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Se la paura del virus rilancia lo smart working

La parola d’ordine degli ultimi giorni è il terrore da pandemia. Nel quadro italiano in cui da nazione spettatrice di eventi percepiti come troppo lontani si è passati al focolaio di contagi che crescono di ora in ora. Basta usare l’aggettivo virale per alimentare  una contagiosa fobia collettiva con barricate domestiche, coprifuochi da luoghi pubblici, assalti a provviste alimentari e sanitarie. E mentre seguiamo la mappatura delle zone isolate e ci muoviamo tra bollettini medici e caccia alle streghe, sul fronte economico si gioca una partita importante. È lo spettro di quel PIL indice della ricchezza e del benessere di un Paese, minato dal rischio di una produttività compromessa e da uno stallo di alcune realtà aziendali italiane.

Tuttavia la notizia dello smart working arriva a ridimensionare gli scenari più catastrofici, attraverso il dl del 23 febbraio, per le misure urgenti sul coronavirus. Continuare a lavorare senza recarsi sul posto di lavoro grazie a smartphone e pc  per non fermare le attività aziendali, era una modalità già seguita in precedenza in alcune aree durante l’alluvione a Torino, o il crollo del ponte Morandi a Genova. In Cina del resto, epicentro del coronavirus, è già in atto da settimane un massivo esperimento di smart working che coinvolge milioni di persone e intere città oggetto di quarantena, con programmi di telelavoro compiuti da casa. E le scuole in queste zone, dalle elementari alle superiori, non sono da meno, con insegnamenti on line e materiale su piattaforme virtuali.

Lavorare per obiettivi e con un’organizzazione mirata al mantenimento di standard e profitti, è ciò che si propongono grandi gruppi come Unicredit e Generali, capaci di incrementare la produttiva con il lavoro agile del 15-20%. Secondo i dati dell’osservatorio di Polimi, 570 mila lavori di oltre il 58% delle grandi aziende sta adottando lo smart working, con una sensibile crescita rispetto a qualche anno fa del 20%. Un’estensione sarebbe possibile a diverse categorie anche del settore pubblico, per una visione di lavoro destinata a ottimizzare spazi, tempi e risorse. Le stime parlano di 5 milioni di lavoratori potenziali in grado di adottare soluzioni similari tra piccole e medie aziende. La Cina con il suo miliardo di abitanti è un esempio virtuoso di operosità che va oltre l’allarme temporaneo del coronavirus. Sarà invece una sfida da cogliere in un futuro imminente di flessibilità lavorativa. E dove la presenza fisica lascerà posto a nuovi spazi ripensati in termini di efficienza, mobilità, collegamenti e relazioni umane.

Marita Langella

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