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I tormenti di Cuba, dalle liti con gli Usa alla rivolta del popolo

“La storia si ripete sempre, ma il prezzo sale ogni volta”, scriveva William Durant. Alla luce di un quadro internazionale di vecchi conflitti solo sopiti, la lezione vale oggi più che mai. E’ Cuba la protagonista della recente sollevazione popolare più imponente degli ultimi 30 anni, in un perimetro geopolitico e regionale di delicati equilibri e di rapporti diplomatici con il potente dirimpettaio americano.

La piazza, teatro ormai noto di tutte le rivoluzioni condotte ai tempi di Internet, ha raccolto anche stavolta migliaia di persone al grido “Patria y vida” in contrasto con il motto rivoluzionario “Patria o muerte”. Ed è stata subito una partecipazione massiva che ha interessato più di 15 città, compresa la capitale L’Avana. Di colpo ci si dimentica delle sue spiagge bianche, i colori pastello retaggio architettonico coloniale, le atmosfere esotiche da coltivazione di zucchero e tabacco, i balli da salsa, gli spettacoli di varietà e tutte le attrazioni turistiche del Paese. Si precipita in un’atmosfera da guerriglia paragonabile al “biennio della fame” del 1993-94,  sempre con le stesse istanze che partono dal basso, dal popolo ridotto alla fame, a cui mancano beni alimentari, servizi, assistenza sanitaria, ora che l’emergenza da coronavirus ha sferrato il colpo di grazia ai popoli in ritardo di sviluppo.

Solo a Cuba i contagiati sono arrivati a 250.000 con 1600 decessi, a differenza della prima ondata dello scorso anno che sembrava aver risparmiato la nazione. Ciò che mette in ginocchio la popolazione è l’assenza del vaccino Soberana 2 e degli altri prodotti su scala nazionale, che necessitano di macchine e reagenti al momento difficili da reperire per via dell’embargo. E’ da qui che la vicenda cubana trascende l’ambito localistico per abbracciare una dimensione e una complessità che gli storici definirebbero come “il gioco grande della storia”, quello condotto dal potere per l’interesse strategico che sacrifica il bene collettivo in nome della supremazia e della leadership del più forte. Perché Cuba è diventato storicamente uno Stato canaglia pericoloso per la pace mondiale, avamposto del regime comunista sovietico, fin dalla rivoluzione castrista dal 1953 al 1959, che nasceva non con una vocazione marxista-leninista, visto che era indirizzata contro il corrotto dittatore Batista, ma proprio il comunismo ne divenne presto il risultato. Da allora e dopo i primi accordi commerciali tra Cuba e l’URSS, le relazioni diplomatiche con Washington arrivano al punto di rottura.

La narrazione sarà quella tipica della Guerra Fredda, basata cioè sulla contrapposizione politica ed ideologica, sulla visione di un mondo capitalista liberale e democratico in antitesi alla collettivizzazione delle risorse e alla logica Stato-centrica del mondo comunista. Dalla tentata invasione della Baia dei Porci del 1961 alla proclamazione dell’embargo, fino alla crisi dei missili nucleari dell’ottobre del 1962, quando il presidente americano Kennedy  e il suo rivale Kruscev raggiunsero un’intesa sul ritiro delle rispettive testate nucleari per scongiurare la Terza Guerra Mondiale.
Il rapporto tra americani e cubani è stato segnato da fasi alterne di tensioni e distensioni, avvicinamenti e rotture, convenienze economiche e tentazioni neo-coloniali. Ci aveva pensato la presidenza Obama nel 2014 a riportare una fase distensiva nelle relazioni con la penisola caraibica, svolta epocale verso un ripristino della diplomazia, della promessa di aiuti e investimenti e dell’abolizione dell’embargo, sulla strada in salita del rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani a Cuba. Ma come una coazione a ripetere la storia ritorna spesso al punto di partenza, subisce un’involuzione sistematica, come è accaduto con il successore repubblicano Donald Trump, che ha annullato diverse misure adottate dal predecessore e riportato l’orologio indietro alla fase dei rapporti attenuati tra le due nazioni.

Ora che la protesta dei cubani riporta al centro problemi mai risolti, il regime del Presidente Miguel Diaz-Canel, succeduto a Raul Castro nel 2019, risponde condannando la sollevazione e scagliando il dito contro lo storico rivale americano, reo di appoggiare i dissidenti e perseverare con l’embargo economico. L’ordine dato dal delfino di Castro è quello di soffocare con la forza la protesta attraverso la sospensione dei servizi Internet e l’intervento di squadre armate di bastoni che hanno condotto pestaggi e arresti. Mentre arriva la notizia anche dei primi morti tra i manifestanti.

A pesare come un macigno è stato il collasso del turismo, principale fonte di sostentamento per Cuba, che ha fatto registrare lo scorso anno un -11% del prodotto interno lordo, sullo sfondo della recrudescenza dei casi di Covid nella provincia settentrionale di Matanzas. La partita ora si gioca sul fronte dell’interventismo degli States, già accusati di immobilismo, visto che il presidente Biden non ha ritenuto primario il dossier cubano. Il rischio per il presidente è affrontate una possibile minaccia per la stabilità di tutto il quadrante geografico, e che dovrà essere affrontata ripartendo dal lasciato dei suoi predecessori e dalle accuse mosse dai repubblicani  su una  gestione troppo morbida dei rapporti con Cuba.

Marita Langella

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