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Il Canale di Suez tra storia ed emergenza

L’immagine che ha fatto il giro del mondo in questi giorni, quella della portacontainer Ever Given incagliatasi nel Canale di Suez, ha riaperto la questione della fragilità delle rotte geopolitiche.

Catene del valore con anelli deboli, interdipendenza e rapidità negli approvvigionamenti, sono oggi prerogative degli scambi globali, che l’andamento asincrono della pandemia e i  lockdown sfasati da Paese a Paese, hanno contribuito a complicare.

Una sola nave che ostruisce il passaggio in uno degli snodi strategici e rotta obbligata per il transito internazionale quale Suez, può arrecare danni economici ingenti, minare le supply chiain (catene di fornitura), e aprire vecchie dispute geopolitiche. Il canale che divide Asia e Africa è stato oggetto di una crisi storica nel 1956, quando il presidente egiziano Nasser ne avviò la nazionalizzazione, scatenando un conflitto tra Israele affiancato da Francia e Gran Bretagna contro l’Egitto.

Si creò allora un unicum nella storia della fredda fredda in atto, perché fu il solo episodio in cui Stati Uniti e Unione Sovietica minacciarono di scendere congiuntamente in campo se le due potenze del sud est del mediterraneo non avessero raggiunto un compromesso, di fatto trovato quando nel 1957 Israele si ritirò dal Sinai.

Il Canale di Suez che insieme allo stretto di Hormuz e di Malacca, il Capo di Buona Speranza, il Canale di Panama, gli stretti danesi e turchi, e Bab el Mandeb, è uno dei checkpoint, o colli di bottiglia, è punto di transito ogni anno del 12% degli scambi del pianeta, del 7% del commercio di greggio e del 40% dell’import-export italiano.

Un quadrante geopolitico di difficile gestione per la presenza di atti terroristici e piratesti, ostilità belliche e incidenti navali, come quest’ultimo della cargo proveniente dalla Cina con destinazione Rotterdam e registrata a Panama, di cui non si conoscono ancora le dinamiche precise dell’incidente.

Più probabile l’ipotesi del blackout elettrico a bordo che avrebbe impedito qualsiasi manovra, mentre i venti forti sarebbero complici del resto. Lo stallo conseguente al collasso delle forniture, pone al centro la complessa questione degli shock energetici, spingendo in alto i prezzi.

Motivo per cui la sfida si gioca sulla ricerca di nuove geografie delle rotte, soprattutto per l’approvvigionamento di materiali in settori sensibli come sanità, sicurezza nazionale e produzione industriale e tecnologica.

Lo ha dichiarato di recente il presidente Biden attraverso un nota della Casa Bianca, conscio della necessità di pensare a catene più corte e produzioni interne alle economie avanzate (reshoring), che diminuiscano blocchi e dipendenze tra est e ovest. Di certo ancora una volta l’incidente come quello della Ever Given ha palesato la precarietà degli scambi marittimi transnazionali nel già complicato quadro pandemico, mostrando che anche in un’epoca di commercio digitale, la geografia è destinata a contare a lungo ancora.

Marita Langella

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