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Giornata della Memoria: combattere l’antisemitismo

A cosa serve la memoria? Con questo quesito la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz, si congeda in una lettera indirizzata a tutti gli studenti, in una ricorrenza annuale. La commemorazione dello sterminio ebraico. La risposta, si legge, è ricordare per difendere il valore della democrazia e della dignità umana, sancito dall’articolo 3 della nostra carta costituzionale.

E mentre nella Giornata della Memoria scorrono immagini cruenti attraverso film, documentari e testimonianze dirette dei sopravvissuti, il pensiero ripercorre le atrocità di quegli atti. Shoah è un termine che per analogia, con il significato letterale presente nella Bibbia “distruzione totale”, è legato alle barbarie perpetrate dall’uomo e al sacrificio di innocenti; ma la lista delle definizioni è lunga. Così la parola genocidio, usata per la prima volta dal giurista ebreo-polacco Lemkin, contiene nella sua etimologia greca la portata di un massacro di massa.

Per ripercorrere le tappe essenziali dell’antisemitismo, un processo sistematico di delegittimazione culturale e morale condotta ai danni del popolo ebraico, non si può prescindere dal contesto storico. Dalle leggi di Norimberga del 1935, fino alla Notte dei Cristalli tre anni dopo, la propaganda nazista connota la sua ideologia attraverso la difesa della razza ariana. Individuati, ghettizzati e successivamente deportati, le cifre degli orrori seguono la mappatura dei campi di concentramento disseminati nella Polonia invasa dai tedeschi. Treblinka, Sobibór, Chelmno, Majdanek sono solo alcuni dei lager teatro di torture indicibili. L’affermazione della violenza condotta a vari livelli, corporale, psicologica, sociale ed ideologica.

Prigionieri ridotti a bestie, privati del pudore, spogliati di dignità e speranze. Come una fabbrica moderna, il lager è una catena di montaggio che produce morte. Una pianificazione meticolosa supportata da un apparato di convinti assertori al nazismo a tutti i livelli della società.

La storia dovrebbe insegnarci che altri episodi di epurazione di massa, come quella del popolo armeno o il massacro di Srebrenica, sono per numeri e caratteristiche legate a spietate esecuzioni. Ma nella vicenda degli Ebrei c’è un elemento che lo rende il genocidio più radicale nella storia dell’umanità. È il fattore razziale, l’accusa del sangue, che non si può rinnegare o cambiare. Una condanna ingiusta inflittagli dentro e fuori i confini delle nazioni in cui sono nati. 

Marita Langella

 

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