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Kenya al voto, e l’attivista fa 700km in bici per sensibilizzare contro le violenze

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(Foto da Twitter)

ROMA – “Ho deciso di fare Tubinga-Berlino in bici – un viaggio di oltre 700 chilometri – per raccogliere fondi con cui finanziare i miei amici in Kenya, che visitano le comunità come ‘ambasciatori di pace volontari’ in vista del voto di martedì. In Kenya non c’è stata una sola elezione che prima, durante e dopo non abbia fatto registrare disordini e morti”. Chris Mulwa è un ingegnere informatico di 39 anni originario di Nairobi e dal 2017 vive a Tubinga, nel sud della Germania. L’agenzia Dire lo contatta per conoscere la sua iniziativa volta a invocare elezioni pacifiche, in un Paese tradizionalmente scosso da violenze.

Un fenomeno cominciato nel 1992, e continuato ad ogni appuntamento alle urne: 1997, 2007, 2012 e 2017. Amministrative, legislative o presidenziali segnate da decine di persone che hanno perso la vita negli scontri e centinaia di migliaia di sfollati.

QUATTRO CANDIDATI IN LIZZA PER LE PRESIDENZIALI

Il prossimo martedì 8 agosto, 22 milioni di aventi diritto saranno nuovamente chiamati al voto per scegliere il successore del presidente Uhuru Kenyatta. Quattro i nomi in lizza per la carica quinquennale, tra cui due dati in testa: l’ex primo ministro e leader del partito d’opposizione Orange Democratic Movement, Raila Odinga, – 77 anni e quattro candidature alle spalle – e il vice-presidente William Ruto, dell’United Democratic Alliance. Seguono poi David Waihiga Mwaure (Agano party) e George Wajackoyah (Roots Party of Kenya).

I primi tre hanno fatto della lotta alla disoccupazione e all’aumento dei prezzi il fulcro del loro programma, con Odinga che si è spinto a promettere un sussidio fisso mensile alle famiglie in difficoltà, mentre Wajackoyah ha proposto anche la legalizzazione della marijuana nella speranza di attirare i giovani. Gli under 35 rappresentano infatti il 40% dell’elettorato ma come avvertono i media in questi giorni, molti di loro potrebbero scegliere di boicottare le urne per la diffusa sfiducia nella classe politica nazionale.

LA RAGIONE DELLE VIOLENZE ELETTORALI

Chris Mulwa spiega così il fenomeno: “In Kenya i politici non lavorano per il bene della nazione ma parlano alla pancia delle tribù o delle comunità a cui sono legati. E’ per questo che poi scoppiano violenze: ognuno vuole che vinca il proprio rappresentante. Poco importa se sia corrotto, che pensi ad arricchirsi mentre la gente si impoverisce o abbia fomentato le violenze elettorali. Odinga e Ruto ad esempio vennero accusati per i disordini degli anni scorsi ma ne’ loro ne’ nessun altro ha pagato per le morti o le case andate distrutte”.

Pochi giorni fa l’organizzazione Human Rights Watch ha sollevato preoccupazioni per l’impunità di cui godettero ufficiali e agenti di polizia per gli incidenti delle presidenziali del 2017. Anche la Corte penale internazionale è intervenuta a più riprese negli anni, aprendo inchieste per crimini contro l’umanità a carico di diverse persone tra cui figurano anche Odinga, Ruto e l’ex presidente Kenyatta, finendo con un nulla di fatto.

“Stavolta si erano presentate delle figure indipendenti- riferisce Mulwa- che avrebbero potuto dare una svolta politica in Kenya, ma la loro candidatura è stata bloccata dalla magistratura”. Tra questi c’è il cantante Gospel Reuben Kigame, che avrebbe perso il ricorso per non aver rispettato uno degli adempimenti, sebbene lui sia convinto di essere stato discriminato poiché non vedente.

Più in generale secondo Mulwa “i candidati hanno un atteggiamento irresponsabile: si insultano a vicenda e fomentano apertamente i dissidi. E la gente finisce per farsi del male. Ecco perché- ribadisce l’attivista- lunedì partirò alle 3 del mattino in sella alla mia biciletta, per raggiungere il seggio elettorale per i kenyani in Germania, a Berlino. Andrò a votare, esercitando un mio diritto, ma intanto voglio raccogliere denaro per un gruppo di amici in patria: si tratta di sette volontari indipendenti che vanno nelle comunità per dire alla gente di andare a votare, rinunciando alla violenza. Loro stessi ne sono stati vittime: tutti hanno perso uno o più famigliari negli scontri degli anni passati”.

Da qui la raccolta fondi lanciata sulla piattaforma Gofundme.com: “usiamo quel denaro per pagare i costi del trasporto e del pranzo al sacco degli ambasciatori di pace”.E per il futuro, a prescindere da chi vincerà, “io spero nella pace. In Germania qualche mese fa ci sono state le elezioni, ma ce ne siamo a malapena accorti. I cittadini si recavano alle urne civilmente e poi andavano avanti con la loro vita. Io al Kenya auguro questo”.
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