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L’autismo: un mondo sommerso

di Consuelo Viviana Ferragina*

Nell’ultimo ventennio la clinica si è fortemente sensibilizzata alla sindrome autistica proponendo, screening, programmi educativi e socio-assistenziali per sostenere quanti ne sono affetti e per offrire un valido aiuto alle loro famiglie. 

Parlare di autismo oggi fa meno paura; prima di tutto perchè se ne parla e questo aiuta, chi ne è colpito a sentirsi meno solo: ci si vive, infatti, meno stigmatizzati, la tara della malattia mentale lascia spazio al basso e all’alto funzionamento che permettono di posizionare la persona, lungo uno “spettro” che invece di misurare la luce e i suoi colori, misura il suo grado di apertura al mondo spesso fortemente compromesso.

È un’esistenza vissuta in uno spazio mentale “altro”, difficilmente accessibile finanche per i genitori costretti ad imparare un nuovo codice, quello del figlio, fatto di parole spesso incompressibili o talvolta da manifestazioni di straordinaria perspicacia ed intelligenza.

Tradurre i bisogni di questi bambini pone delle sfide sempre molto impegnative, perchè è come viaggiare lungo un tunnel buio con in mano una semplice candela, basta un flebile colpo di vento e si piomba nell’oscurità più nera.

Il dolore più grande spesso riferito dalle madri, vive nel mancato riconoscimento affettivo, nel mancato abbraccio, nella stentata nominazione del proprio nome di madre, nella difficoltà di stabilire una prossimità fisica che non porti vissuti di allontanamento o rigetto da parte del figlio, la sofferenza raccontata trova però sempre la forza per trasformarsi in vigore e presenza anche di fronte alla negazione più bruta.

Ho visto genitori resistere ad attacchi violenti, urla, graffi e pianti disperati, senza fuggire, senza scomporsi o mortificarsi per non saper cosa fare, genitori che regalavano al figlio il segno della loro presenza attraverso l’amore e la tolleranza dell’intollerabile.

La ferita che un figlio autistico apre nel vissuto di un genitore, è difficilmente comprensibile perchè, non c’è niente in grado di simbolizzare un dolore così grande, niente in grado di autorizzare la persona al suo ruolo misconosciuto dall’altro: fantasie, sogni ed ambizioni sono tutti riposti nel cassetto ma a compenso di tutto ciò c’è un plus di amore capace di inabissare l’incomunicabile, capace di far emergere risorse, speranze ed aspettative perdute.

*Psicologa e Psicoterapeuta

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