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I social network e gli effetti collaterali sulla salute mentale degli utenti

Per ogni grande innovazione nella cultura di massa Umberto Eco individuava “apocalittici e integrati”.  Nel suo saggio del 1964 infatti divide l’umanità tra coloro che esprimono scetticismo e resistenza al cambiamento e chi invece vede nel progresso tecnologico grandi potenzialità su cui investire.

E ancora per citare uno dei più influenti sociologi del 900 Marshall McLuhan, la rivoluzione introdotta dall’era elettronica ha influenzato la percezione e l’utilizzo dei mezzi di comunicazione, appiattendo le differenziazioni culturali attraverso quel “villaggio globale”, che pur nella sua apparente dicotomia tra sfera locale ed elemento universale, intende descrivere l’accelerazione e l’interconnessione tra le diverse comunità umane, grazie soprattutto all’introduzione di internet.

Questi gli elementi alla base del mondo dei social network, reti virtuali legate tra loro da condivisioni, disintermediazione e orizzontalizzazione dei processi comunicativi, un cambiamento che nessun altro strumento era riuscito prima a immaginare.

Arrivano poi le statistiche a registrare dati giganteschi, su Facebook infatti gli utenti attivi mensili sono 2,80 miliardi, quelli giornalieri 1,84 miliardi, e non è l’unica piattaforma che vanta questi numeri. Instagram, il social delle foto acquistato dalla società di Zuckerberg nel 2010 per 1 miliardo di dollari, è quello che cresce di più con 500 milioni di utenti attivi giornalieri, 4,2 miliardi di post pubblicati al giorno, e un impegno in termini di follower 50 volte più significativo di Facebook.

La lista dei social network è lunga e include caratteristiche per ognuno diverse, tre i più utilizzati si trovano Twitter, famoso per i suoi “cinguettii” che comprendono un massimo di 280 caratteri, Linkedin utile per la sfera professionale, e ancora Pinterest, TikTok e Tumblr. Un mondo dunque quello virtuale che ha riformulato le regole del linguaggio e dell’informazione, in parte già rivoluzionate dal mezzo televisivo, in cui si è passati dall’ homo sapiens che ragionava per concetti astratti a un “homo videns” , a detta del politologo Giovanni Sartori, condizionato da immagini, slogan, citazioni brevi e utilizzo di loghi che spesso sostituiscono le parole. 

In questa cornice va collocato il successo dilagante dei social network, e da qui addentrarsi in un mondo che nasconde insidie e finalità ambigue.  Perché, e qui tornano gli apocalittici di Umberto Eco come lo scrittore spagnolo Fernando Aramburu, la rete avrebbe favorito apertura, democratizzazione e inclusione, ma anche fenomeni di disinformazione, estremismo, harassment, hate politics e radicalizzazioni ideologiche.

Se poi si considerano le realtà di paesi vulnerabili e in via di sviluppo, sono stati gli stessi dipendenti interni a Facebook a lanciare l’allarme poi diffuso attraverso le pagine del Wall Street Journal, della presenza di pagine usate addiritttura dai cartelli della droga in Messico o da gruppi armati in Etiopia, e  perfino per il traffico di esseri umani. Un risvolto di dimensioni allarmanti con l’azienda che in risposta ha provveduto a rimuovere alcune di queste senza però la chiara volontà di trovare soluzioni  più incisive. 

 C’è poi la dimensione etica dell’utilizzo dei social che vede gli utente come produttori e cosumatori al contempo di contenuti spesso subdoli e manipolatori, che nascondono logiche di induzione al consumo, utilizzo di algoritmi profilati per la pubblicità con lo scopo di prevedere comportamenri e scelte future del pubblico.

Non a caso ciò che regge il mondo di internet è la gratificazione istantanea che la navigazione sollecita, una forma di dipendenza da rilascio di dopamine a volte più pericolosa di quelle note come l’alcol o le droghe, perché non soggetta a limiti fisiologici e che perciò diventa ricerca ad libitum.

L’uso smisurato e poco consapevole dei social è stato centrale nello studio della società di Menlo Park, rilevata dal Wsj, i cui risultato hanno evidenziato che Instagram, più utilizzato dalle nuove generazioni, può essere causa di disturbi alimentari, disagi mentali e depressione tra gli adolescenti. Frenesia da like e follower, bisogno patologico di consenso e attenzione sfocia in angoscia e stati d’ansia, a detta di tutti i gruppi intervistati. 

Perché l’unica prerogativa social è compararci agli altri in una corsa costante alla perfezione fisica attraverso il foto ritocco, l’ostentazione di una vita agiata tra viaggi di lusso, oggetti di valore e guadagni stellari. Quello che nel marketing viene definita “l’economia dell’attenzione”, in cui noi siamo i prodotti il cui valore viene testato attraverso l’apprezzamento degli altri, per poi tradursi nella paura di perdere opportunità e connessioni quando si è offline. 

Nonostante in  un’audizione al Congresso nel marzo 2021, Mark Zuckerberg ha continuato a ripetere come un mantra che: “l’utilizzo di app social per connettersi con altre persone può avere benefici positivi per la salute mentale” in riferimento ai più giovani, appare invece chiaro che il risultato sia stato più quantità ma meno qualità, più virtualità ma meno realtà, più follower ma meno amici, più contatti ma meno rapporti.

Il primo passo sarà riconoscere le insidie di uno strumento che possiede potenzialità ma anche lati oscuri. Partendo dall’alfabetizzazione social per un uso volto al bene che sia realmente di ispirazione, motivazione e beneficio per milioni di utenti nel mondo.

Marita Langella

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