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La giovane Saman uccisa perché voleva essere come noi, ma l’abbiamo lasciata sola

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ROMA – Si sentiva e voleva essere una donna europea, libera di scegliere chi amare e chi sposare, una di noi insomma. Quello che fa male, tanto, di fronte alla tragica fine di Saman Abbas – la ragazza diciottenne di origine pakistana che per chi sta indagando è stata uccisa dalla sua famiglia perché rifiutava il matrimonio imposto – è che alla fine si sia ritrovata sola a fronteggiare i suoi familiari assassini. Eppure si era rivolta ad un centro antiviolenza, era stata accolta e protetta, perché poi è stata lasciata tornare dai suoi? Quando è stata convinta, con l’inganno, a tornare a casa, non la si poteva accompagnare e sorvegliare? E fanno male anche i troppi silenzi registrati su questa vicenda, abituati come siamo alla forte reazione che scatta immediatamente di fronte ai femminicidi. Forse, azzardo una ipotesi, da un lato c’è la paura a scatenare reazioni di stampo razzista; dall’altra una manifestazione di impotenza rispetto a usi e costumi così diversi, forse considerati impossibili da integrare. Ma adesso è tempo di reagire, di uscire allo scoperto e trovare una voce forte perché le tantissime altre ‘Saman’, giovani donne che vogliono essere come noi e che vivono situazioni di costrizione, si sentano parte di una comunità che ha a cuore la loro indipendenza, che è pronta a difenderle, a lottare per tutte loro. La ministra alle Pari opportunità, Elena Bonetti, ha detto che l’accaduto “è una responsabilità di tutti noi. Di fronte alla violenza serve il coraggio di denunciare, non esistono ragioni né graduatorie. La solitudine e la sofferenza di queste donne deve trovare la nostra voce e la politica si deve assumere la responsabilità di questa battaglia, che non è di destra o di sinistra o di centro, ma è una battaglia di civiltà e appartiene alla nostra Costituzione”.

Yassine Baradai, presidente della Comunità islamica di Piacenza nonché segretario nazionale dell’Unione delle comunità islamiche in Italia (Ucoii), punto di riferimento per i musulmani, che nel nostro Paese sono oltre un milione e mezzo, ha emesso una ‘fatwa’, ossia un parere religioso “sull’illiceità dei matrimoni forzati nell’islam. Fatti del genere sono inaccettabili, anche se fortunatamente rari, ma devono farci riflettere” commenta Baradai, che aggiunge: “I musulmani che decidono di vivere in Italia, a prescindere dal Paese da cui provengono, devono adeguarsi alle leggi italiane ed europee, ecco perché abbiamo emesso questa fatwa: vogliamo aumentare gli sforzi affinché vicende del genere, seppur fortunatamente rare, non si ripetano”.

Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia, batte proprio su questo punto: “Chi arriva in Italia, nel nostro Paese, deve accettare senza nessun tipo di compromesso la nostra Costituzione e i nostri principi democratici. Deve capire che i nostri valori non sono negoziabili. Nessun genitore, in Italia, può costringere il proprio figlio a sposarsi contro la propria volontà… abbiamo il dovere di continuare questa battaglia per l’autodeterminazione e per la libertà di tutte le donne. E dobbiamo farlo coinvolgendo istituzioni, scuola, associazioni e forze dell’ordine, creando una rete di solidarietà sempre più sicura per tutte coloro, per tutte le donne come Saman, che non si arrendono e che hanno il diritto di scegliere come vivere la propria vita”. Che questa morte non uccida anche il sogno di libertà delle tante ‘Saman’ oggi costrette a stare zitte.

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