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Geopolitica del gas, una crisi globale rischia di compromette la sicurezza energetica

Da una crisi quella sanitaria che ci ha consegnato un mondo di certezze da ricostruire, ad un’altra di tipo energetico che minaccia le relazioni tra gli Stati. In un mondo globalizzato che viaggia sul filo delle interdipendenze, era da 10 anni che non si registravano livelli così bassi di gas stoccati negli hub europei. E dopo un inverno rigido la ripresa economica europea e la richiesta costante di materie prime nei processi industriali, si è tradotta in una corsa agli idrocarburi soprattutto nel secondo trimestre del 2021, la cui diretta conseguenza è stata l’impennata dei prezzi. L’ Arera (l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente), prevede infatti un rialzo del 9,9% per l’elettricità e del 15,3% per il gas a carico di famiglie e imprese, con bollette che già ad ottobre saranno rincarate del 40% secondo il ministro Cingolani.

Ancora un volta per capire le ragioni di questa crisi, bisogna guardare agli attori sullo scacchiere internazionale e alla loro capacità di condizionare gli equilibri preesistenti, come nel caso della Cina, la cui crescita esponenziale di quasi il 70% della domanda di gas naturale e corrispondente al 30% della crescita globale, la pone come il più grande importatore al mondo di LNG superando pure il Giappone.

Del resto la transizione avviata dai combustibili fossili agli idrocarburi è la causa di un’offerta che non riesce a soddisfare la domanda globale, e che accomuna i mercati dell’Europa occidentale alle economie dell’Asia meridionale, dell’America Latina e dell’Estremo Oriente.

A questo si sono aggiunte diverse battute di arresto alle forniture energetiche generali di gas dovute alla manutenzione degli impianti durante l’estate che di solito corrisponde alla stagione con una richiesta inferiore rispetto alla media annuale, ma anche agli uragani americani e all’incidente all’impianto di Gazprom nell’Artico russo che chiude il cerchio su una penuria che potrebbe prolungarsi fino al 2025. Conseguenza diretta di questa escalation si riflette sui prezzi della materia prima e degli indici energetici sul mercato europeo che rispetto al 2020 sono saliti del 1000%, accentuando la competizione con quello asiatico che continua a uscirne vincitore. 

La transizione ecologica dunque prospettata nell’Accordo di Parigi, mette alla luce complicati equilibri geopolitici tra paesi produttori di idrocarburi e i loro partner che da essi dipendono per l’approvvigionamento, nello specifico Australia, Stati Uniti, Russia e Qatar giocano un ruolo fondamentale nelle esportazioni del gas liquefatto naturale. Quest’ultimo ad esempio attraverso la Qatar Petroleum a febbraio scorso ha lanciato il North Field East Project, il più grande progetto al mondo di LNG, che si prevede porterà il paese da 77 a circa 110 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno, manovra fatta per consolidare un legame con gli Stati dell’Asia meridionale e di quella orientale.

Discorso diverso per la Russia che ha adottato la politica “del fare pressioni” attraverso la contrazione della propria offerta energetica. Questo per la rimozione di alcuni ostacoli burocratici alla messa in opera del discusso gasdotto Nord Stream 2, completato al 95% e unica rotta con cui Mosca può mettere a disposizione quantità aggiuntive di gas e garantire all’Europa un dialogo privilegiato. 

Mentre oltreoceano va ricordato che anche gli Stati uniti possono contare su una massiccia produzione domestica di shale gas, tanto che tra il 2009 e il 2014 sono diventati esportatori mondiali di LNG con 19 miliardi di metri cubi forniti solo al vecchio continente. 

Il quadro degli approvvigionamenti è complesso ed evidenzia di sicuro le problematiche legate al transito di gas a causa di disastri naturali, incidenti ai gasdotti o attacchi cyber. L’Europa dopo le tensioni tra Ucraina e Russia nel 2009, che bloccarono le forniture soprattutto a diversi Paesi dell’Europa orientale all’inizio dell’inverno, è più preparata oggi ad affrontare possibili interruzioni e ha imparato la lezione. Diversificare fornitori e rotte è alla base della convinzione che non bisogna confidare sullo stesso gasdotto, pur se la Russia ad oggi rimane il principale interlocutore europeo.

Il futuro del gas che oggi rappresenta circa un quarto del nostro fabbisogno, dipenderà dalla risoluzione di questa crisi sul fronte dei prezzi che potrebbero compromettere tempi e modalità della transizione ecologica, spingendo verso alternative disponibili.  Un paradigma a rischio dunque quello del “combustibile di transizione” che l’industria ha cercato di adoperare nell’ultimo decennio, ma che il Green Deal europeo potrebbe ora essere meno disposto a riconoscere. 

Marita Langella

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