solo e confuso, mentre il “catechismo igienico” detta nuove regole da rispettare. Come lavarsi, quali prodotti usare, che distanza mantenere, a caccia ogni giorno dei consigli di medici e autorità competenti. Quali saranno le ripercussioni e chi subirà il contraccolpo più grande a causa del coronavirus, si può solo immaginare. Anziani indifesi, persone sole e isolate, famiglie bisognose, adolescenti in clausura forzata. Sono proprio i più giovani allontanati dai compagni e dalle figure di riferimento, a pagarne il prezzo, lontani da scuola, rifugiati in altre attività.

Si parla già di overdose da social, lo strumento che più di ogni altro annulla distanze e confini, in una community virtuale che induce alla partecipazione. Non a caso in queste settimane è stata massiva la presenza su diverse piattaforme di iniziative di ogni tipo, dalle dirette Facebook degli artisti alle gare di solidarietà per raccolte fondi, fino ai canti corali sui balconi e ai tormentoni virali esorcizzanti. Tutti partiti e lanciati in rete, dove ognuno si rifugia per eludere paure e comunicare con un mondo lontano eppure cosi vicino nella percezione dell’emergenza. Questo può al contempo essere un momento per riscoprire il valore di una quotidianità domestica data per scontata, ma che in cambiamenti forzati, acquista un valore inedito. L’attesa che guarda al ritorno della normalità, la speranza collettiva capace di stemperare i timori, per immaginare soluzioni condivise.

Marita Langella

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